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diretto da Romano Luperini

Il dibattito sui voti /2. L’altra parte del voto. Voci di studenti sui numeri, sulle parole, sulle emozioni

Cercando elementi per definire la valutazione di Italiano al termine del trimestre, in una quinta che conosco solo da pochi mesi, ho proposto alla classe una verifica particolare. Insolita per la struttura, perché consisteva nella stesura di una breve argomentazione, in poco più di un’ora di tempo. Inconsueta per la modalità di valutazione (di quelle che fanno impazzire il registro elettronico, o te, se vuoi comunque conservarne memoria): il voto assegnato a ciascuna verifica sarebbe infatti stato finalizzato soltanto a definire i mezzi voti, per alcune ragazze e ragazzi, mentre per la maggior parte del gruppo avrebbe costituito una misurazione intermedia, come tante ne facciamo, senza incidere sulla media e sulla valutazione trimestrale.

Alla ricerca di un tema che si prestasse a consentire a chiunque di esprimersi liberamente e di mettere in luce la sua soggettività critica, ho chiesto di ragionare sulla proposta di abolizione del voto numerico, che tanto interesse suscita nel dibattito pubblico sulla scuola. Con poco tempo a disposizione, ciascuno studente doveva individuare un solo argomento forte, a sostegno o contrario rispetto all’idea di sostituire ai numeri un diverso sistema, e esporlo.

La lettura è risultata interessante e istruttiva.

Ne emerge infatti con chiarezza l’intreccio fra differenti ambiti e prospettive di analisi ugualmente importanti, non di rado evocate in modo disordinato e stereotipato nel dibattito pubblico: la dimensione collettiva, delle aspettative e dell’immaginario sociale che si riflette nella valutazione scolastica e nella sua lettura da parte di chi studia; l’associazione fra “numero” e “oggettività”, e il difficile tema della soggettività nella valutazione; la difficoltà di tenere distinti il giudizio sulla prova e quello sulla persona, e i controversi effetti emotivi e psicologici del voto. Ne emerge anche una sostanziale confutazione dell’immagine stereotipata di “giovani” e “studenti”, spesso descritti da media e intellettuali di grido (ma anche, purtroppo, da tanti docenti) come un insieme indistinto di persone prive di convincimenti pedagogici e educativi, intellettualmente deboli, fragili e ferite.

Non sembrerebbe proprio, a leggere le loro parole. Perciò mi è sembrato giusto riportarle, invece di sintetizzare e riscrivere i loro pensieri. Ascoltare direttamente le loro riflessioni su un tema così intimo e coinvolgente potrà risultare forse faticoso e frammentario, ma credo possa suscitare in chi legge lo stesso effetto positivo che ha avuto su di me: un senso di verità, autenticità, sincerità, di cui c’è un gran bisogno.

Misurare il sapere nella società dei numeri

Valutare attraverso un numero è un’operazione che rinvia a logiche e dinamiche che vanno ben oltre la realtà della scuola. La loro complessità, e il conseguente problema di quale rapporto istituire fra il “dentro la scuola” e il “fuori” di essa (anche attraverso i processi di valutazione), sono posti con grande evidenza dalle parole di Arina e Viola, citate di seguito:

Il sistema del voto numerico simula in un ambiente controllato come quello scolastico ciò che inevitabilmente accadrà al di fuori di esso e prepara i giovani ad affrontare nel modo migliore il sistema in cui entreranno. I voti, nella loro sintesi e freddezza, rispecchiano perfettamente i giudizi che ci toccheranno sul posto di lavoro, ci insegnano che per avere buoni risultati bisogna faticare e lavorare con impegno, che a volte le valutazioni sono ingiuste e non ci rispecchiano ma non per questo ci dobbiamo abbattere, ma soprattutto ci fanno capire che, così come a scuola (…) verremo giudicati nella maniera più spietata non sulla base del nostro percorso, delle nostre caratteristiche, ma di ogni singolo risultato.

La società attuale è governata dai numeri: che riguardino la politica, l’economia, l’intrattenimento, i numeri determinano le circostanze nelle quali siamo immersi, talvolta anche i nostri gusti e il nostro carattere. (…) Essendo il tutto governato dai numeri, trovo sia impossibile escludere il singolo da questo tutto.

Abolendo il voto numerico nel sistema scolastico, verranno introdotti altri sistemi di valutazione, che potranno essere più o meno determinanti per l’individuo; ma, nel momento in cui si uscirà dalla “bolla” del sistema scolastico, i nuovi criteri di valutazione dovranno essere tradotti nel linguaggio della società, ovvero in numeri.

Dunque, io sostengo che quello che va abolito è il giudizio numerico che la società determina sui suoi individui. L’eliminazione dei voti nella scuola potrà esserne una conseguenza.

Oggettività, soggettività e motivazioni nel processo di valutazione

L’intreccio fra dimensione “oggettiva” e “soggettiva” della valutazione (in qualsiasi forma si esprima), sia in chi insegna che in chi apprende, e il corrispondente tema della natura insieme gratuita e strumentale dell’apprendimento, sono al centro delle parole di Francesco e Caterina:

Uno dei motivi per cui viene utilizzata la valutazione numerica è la facilità nella comprensione del giudizio, senza dovere ricorrere a conversioni o traduzioni. I numeri sono universali la lingua no. Uno dei problemi che vengono maggiormente condivisi nella critica alla valutazione numerica è il sentimento di classificazione, oggettificazione e competizione che nasce nello studente.

Questo accadrebbe anche con una valutazione attraverso forme verbali.

Attribuire un valore numerico a una prestazione non è un processo semplice, a maggior ragione se si tenta di essere il più oggettivi possibile nel farlo. I criteri con cui si stabilisce il peso percentuale di un errore in un test sono inevitabilmente concepiti dalla soggettività del correttore.

Questo, naturalmente, rischia di far concentrare l’attenzione dello studente sul numero dato dalla somma dei punteggi attribuiti alla somma delle sue risposte, invece che sulle risposte stesse. La tendenza a studiare per prendere un voto piuttosto che per imparare ciò che si sta studiando è diffusa, si potrebbe dire quasi inevitabile.

Il voto, l’emozione, la stima di sé

Già ben presente fra le righe nelle citazioni precedenti, la dimensione psicologica e emotiva della valutazione è al centro delle riflessioni di Matteo e Agnese:

Penso che la ragione che ha spinto questi istituti a adottare questo metodo [una valutazione non numerica, ndr] abbia le sue radici nella psicologia: infatti i favorevoli a questo nuovo sistema sostengono che il voto numerico abbia un “peso” emotivo non indifferente sullo studente, che potrebbe percepire la valutazione in modo estremamente negativo e, sul lungo andare, sviluppare disturbi come depressione, ansia e stress.

(…).

Il secondo motivo [per cui Matteo ritiene una simile posizione “infondata”, ndr] riguarda il mio scetticismo sul “peso emotivo” del voto: sono infatti assolutamente concorde nel ritenere importanti gli effetti di una gravosa valutazione sulla psicologia dello studente, ma trovo improbabile che una valutazione verbale possa attenuare la sensazione negativa di un brutto voto.

Ho sempre usato le valutazioni come metodo per identificarmi e molte volte ho creduto di valere quel determinato voto, di essere un numero. Sbagliavo, perché la valutazione non rappresenta la persona e nemmeno le sue capacità. Probabilmente neanche un giudizio morale riuscirebbe a evitare delle differenze nelle classi, tuttavia penso che l’impatto psicologico sugli studenti sarebbe meno invasivo (…).

Inoltre penso che un giudizio non diminuirebbe la volontà di studiare e di migliorarsi da parte degli studenti bensì, probabilmente, creerebbe una condizione per cui i ragazzi imparano e studiano con meno pressione e ansia da prestazione.

Conclusione provvisoria: il valore delle parole ben spese

Ascoltiamo infine Martina, sulle diverse sfaccettature nella consapevolezza del proprio percorso di apprendimento e sulla responsabilità di noi insegnanti:

(…) sentirsi come un numero in una classifica può portare uno studente a demoralizzarsi perché non si sente all’altezza rispetto agli altri; oppure, situazione ancora peggiore, non gli permette di capire veramente i propri punti di forza e le proprie debolezze, perché ci si concentra solo su quel numeretto scritto in alto. Penso [sulla valutazione alternativa al voto, ndr] che dovrebbe trattarsi di un giudizio esteso, nel quale ogni professore può spiegare allo studente non solo quello in cui ha sbagliato, ma anche ciò in cui ha lavorato bene, così da permettergli di lavorare maggiormente sulle sue criticità, senza però tralasciare gli aspetti positivi del suo impegno.

Ѐ giusto che questa breve antologia di pensieri si concluda così: sulla forza e sul valore delle parole ben spese. Martina esprime infatti in una sintesi chiara un’idea che circola, in forme e con accenti differenti, in quasi tutti gli scritti della classe: la necessità di spendere tanto tempo e energie per esplicitare e condividere il senso del voto, dialogare sull’esito delle prove, mettere in luce nella stessa misura i limiti e i pregi di ciascuna verifica.

Ѐ una prospettiva che mi ricorda l’insegnamento del mio primo Preside: “Nella valutazione di una verifica, ci sono due possibili approcci: o si cerca quello che c’è, o si cerca quello che manca. Da questa scelta dipende il voto, non tanto della verifica che hai di fronte, ma della prossima”. Forse non è tanto la forma della valutazione che ne fa uno strumento formativo, ma la sua sostanza: la ricerca di quello che c’è.

(Immagine originale di Stefania Melotto ©)

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