Mario Benedetti legge “Che cos’è la solitudine”
Pubblichiamo un autocommento di Mario Benedetti alla sua poesia “Che cos’è la solitudine” (da Umana gloria, Mondadori, 2004). Segue una nota critica di Maria Borio.
Che cos’è la solitudine.
Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.
Ho freddo ma come se non fossi io.
Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.
Che cos’è la solitudine.
La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,
si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,
un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.
L’ho letto in un foglio di giornale.
Scusatemi tutti.
Che cos’è la solitudine è una poesia che ho scritto nel 2002. Mi interessa oggi indicare la parola chiave per poter meglio aprire il testo: la parola è ingenuamente. Questa è una parola che denuncia un ritratto letterario del personaggio che parla in prima persona e chiede scusa. Di che cosa chiede scusa? Di vedere e sentire se stesso dentro un libro, di osservare il luogo dove si trova e potere farne esperienza con più efficacia e legittimità attraverso la stampa di un quadro che dia spessore alla sua vita, di trovare in un foglio di giornale la descrizione di un fatto di cronaca vera. La realtà è allontanata, percepita in difetto, in una mancanza spaesante, con un senso di perdita. Il piano della rappresentazione, letteraria o attraverso l’arte figurativa, dà spessore a chi scrive: ma questo spessore è oggi plausibile? Di far leva su questo sentimento, dichiarato ingenuo, si chiede scusa ai lettori.
Mario Benedetti
*
In Che cos’è la solitudine è rappresentato uno dei motivi centrali di Umana gloria (2004): l’uso del frammento lirico come sfumatura che traccia il distanziamento dell’io dalla vita per far apparire la realtà nuda, nella sua essenza più vera, spogliata da falsificazioni o ingenuità – come fa notare Benedetti nell’autocommento. Tra toni discreti, lunari, un linguaggio prosaico e una efficace armonia interna, Umana gloria corrode ogni impostura autoriale, artistica, sociale, comunicativa. Portando con sé una noce d’esperienza remota e umile che discende soprattutto dall’infanzia trascorsa nel Friuli rurale, ma anche da paesaggi periferici come quelli della Slovenia e della Francia del nord, Benedetti riesce a incidere con un graffio invisibile l’esistenza contemporanea, cerca di spogliarla dai suoi paludamenti, fino a far emergere il tessuto più umano, la sua autentica gloria, in un sottile e originale equilibrio tra piano fisico e piano metafisico. La ricerca iniziata in parte con l’attività presso la rivista «Scarto minimo» e con le plaquette degli anni Novanta, si conclude nella prima raccolta della maturità e sembra uscire fuori dal panorama delle poetiche e degli sperimentalismi del Novecento. È proiettata in una dimensione in cui la lirica mette da parte gli apparati teoretici per far apparire le verità umane, i valori e i sentimenti nella rappresentazione diretta degli aspetti quotidiani, intimi, veri dell’esistenza, nella ricerca del loro significato e del significato della loro rappresentazione, creando in sordina una comunanza sensibile tra la realtà di tutti e l’esperienza individuale. (Maria Borio)
Questo articolo è uscito su «Nuovi Argomenti»: http://www.nuoviargomenti.net/poesie/mario-benedetti-legge-che-cose-la-solitudine/
Immagine: Dino Ignani, Ritratto di Mario Benedetti
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