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diretto da Romano Luperini

Lezioni dall’America. Note su “La conoscenza e i suoi nemici” di Tom Nichols

Per quanto divertenti possano essere, queste relazioni incoraggiano gli studenti a considerarsi arbitri del talento degli insegnanti. E quando il punto dell’istruzione è rendere felici i clienti, la dipendenza del college dalle valutazioni obbliga gli insegnanti più deboli o meno sicuri a diventare orsi ballerini che si sforzano di essere amati o almeno di piacere, in modo che gli studenti leggano le valutazioni e tengano in vita il corso (e il contratto del professore) anche per il trimestre successivo. Questo crea e alimenta un circolo vizioso di compiacimento e inflazione dei voti.

Gli studenti dovrebbero essere coinvolti nella loro istruzione in un ruolo più attivo di quello di osservatori e recettori di informazioni. L’impegno e il dibattito rappresentano la linfa vitale di un’università e i professori non sono al di sopra delle critiche né per le loro idee né per la loro capacità di insegnamento. Ma il modello di istruzione industriale ha ridotto il college a una transazione commerciale, in cui agli studenti viene insegnato come essere consumatori schizzinosi anziché pensatori critici.

Tom Nichols, La conoscenza e i suoi nemici, pagg. 108-109

Un’utile mappa del regno di Incompetenza

Il saggio di Nichols sui nemici della conoscenza ha per sottotitolo “L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia”. La scuola non è il suo tema centrale, e non lo sono gli eventuali rimedi alla condizione disastrata dell’istruzione superiore statunitense che egli testimonia.

Il saggio è impostato in una prospettiva descrittiva di sociologia culturale, sostanzialmente apolitica. Alla circostanziata denuncia del “modello di istruzione industriale” e della commercializzazione dell’istruzione americana non si accompagna mai una riflessione critica sul sistema di potere economico degli USA né sull’idolatria del profitto e del mercato. La lettura dell’autore è invece orientata verso lo studio delle nuove forme di comunicazione e socializzazione (di conoscenza e ignoranza), e delle loro pesanti conseguenze nella costruzione dell’identità delle persone, nella creazione dell’opinione pubblica, nelle dinamiche del conflitto culturale.

In questo quadro, egli focalizza l’attenzione su attori e strumenti che considera responsabili della crescente diffusione di atteggiamenti di diffidenza e perfino di odio sociale nei confronti della figura dell’esperto e della concezione tradizionale dell’istruzione (il percorso che consente di divenire esperto).

Naturalmente, ignoranza e disinformazione non sono fenomeni recenti; né lo sono le tendenze ad affidarsi a leggende popolari, superstizione e teorie del complotto, di cui Nichols sottolinea il profondo radicamento nella natura umana e nella società americana. Tuttavia, la cosiddetta “società dell’informazione” ha creato le condizioni perché i limiti e le storture di questi atteggiamenti diffondano a macchia d’olio i loro frutti avvelenati. Da una parte, ha messo a disposizione di tutte le persone un enorme magazzino in cui conoscenza e ignoranza si confondono: i motori di ricerca in rete e la spinta all’egocentrismo e alla stupidità che contengono. Dall’altra, ha diffuso un’idea malsana di “velocità” e “immediatezza” anche in altri campi, primo fra tutti il giornalismo. Si è venuta a creare in questo modo la condizione ideale perché venissero meno processi culturali tradizionalmente indiscussi e rispettati: il controllo di notizie e fonti, la distinzione fra fatti e opinioni, la prevalenza del ragionamento sull’enfasi e sul sentimentalismo.

A questo processo ha fornito un contributo non indifferente la stessa categoria degli “esperti”. Se la svalutazione della conoscenza e i rischi prodotti da una sua eventuale sconfitta nella lotta con l’arroganza ignorante che caratterizza la cultura americana odierna sono indiscutibili, Nichols ne considera corresponsabili proprio gli esperti stessi. La loro supponenza e parzialità di visione; il senso di appartenenza a una categoria superiore a quella dei comuni cittadini; la sete di potere che spesso inficia la loro obiettività, l’incapacità di ammettere errori e limiti: questi atteggiamenti, spesso presenti fra gli “esperti”, li rendono infatti facili bersagli di critiche e diffamazioni spesso immeritate, cavalcate da media e politici irresponsabili.

A sua volta, la scuola superiore statunitense, nel delicato passaggio fra High School e College, è uno dei principali fattori di diffusione della sfiducia nella categoria di esperto, e della profonda trasformazione del concetto e della pratica dell’esperienza di apprendimento.

Naturalmente, l’istruzione superiore di cui parla Nichols non è precisamente sovrapponibile a quella italiana, né per l’articolazione dei percorsi formativi né per la scansione di cicli e ordini di scuole. Tuttavia, fatte salve le differenze, resta evidente che i modelli dell’industria culturale di cui la scuola fa parte (quella che l’autore definisce “istruzione industriale”) non sono affatto esclusivi degli USA. Al contrario sembra piuttosto chiaro che, come per altre prospettive tracciate dall’economia dal capitalismo avanzato nei più diversi campi, essi sono destinati a diffondersi e far sentire la propria influenza in misura crescente, nei prossimi decenni, in tutto il mondo.

Può essere utile, allora, osservare in questo specchio l’immagine di una possibile istruzione superiore italiana del futuro, cercare di riconoscere alcune linee che già sono state tracciate, farsi un’idea sulle proposte (la più recente quella di Carlo Cottarelli) che indicano nella scuola americana la via per uscire dalle secche della nostra.

La scuola industriale; persone, economia, cultura

Nichols sottolinea prima di tutto la creazione di un legame sempre più stretto fra istruzione e profitto, e l’attuazione di politiche mercantili nell’ambito dell’istruzione. Questa evoluzione gli appare difficilmente reversibile, nella realtà degli USA, e si traduce in pratiche di feroce concorrenza fra istituti e campagne di ricerca e fidelizzazione dei clienti, un tempo studenti. Ragionando sulle Università private americane l’autore utilizza spesso termini come rebranding, marketing, stakeholders; sottolinea inoltre che il risultato di queste scelte concorrenziali non è affatto un miglioramento generale dell’istruzione o la promozione di un effettivo “merito”, bensì al contrario la cancellazione delle differenze qualitative fra “buona” e “cattiva istruzione”, l’equiparazione fra “merito” e “vantaggio economico” e la creazione di un gioco illusorio di speranze destinate a essere deluse, nell’intreccio fra costi crescenti dello studio e sistema dei prestiti agli studenti.

La trasformazione mercantilistica genera un progressivo indebolimento dei saperi disciplinari, declassati da sostanza dell’istruzione a pura forma, tramite la quale veicolare altri contenuti, processi, competenze. Nichols descrive questo processo come un rovesciamento, in cui il sapere non viene più considerato un obiettivo in sé, per il suo “valore conoscitivo”, ma diventa semplicemente una “credenziale” da spendere sul mercato del lavoro. In questo modo, naturalmente, non ha alcuna importanza acquisire un sapere reale e profondo: il titolo ottenuto con fatica in un ateneo prestigioso vale quanto quello comprato in un diplomificio o in un’agenzia formativa online. Ne deriva un regime di concorrenza cui sono soggette praticamente tutte le istituzioni, spinte a presentarsi migliori di quanto effettivamente non siano (l’università come brand, appunto), attraverso una proposta culturale a effetto. Nichols parla di “corsi di pancia”, o “attrattori”, per indicare la tendenza delle università americane a inseguire le mode dell’industria culturale, dell’intrattenimento, dell’attualizzazione a tutti i costi.

Un simile rovesciamento, infine, investe in pieno l’ambito dei ruoli e delle relazioni fra le persone coinvolte nel processo di apprendimento/ insegnamento. Nichols sottolinea come negli USA studenti e insegnanti cristallizzino i loro rispettivi ruoli in quelli di “consumatori”, i primi, e “servizio assistenza clienti”, i secondi. In un sistema malato di “cultura terapeutica” (queste le precise parole dell’autore) viene quindi ratificato il “divieto di insuccesso” degli studenti, scaricando il successo/ insuccesso dell’apprendimento esclusivamente su chi insegna, indicato come unico responsabile di un’eventuale disaffezione allo studio. Una simile dinamica sottopone i docenti a una pressione sociale fortissima, affinché non ledano in nessun modo l’autostima di chi apprende, indipendentemente dalla sua volontà e dall’effettiva partecipazione e impegno nella riuscita del percorso formativo: ne nascono arroganza e confusione di ruoli, fino alla decisa inversione per cui spetta a famiglie e ragazzi valutare la qualità dell’insegnamento, e il primo indicatore è il successo formativo dei figli. Un simile processo di “lotta al pensiero critico” è destinato a cancellare la differenza fra “sapere” e “sentimenti” e a far soccombere la ragione di fronte all’emotività.

Difficile non leggere, in questa trasformazione avanzata, alcuni segnali inquietanti rispetto a quanto sta avvenendo nella scuola italiana.

Tu vuò fa’ l’americano

I cambiamenti osservati da Nichols sono coerenti con numerose scelte e azioni che caratterizzano le politiche scolastiche nel nostro Paese, con sempre maggiore nettezza da quando l’Europa ha deciso di imporre una modernizzazione i cui contenuti e obiettivi non sono stati condivisi democraticamente con le persone che lavorano nella scuola.

Li si rileva con evidenza nella centralità del digitale, evocato come un feticcio che assicura l’ingresso della scuola nel presente e consente di stringere un’alleanza forte con i destinatari dell’istruzione: gli ingenti investimenti del PNRR, sottratti a qualsiasi confronto sulla loro utilità reale e imposti in modo verticistico, ne sono la traduzione chiara. Emergono con forza nella ricerca di un rapporto sempre più stretto con il territorio, nell’intento di pianificare i percorsi degli individui in relazione non a esigenze interiori e spirituali di crescita soggettiva, bensì alla richiesta del mercato del lavoro e della produzione di profitto. Ѐ la trasformazione che molti associano al passaggio da un’unica scuola nazionale a un sistema di istruzione differenziato, definito di recente “secessione dei ricchi” dal prof. Tomaso Montanari.

Si ammantano di “nuovi” orientamenti metodologici, che si accompagnano alla creazione di nemici facili da indicare in forma caricaturale, come la famigerata “lezione frontale” o la presunta tecnofobia dei docenti più “vecchi”. Trovano nutrimento vitale nella retorica della “centralità dello studente”, suscitata dal sentimentalismo dei media durante la pandemia e diventata ora verbo educativo attraverso parole come “personalizzazione” o “individualizzazione” dei percorsi formativi.

A scanso di equivoci e malintesi, sia chiaro che queste questioni non possono essere risolte con una semplice difesa della tradizione o delle consuetudini. Gli interrogativi che pongono sono infatti importanti.

Risposte democratiche, risposte antidemocratiche

Qual è oggi il ruolo del nozionismo e dell’autoritarismo nell’istruzione italiana? In che modo si può ripensare una scuola pienamente democratica, anche attraverso il recupero di un ruolo decisionale che i decreti delegati avevano immaginato e al quale genitori, studenti e insegnanti hanno progressivamente rinunciato? Possiamo immaginare una scuola che non formi attraverso la valutazione numerica di chi studia? Esiste un’esigenza di valutazione del lavoro degli insegnanti, e quale potrebbe esserne la forma istituzionale? Ѐ possibile immaginare un orientamento scolastico, in particolare alla scelta universitaria, che esprima e rispetti le aspirazioni e le attitudini di ciascuno studente, libero da condizionamenti economici e pressioni esterne?

Queste e altre simili domande sono fondate e non devono essere eluse.

Letto il libro di Nichols, però, l’impressione è che almeno stavolta non si debba affatto assecondare il desiderio di “fare gli americani”.

La democrazia, così come praticata negli Stati Uniti all’inizio del ventunesimo secolo, è diventata una faccenda di rabbia e risentimento. I fragili ego degli studenti narcisisti dei college sgomitano contro l’identità indignata e ferita dei tossicodipendenti dei talk show radiofonici, che chiedono tutti di essere presi altrettanto sul serio dagli altri, a prescindere da quanto le loro opinioni siano estreme o disinformate. Gli esperti vengono derisi e definiti elitari, uno dei tanti gruppi che opprimerebbe “noi, la gente”, espressione ormai usata in modo indiscriminato dagli elettori con il significato di “me”. Le consulenze degli esperti o qualsiasi tipo di decisione consapevole da parte di chiunque venga percepito dai profani come “élite” – cioè quasi tutti tranne loro – vengono respinti per principio. Nessuna democrazia può andare avanti in questo modo.

Ecco. La nostra scuola democratica, fondata sulla Costituzione e su una storia che annovera dibattiti importanti e idee significative, è certamente in difficoltà, specchio di una cultura in crisi di identità e di un’opinione pubblica preda di falsi miti e facili soluzioni.

Non ne uscirà ispirandosi a una realtà costruita sull’egoismo, sulla competizione e sul profitto economico.

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