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diretto da Romano Luperini

Pubblichiamo un estratto dell’introduzione al volume Sempre vi lascio indietro col vento. Poetica e stile in Cristina Annino, a cura di Davide Castiglione e Michele Ortore (Società editrice fiorentina, 2024), ringraziando curatori ed editore.

Questo libro non avrebbe dovuto e voluto essere in memoria di Cristina Annino. Non solo perché lei per prima avrebbe mal sopportato celebrazioni postume e museificanti; ma anche perché, più prosaicamente, l’idea di scriverlo e assemblarlo è nata quando l’autrice era ancora in vita, e nulla lasciava presagire che ci avrebbe lasciati di lì a poco: abbiamo visto Cristina l’ultima volta nel settembre del 2021, in un lungo ed esilarante pranzo fra amici nella sua casa di Ostia, in via delle Isole Figi (odonimo quanto mai anniniano). Come al solito accogliente, verace, capace di mettere a proprio agio, priva com’era di qualsiasi alone reverenziale: ma anche impietosa nel costringere l’interlocutore a inseguire il suo pensiero rapido, multi-direzionale, illuminante, non appena le si chiedeva un racconto, un aneddoto o una riflessione su qualche tema artistico. Quasi in spontanea risonanza con la sua poetica, l’ideazione di questo libro è partita – come si suol dire – dal basso, ovvero da una piccola comunità di suoi lettori, spesso di diversissima formazione, ma che si sono ritrovati attorno a una poesia in grado di spiccare per originalità anche in un panorama editoriale ipertrofico com’è quello della poesia contemporanea. A monte di tutto c’è stato, dunque, un atto quasi istintivo, animato da uno slancio di gratitudine per un’autrice che non ha ancora avuto il riconoscimento e l’attenzione critica dovuti nonostante la capacità davvero rara di coniugare complessità, innovazione formale e presa immediata sul lettore: tanto più considerando l’arco temporale di oltre un cinquantennio su cui si estende la sua opera poetica (Non me lo dire, non posso crederci è del 1969; Avatar e Ciò che l’isola dice, quest’ultimo scritto insieme a Ugo Magnanti, sono usciti entrambi postumi nel 2022)1.

Come motivare la sproporzione fra la qualità e l’interesse dell’opera (per stile, poetica, visione) e il desultorio riconoscimento editoriale e scientifico (inclusione in antologie, articoli scientifici, convegni)? Così ne scriveva Walter Siti:

Mi sono chiesto spesso perché la poesia di Cristina Annino non abbia, nel panorama letterario, il riconoscimento che secondo me merita; amata dai poeti (da Porta a Giudici a Pagliarani), ma trascurata dai grandi editori. Non bastano, a spiegarne la scarsa fortuna, i tratti di misantropia un po’ irsuti dell’autrice; il suo voluto appartarsi, la sua estraneità naturale al minuetto delle compiacenze reciproche. Né il fatto che la sua poesia sia così poco ‘poetica’, lontanissima dalle marche esteriori della lirica più affabile e accattivante; e che rinunci perfino al vantaggio che oggi sembrerebbe ovvio, quello della “voce femminile”2.

La risposta risiede forse in un ping-pong fra i capricci del caso (in realtà una serie inestricabile di situazioni, azioni-reazioni incistate nell’arco dei decenni) e una scena italiana che da sempre fatica nella ricezione degli irregolari:categoria forse abusata, ma di fatto efficace nell’indicare gli autori che sfuggono alle categorie critiche più in voga in un determinato periodo, pagando a questa originalità un prezzo consistente. Il caso di Annino, infatti, non è certo isolato: basti pensare che l’opera omnia di un grande sperimentatore come Antonio Porta (a sua volta sostenitore di Annino, e “padrino” di Madrid nel 1987) ha dovuto attendere due decenni dalla morte dell’autore (dal 1989 al 2009) prima di uscire presso un grande editore, grazie alla cura di una studiosa attenta e ricettiva come Niva Lorenzini3; e pure Giuliano Mesa, altro autore di punta del tardo modernismo italiano, «merita maggiore (o più manifesta e accademica) attenzione di quanto finora abbia ricevuto»4, tanto che i suoi libri sono tuttora di difficile reperimento, a oltre dieci anni dalla scomparsa (nel 2011). Come emergerà chiaramente dagli studi raccolti in questo volume, anche la poesia di Annino ha scelto di calpestare la strada scomoda e poco frequentata che corre lontana sia dalle forme più varie di neo-lirismo e post-lirismo, sia da quelle neoavanguardistiche, e poi asemantiche o non assertive. Gli avvicinamenti a entrambi i poli, più o meno evidenti a seconda dell’altezza cronologica, sono possibili ma sempre tangenziali. Questo fattore va sicuramente tenuto presente nello spiegare l’assenza di Annino dalla maggior parte delle più note antologie di poesia degli ultimi decenni: non sarebbe qui utile fornirne il lungo elenco5, ma ci limitiamo a segnalare come in Parola plurale, il lavoro più esteso e probabilmente rappresentativo sul piano della varietà stilistica, l’esclusione si debba a motivi cronologici (in sede introduttiva Annino è comunque collocata tra i “maestri” delle generazioni precedenti)6. Fra le eccezioni, oltre al lavoro di Loi e Rondoni7, i momenti più importanti sono senz’altro due: l’accoglienza nei Nuovi poeti italiani 3,a cura di Siti per Einaudi, con la silloge L’udito cronico e lo spazio dedicatole nell’antologia Mursia curata da Marcheschi, che firma anche un ampio cappello introduttivo8: a entrambi i critici si deve un precoce riconoscimento e inquadramento del valore di Annino.

Forse proprio la difficile collocabilità all’interno delle categorie – storiografiche, stilistiche ed estetiche – più applicate negli ultimi decenni in Italia ha sfavorito Annino anche negli studi e nelle prospettive di ampio respiro e più attenti a documentare la pluralità stilistica della poesia italiana dagli anni Settanta a oggi9. Avrà pesato anche la tendenza dell’autrice, accennata da Siti, a sparire periodicamente dai radar della società letteraria (se così si può ancora chiamare): eppure siamo convinti che proprio la renitenza a farsi sentire o vedere,per trarne vantaggi in termini culturali, sia al tempo stesso un presupposto necessario e una conseguenza inevitabile dell’indole poetica di Annino, cui – anche scorbuticamente – solo il testo basta. In pochi poeti quanto in lei, infatti, l’assenza di posture letterarie forti e un approccio profondamente desacralizzato al lavoro creativo (basti pensare a quanto la sua pratica di tornare continuamente sugli stessi testi, ripubblicati con variazioni o diverse segmentazioni interne, sia lontana dal concetto post-romantico di originalità– ancora molto in voga nell’area neo-lirica della poesia contemporanea10) coincidono con una fiducia totale, perfino serena, nella forza intrinseca della poesia. Se pensiamo a quanto è stato detto sulla perdita di prestigio sociale del poeta nell’ultimo trentennio del Novecento, resa palmare dalle dinamiche di un evento che pur ha assunto tratti mitologici per la poesia italiana contemporanea come il Festival di Castelporziano (1979)11, Annino appare al riparo dalle ansie di riconoscimento, perché la sua idea di poesia ha sì venature esistenziali e posture filosofiche, ma è al tempo stesso estremamente concreta e scevra di sovrastrutture: la poesia è una rigenerazione del pensiero, atto efficace anche se individuale o condiviso da pochi. Dunque il riconoscimento sociale – cosa diversa dal riconoscimento artistico,cui l’autrice teneva molto12 – è tutto sommato un problema minore, se non addirittura irrilevante. Secondo l’autrice quella del poeta è una «condizione medio-bassa», aliena alle rivendicazioni (la constatazione è affidata a una delle tante voci interposte in uno dei suoi ultimi testi, l’eponimo Avatar,p. 13).

È noto che buona parte della poesia di ricerca contemporanea fa proprio dell’anti-letterarietà una marca identitaria: pensiamo al rapporto con la tradizione dell’avanguardia13 instaurato da chi muove il proprio percorso espressivo nella direzione del libro come prodotto installativo, e non più come testo letterario puro14. Rispetto a questa linea, in Annino non c’è quasi traccia dello «scontento irriducibile»15 e della polemica verso il reale. Inoltre, nonostante Annino sia anche pittrice (vd. infra), e nonostante la continuità di principi estetici fra la sua produzione verbale e visiva (cfr. il saggio qui pubblicato di Sessa), quando scrive la sua peculiarità espressiva rimane totalmente linguistica, laddove invece la scrittura di ricerca enfatizza la natura intermediale della poesia: ciò che può appunto contraddistinguere il testo come installazione16. Del resto, si tratta di una distinguibilità che l’autrice aveva già mostrato nei suoi esordi vicini al Gruppo 70 e ai poeti, anche stranieri, in connessione con questo movimento: come ha osservato Marcheschi, «la parola dell’Annino non diventa oggetto fra gli oggetti come per i poeti visivi e tecnologici»17. Allo stesso modo, per quanto nei testi anniniani ci sia una tendenza alla scomposizione del dettato, così che «le forme perdono la loro naturalezza e cominciano a costituire un problema»18, le tecniche di montaggio d’ascendenza balestriniana e il cut-up non diventano mai una regola: l’autrice prediligerà per tutta la sua carriera una creatività espressa per mezzi sintattici, piuttosto che attraverso la reificazione del materiale verbale. E questo perché in Annino la visione antitradizionalistica coincide con «la riaffermazione energica dell’urgenza della poesia, della sua forza di contro a tante minimizzazioni crepuscolari»19. L’opposizione schematica tra sperimentazione e poesia tradizionale è così sciolta, nelle parole stesse dell’autrice, con magistrale semplicità: «continuo a credere soltanto nella poesia […] detta lineare, perché questa, a mio avviso, se valida, è di per sé già sperimentazione o avanguardia»20.

Al netto di quanto si è detto finora, la fatica a entrare nel canone degli ultimi decenni rimane tuttavia sorprendente, soprattutto se pensiamo a quanto si siano sbilanciati a favore di Annino tanti nomi della candida rosa della seconda metà del Novecento italiano: Pagliarani, introducendo Gemello Carnivoro (p. 8), definisce Andante pesante con abbandono «uno dei testi poetici più intensi e drammatici» dell’ultimo ventennio del secolo scorso; ai nomi già fatti da Siti vanno poi aggiunti Franco Fortini21 e Giovanni Raboni, che avrebbe voluto pubblicare l’autrice nella sua collana per Marsilio, chiusa però prima dell’avvio dei lavori22. Sarebbe però inopportuno ridurre Annino al cliché del grande poeta dimenticato: il suo nome, infatti, è generalmente ben noto agli addetti ai lavori, come dimostrano anche alcuni contributi recenti che saranno citati negli interventi qui raccolti, fra cui ricordiamo almeno la bella voce firmata da Laura Garavaglia nel Dizionario critico della poesia italiana23. Le poesie di Annino hanno inoltre conosciuto anche circolazioneinternazionale: di là dalla sua attività in Spagna (per cui rimandiamo al saggio di Carmelo Princiotta), Annino è uscita su «Italian Poetry Review» (xii, 2017, pp. 33-42) e un’ampia selezione di poesie è stata tradotta in inglese per l’editore americano Chelsea24.

Questo volume nasce dalla persuasione che Annino sia un anti-classico da riscoprire e approfondire, e ha l’obiettivo di fornire una prima base di studio e una risorsa bibliografica a chi vorrà dedicarsi, nei prossimi anni, all’esplorazione della sua opera. Come curatori, abbiamo pensato non a una miscellanea tradizionale, ma a una sorta di monografia polifonica che potesse dare un’immagine globale della produzione artistica anniniana (molto preziosi, da questo punto di vista, sono i contributi di Antonio Rosario Daniele sul romanzo Boiter e di Marcello Sessa sull’opera pittorica, particolarmente intensa nella seconda metà della vita di Annino) e al tempo stesso fare una proposta di metodo, seppur interpretata secondo le diversità di approcci e stili che un’opera corale porta – fortunatamente – sempre con sé. Ci pare, infatti, che la scrittura di Annino esiga, molto più di altre, un corpo a corpo ravvicinato coi testi: di fronte alla loro impossibile parafrasi, ma anche alla loro capacità di offrirsi estremamente leggibili e comunicativi, qualsiasi discorso critico che prescinda dal dato testuale – nascondendo la mancanza di contenuto con il gergo o con impressionismi di comodo – stonerà immediatamente. Sentiamo infatti di condividere la diagnosi di Andrea Afribo:

Sulla nuova poesia continua ad accumularsi, è vero, una falange di prefazioni, recensioni ecc., ma è un’abbondanza che non fa centro, incapace di determinare valori, troppo impressionistica o viscerale e troppo poco metodica o comparativa, vuoi perché banalmente militante, cioè innamorata troppo e solo dei propri protetti, vuoi perché al contrario arrendevolmente eclettica ed elencatoria25.

Di fronte a questi rischi, è come se la poesia anniniana fosse infusa di anticorpi. Al contrario, sarà il close reading a mettere in evidenza quanto in Annino, come nei grandi poeti, ogni testo e ogni verso rappresentino in microcosmo l’intera opera, riassumendone le caratteristiche e lo sguardo sul mondo, senza diminuirne la continua sorpresa. Proprio per questo motivo riteniamo che i testi di Annino siano adatti a essere analizzati anche nelle scuole superiori26 o in altre sedi didattico-divulgative all’interno di percorsi antologici, come paradigma delle difficoltà della poesia contemporanea e delle strategie ermeneutiche necessarie ad affrontarla. Il lettore implicito a cui questo libro si rivolge, dunque, non è solo lo specialista, ma anche il docente e l’appassionato: da qui la scelta di chiedere ai contributori un taglio che, senza nulla perdere del rigore accademico, cercasse anche un’apertura alla divulgazione; e a questo si deve anche un apparato bibliografico che, pur ambendo a costituire una risorsa per i futuri studi su Annino, non abbiamo voluto troppo appesantito, limitando spesso i rinvii teorici e storiografici a studi di riferimento da cui trarre ulteriore bibliografia.

1 Le indicazioni bibliografiche relative alle opere di Annino citate nell’introduzione sono reperibili dall’elenco delle opere e delle abbreviazioni fornito in coda.

2 Walter Siti, Recensione a Chanson turca, in «Nuovi Argomenti», 60, 2012, pp. 196-198: 196.

3 Antonio Porta, Tutte le poesie (1965-1989), a cura di Niva Lorenzini, Milano, Garzanti, 2009.

4 Cecilia Bello Minciacchi, L’immagine riflessa delle strutture letterarie, in «Enthymema», xxv, 2020, pp. 373-396: 378. Il saggio fa parte della sezione monografica La poesia contemporanea italiana: ipotesi di metodo e indagini storiografiche, a cura di Maria Borio e Lorenzo Cardilli. Per quanto riguarda la valorizzazione di Mesa, un segnale molto incoraggiante è stato il convegno Cercare forme. L’opera e l’eredità di Giuliano Mesa, tenutosi all’università di Bologna il 15-16 giugno 2023, proprio nella fase di revisione di questa introduzione.

5 Per cui rimandiamo a Claudia Crocco, Le antologie di poesia italiana nel XXI secolo. Note per un primo bilancio, «Enthymema», xvii, 2017, pp. 60-78.

6 Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, a cura di Giancarlo Alfano, Alessandro Baldacci, Cecilia Bello Minciacchi, Andrea Cortellessa, Massimiliano Manganelli, Raffaella Scarpa, Fabio Zinelli, Paolo Zublena, Roma, Sossella, 2005.

7 Franco Loi, Davide Rondoni (a cura di), Il pensiero dominante. Poesia italiana 1970-2000, Milano, Garzanti, 2001.

8 Daniela Marcheschi (a cura di), Antologia di poeti contemporanei. Tradizioni e innovazione in Italia, Mursia, Milano, 2016.

9 Un esempio è Andrea Afribo, Poesia, in Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi, a cura di Andrea Afribo e Emanuele Zinato, Roma, Carocci, 2011. Facendo un puro esperimento mentale, sarebbe effettivamente difficile piazzare Annino all’interno delle categorie che organizzano i paragrafi di questo studio: spontaneismo, neo-orfismo e neo-ermetismo, sperimentalismo, stili semplici, manierismo, post-moderno,ecc. Per l’ultimo ventennio si vedano anche Marianna Marrucci, La poesia italiana del Duemila,in L’estremo contemporaneo. Letteratura italiana 2000-2020, a cura di Emanuele Zinato, Roma, Treccani, 2020 e Claudia Crocco, Le poesie italiane di questi anni (2005-2020), «Polisemie», 2, 2021, pp. 75-111; quest’ultima ricorre ad un criterio molto largo nella costituzione del corpus, aperto alla poesia «che propone una visione modernista della realtà» (p. 78): un insieme in cui Annino meriterebbe senz’altro di rientrare.

10 Per la documentazione di questi aspetti rimandiamo al saggio di Carmelo Princiotta.

1111 Guido Mazzoni, Sulla storia sociale della poesia contemporanea in Italia, in «Ticontre. Teoria Testo Traduzione», viii, 2017, pp. 1-26; dal contributo si può desumere la bibliografia da cui lo studioso trae le cronache di Castelporziano.

12 «Penso: vorrei fosse | nota soltanto la mia opera» (Curriculum, in Gemello Carnivoro, p. 11). Oppure, in un’intervista del 2011 su Poesia 2.0: «Dopo tanti anni di scrittura l’unico obiettivo, per me, è quello di restare nella letteratura italiana» (disponibile al sito https://poesia2punto0.com/2011/05/02/parola-ai-poeti-cristina-annino/).

13  Cfr. Paolo Giovannetti, La poesia italiana degli anni Duemila. Un percorso di lettura, Roma, Carocci, 2017, pp. 37-58.

14 Tra gli autori che Giovannetti ascrive a questa tendenza, possiamo ricordare quelli del collettivo GAMMM e di Prosa in prosa.

15 Id., La poesia italiana, cit., p. 44.

16 Cfr. ivi, pp. 48-50.

17 Daniela Marcheschi, Cristina Annino, in Ead. (a cura di), Antologia di poeti contemporanei, cit., p. 162.

18 Paolo Giovannetti, La poesia italiana, cit., p. 40.

19 Daniela Marcheschi, Cristina Annino, cit., p. 164.

20 Le parole di Annino sono citate nel saggio di Princiotta qui pubblicato: vd. p. $.

21 In una lettera autografa (priva di data) destinata ad Annino e oggi riprodotta in Magnificat (p. 186) si legge: «Il procedimento e il ritmo e la perfetta logica dei suoi testi mi pare vincano per K.O. tecnico buona parte di quanto si legge intorno (ma Dio la scampi dagli entusiasmi dei critici)». In una lettera dell’8 settembre 1984 si legge: «spero non mi manchi occasione di testimoniare della qualità del suo lavoro» (ivi, p. 187).

22 Cfr. la lettera del 7/4/1999 (ivi, p. 189).

23 Laura Garavaglia, Cristina Annino, in Dizionario critico della poesia italiana. 1945-2020, a cura di Mario Fresa, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2021, pp. 16-17.

24 Cristina Annino, Chronic Hearing: Selected Poems 1977-2012, traduzione di Adria Bernardi, New York, Chelsea Editions, 2014.

25 Andrea Afribo, Poesia, cit., p.

26 Un esempio brillante di close reading ben funzionante in una possibile unità didattica è l’analisi di Matteo Favaretto del testo La casa del folle, tratto da Anatomie in fuga, p. 11 (disponibile su https://www.letteratour.it/analisi/A02_anninoCristina_casa_del_folle.asp).

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