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diretto da Romano Luperini

Il dibattito sui voti /1. La fragilità del secchione

Condividere la valutazione

All’inizio di ogni anno scolastico mi trovo a fare un dibattito con le classi a proposito della valutazione. Non lo faccio per darmi arie da democratico: penso proprio che sia essenziale che si capisca il senso, il come e il perché di un lavoro che occorre fare insieme. E la mia posizione, che condivido con loro fin da subito, è che il voto è inutile, uno strumento essenzialmente sbagliato ma purtroppo inevitabile per tutta una serie di motivi che non posso toccare qui.

In queste discussioni le classi sono solitamente molto oneste e ammettono senza troppi problemi che senza voto non studierebbero. Cosa di cui sono empiricamente certo perché non amando io personalmente fare verifiche sommative mi è capitato spesso negli anni di aver lasciato “autonomia” nello studio che si è tradotta automaticamente in abissale ignoranza e in non-studio.

Ogni anno discuto con loro cosa si potrebbe fare, come si potrebbe migliorare, cerco di convincerli che del voto mi importa poco (il che è vero) e discutiamo insieme anche le singole valutazioni che do. Cerco di farli interrogare tra di loro e di farli auto-valutare il più possibile perché abbiano cognizione di cosa significhi “valutare”, cioè di elevarsi al di sopra del singolo momento, della singola performance, e comprendere lo studio come momento di un processo che solo astrattamente si lascia fissare nelle sue parti (lezione, studio, verifica ecc.).

Certo, bisogna essere proprio ingenui o alle prime armi per farsi ingannare da quelli che non aspettano altro che avere un docente “buono” per non fare niente e gettare alle ortiche il proprio diritto allo studio. O a non sapere che una certa tendenza all’inerzia c’è in chiunque e c’è ovviamente nelle classi. Perché l’attività intellettuale è pesante, anche quando è un gioco, se è fatta seriamente richiede un dispendio di energie, richiede concentrazione e impegno e saremmo davvero delle anime belle a pensare che uno si sottometta al suo rigore senza che il principio del piacere non vi si opponga in qualche modo.

Le polemiche strumentali sul voto

La valutazione è un problema serio che tocca questioni strutturali della scuola. Tempo fa scrissi un articolo che toccava solo alcuni degli aspetti più difficili. Si tratta di un problema scottante perché non a caso proprio sull’abolizione dei voti si sta attualmente combattendo una delle battaglie decisive che vede alleati, come al solito, la demagogia dei pedagogisti pseudo-libertari e l’attacco del mercato all’impianto tradizionale della scuola pubblica.

Trovare la strada corretta in questa Scilla e Cariddi non è facile: per evitare di trovarti ad abbracciare gli alberi o mangiare libri di cibernetica pedagogica finisci per fare la figura del “gentiliano”.

E poiché viviamo nell’era del sentimento che si traveste da ragione anche questa battaglia ideologica viene condotta guardando non ai dati oggettivi ed essenziali, al rapporto materiale tra scuola, sapere e società, ma si pretende di discuterne focalizzandosi su un aspetto parziale ma che dà l’illusione della concretezza: il vissuto degli studenti.

Il voto sarebbe un male assoluto perché causerebbe ansia, produrrebbe stress da performance, umilierebbe lo studente, lo identificherebbe con un numero, non terrebbe conto di aspetti che sfuggono alla misurazione, discriminerebbe, sarebbe classista ecc. ecc.

Conosciamo a memoria il campionario di chi in questa arringa finisce per confondere il voto con la valutazione, un singolo elemento con un processo così delicato e complesso. Per tacere di quelli che attaccano il voto come strumento di alienazione del discente ma al tempo stesso avallano un processo di quantificazione e iper-burocratizzazione del lavoro docente, portandolo a livelli di stress e richiesta di performance mai visti prima ma perfettamente in linea con le riforme che il capitale esige indisturbato da decenni a tutto ciò che non segue la logica del profitto. Si tratta di critiche strumentali che vanno rispedite a burocrati e pedagogisti “progressisti”: non esiste riforma “democratica” della scuola (e della valutazione) che non passi per l’autodeterminazione delle soggettività che la scuola la vivono ogni giorno, cioè docenti e studenti.

Se la crisi non tocca gli ultimi

La questione è così complessa che occorre rimandare ad altra sede una sua trattazione e discussione seria. Qui vorrei limitarmi ad osservare ciò che talvolta mi è capitato di vedere in classe e che sono sicuro sarà accaduto anche ad altri colleghi.

Le mie classi sono informate, lo anticipo loro spesso con fare scherzoso ma anche rassegnato, che qualcuno di loro “piangerà”. Lo dico proprio perché sono rimasto stupito da questo fenomeno. Per quelli come me che sono cresciuti col mito del prof. Keating è stato uno shock la prima volta che dopo una verifica mi sono trovato una persona che piangeva. Perché non importa quanto tu possa essere materno, gentile, disponibile ecc. Arriverà il momento in cui dovrai affrontare quelle lacrime.

E non sono le lacrime dei Franti e dei Lucignolo. Sono le lacrime di quelli bravi! Le lacrime di chi ha preso 7 invece che 8 o 9. Sì, ogni tanto capita anche che chi prenda 5 ci rimanga male e pianga. Ma anche in questi frangenti non si tratta dei casi più difficili. Nella mia personale (e limitatissima) esperienza quelli che si meritano 3 perché non hanno fatto niente oppure perché non hanno sufficienti competenze per affrontare il triennio e si trovano lì un po’ per caso solitamente non piangono.

Magari ci rimangono male, magari sono tristi perché quel non fare niente ha altre cause non dette (difficoltà familiari per es.) ma, appunto, il voto rivela qualcosa che accade al di fuori della scuola e della lezione, non riguarda il processo di valutazione. Non è in gioco insomma, se non in modo molto indiretto, la stima di sé stessi e del docente verso di loro.

Invece sembra che le lacrime di quelli che una volta si chiamavano “secchioni” siano un fenomeno diverso. Che riguarda appunto proprio il problema della stima e dell’autostima che sono, non a caso, fenomeni di “valutazione”: quanto e come mi stimo? Possiamo darci mille spiegazioni psicologiche, sociologiche ed esistenziali rispetto a questo. Ma qui mi interessa guardare un altro lato della cosa.

Perché se da un lato penso che chi mostra questa fragilità abbia capito più di Lucignolo la rilevanza del sapere nella costruzione di sé e di un atteggiamento vivo e informato verso il mondo esterno, dall’altro penso che essa mostri invece il rischio opposto, cioè di concentrarsi troppo su sé stessi, un modo ancora infantile ed emotivo di vivere il sapere e il rapporto col docente.

In realtà sospetto che nella sfacciataggine del bulletto ci sia sì più menefreghismo (e dunque sempre una torsione egoistica verso di sé) ma anche un rapporto più sano con il sapere e l’istituzione. Che vengono considerati qualcosa di estraneo, della cui esistenza oggettiva faccio esperienza nella esteriorità della valutazione.

Esposti al sapere

Che il sapere sia là, che le conoscenze e le parole e le immagini del mondo mi vengano incontro da un’esperienza collettiva che dunque mi parla ma non mi appartiene, si rivolge alla mia interiorità ma mi è estranea, questa è l’esperienza decisiva di un sapere non alienato. Di questo sapere ci si appropria attraverso un doppio movimento che dal fuori va verso l’interiorità e dal soggettivo va verso l’oggettività.

Se uno è bravo e “ci tiene” con questo non è ancora detto che “tenga” alle cose giuste, anzi forse dovrebbe imparare da Franti che quel docente e quel voto non dovrebbero fargli paura: che se ciò accade sta combattendo ancora con fantasmi dentro di sé.

Se quella stessa fragilità trovasse nel sapere le parole per esprimersi avrebbe sublimato sé stessa e sarebbe diventata parte di quel processo di crescita che la scuola dovrebbe incoraggiare. Laddove invece si arresta al di qua, laddove esprime solo il dolore per non essere all’altezza di quel sapere che la giudica significa che non ha trovato ancora l’accesso, le manca il pezzo di strada che coincide con una rinuncia a sé.

C’è allora forse un rapporto ancora strumentale tra soggetto e conoscenza. Siamo nudi di fronte a un sapere che ha il potere di illuminarci per mostrarci la nostra mancanza. Solo se sappiamo vestirci della sua fragilità possiamo trovare le parole per esprimerla. E nel momento in cui ciò accade quella fragilità, che non è più solo nostra, smette di esercitare il suo potere irriflesso su di noi.

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