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diretto da Romano Luperini

Franco Fortini docente

Pubblichiamo un estratto da Educazione e utopia. Franco Fortini docente a scuola e all’università di Lorenzo Tommasini, appena edito da Quodlibet Studio (Quaderni dell’«Ospite ingrato»). Il volume è liberamente scaricabile sul sito dell’editore, che ringraziamo insieme all’autore.

1.2.2. Testimonianze di prassi didattica

Oltre alle riflessioni che abbiamo cercato di svolgere finora, bisogna riconosce che, purtroppo, dell’esperienza scolastica di Fortini non rimangono molte testimonianze. Proprio per questo però quelle poche che abbiamo a disposizione ci sono ancora più preziose e sarà bene soffermarci almeno brevemente su di esse.

Un primo riflesso si può cogliere in un testo diaristico dedicato ai funerali di Pinelli in cui si parla delle lezioni aggiuntive, fuori orario, che Fortini teneva sulla scuola di Francoforte ad un gruppo di studenti.

20 dicembre 1969 […]

Oggi a scuola ho tenuto la mia terza lezione sul testo di Marcuse a una quindicina di allievi. Ho cominciato alle due e venti. Avevamo finito l’orario scolastico alla una. La presidenza ci ha concesso l’aula. Sono stati gli studenti a chiedermi di parlare dell’Uomo a una dimensione. Quella loro quasi incredibile volontà di impadronirsi del linguaggio di un filosofo della scuola di Francoforte, con Hegel alle spalle. Non hanno mai ascoltata una lezione di filosofia e vengono, quasi tutti, da famiglie operaie della più tetra periferia e dell’hinterland.1

Si tratta di un’annotazione interessante per cogliere la generosità con cui il docente si prestava al confronto con i propri studenti e l’ammirazione che provava verso di loro e la loro voglia d’apprendere nonostante le difficoltà sociali e familiari che potevano avere.2 Infine può essere utile notare qui, all’inizio della sua carriera da insegnate, la predilezione per il lavoro in piccoli gruppi in cui si poteva instaurare più facilmente un rapporto umano; caratteristica questa che tornerà in altre occasioni e, in particolare, all’inizio degli anni Novanta quando Fortini si metterà a condurre un’esperienza simile con un ristretto numero di giovani.

Di queste caratteristiche troviamo conferma in un’altra preziosa testimonianza lasciataci dagli ex allievi durante una tavola rotonda tenutasi a Milano nel 2016.3 Anche qui abbiamo il racconto di una grande disponibilità di Fortini che non si sottraeva al confronto, spesso fuori dalla classe, e che cercava di istituire un rapporto che potesse andare anche al di là delle formalità istituzionali.

Con ognuno di noi andava ad instaurare un rapporto che era personale, che era profondo, che andava sempre al di là della correzione strettamente scolastica dei nostri elaborati, ma cercava di raggiungere le persone. […] Ciò che caratterizzò questo rapporto fu […] questa estensione al di fuori dell’orario scolastico delle relazioni tra noi e il “maestro”. […] Queste relazioni, che cominciarono semplicemente con il caffè al bar dell’angolo di via Tonale, un po’ alla volta si trasformarono in veri e propri momenti strutturati al di fuori dell’ambito scolastico. […] Spesso ci invitava a casa sua. In via Legnano potevamo passare sempre senza preavviso. Aveva preso con molti di noi questa abitudine di telefonarci mentre correggeva i compiti […] e i nostri genitori, che non conoscevano questa figura, stupiti ci sentivano per ore chiacchierare con il nostro professore di italiano.4

Il rapporto che si instaura prosegue anche dopo la fine della scuola, con vere e proprie lezioni che Fortini impartisce ad un piccolo gruppo di studenti quando avevano ormai già sostenuto l’esame di maturità. Questi incontri proseguirono finché non ebbe l’incarico all’università di Siena e avevano come temi prediletti Marcuse, Lukács, il surrealismo.5

A volte Fortini regalava i suoi libri, anche quelli di autori che gli erano cari, come avviene con una copia delle poesie di Brecht, dove aveva appuntato delle note in vista della propria traduzione, donata ad un’allieva.

Un vivido racconto di questo rapporto che si instaurava con gli studenti al di fuori delle mura scolastiche con uno scambio reciproco di informazioni e competenze, ci resta in un ricordo del cantautore Angelo Branduardi, che aveva avuto Fortini come insegnante, e a cui – nei pomeriggi passati insieme – volentieri il nostro autore chiedeva consigli e indicazioni musicali:

Con lui ho avuto un rapporto bellissimo tra i 16 e i 18 anni, quando ero studente. […] La sua scuola era quasi una bottega rinascimentale. Lui ci invitava a casa sua il pomeriggio e ci leggeva grandi poeti e anche le sue poesie. A casa sua poi passavano grandi poeti e intellettuali come Sanguineti o Zanzotto. Per me […] Fortini è stato un po’ un padre, una figura forte di riferimento. Era un uomo molto sicuro e anche molto umile. Non aveva grandi competenze musicali e mi chiedeva continuamente indicazioni e precisazioni musicali.6

Il rapporto diretto e aperto con gli studenti è testimoniato anche da una sorta di curioso ma significativo “dialogo poetico” che si viene a creare con alcuni di loro. È il caso di Paolo Massari che gli indirizza alcuni singolari versi in cui descrive la sua figura in classe per come veniva percepita dai ragazzi, dei quali Fortini, ancora anni dopo, si ricorderà con parole di gratitudine in una sua lettera all’ex studente:

A F. F.

Ci passi le idee

come santini,

dio come storia.

Nei tuoi versi

spesso tanto stanco

Franco

Fortini.7

I commenti che scrive ai temi in classe o ai compiti sono spesso «estremamente taglienti e pesanti se pensiamo che erano rivolti ad adolescenti».8 Si tratta di note che spaziano dalle considerazioni morali e psicologiche a quelle più squisitamente politiche. In generale si può rilevare da parte di Fortini una grande disposizione a prendere sul serio gli scritti e gli atteggiamenti dei suoi allievi, fermando la propria attenzione e discutendo anche sui dettagli. Tutto ciò viene comunemente espresso con toni fulminei e quasi epigrammatici, che fanno immaginare una precisa scelta comunicativa che va al di là del “genere”, tesa a fornire dei giudizi che puntano ad essere incisivi e a lasciare traccia nelle giovani menti affascinate9 e pronte ad accogliere i suggerimenti del docente. Possiamo così intuire come queste note costituissero uno dei luoghi privilegiati in cui si manifestava il rapporto tra il “maestro” e gli allievi.10

A volte questi commenti debordano dai limiti di un breve commento e diventano vere e proprie lettere. È questo il caso di uno scritto del 1969, poi pubblicato all’inizio degli anni Ottanta insieme ad altri con il titolo Da un diario inesistente.11

Si tratta di un testo importante per capire la concezione che Fortini ha dell’insegnamento e il suo rapporto con gli allievi. La lettera prende spunto da alcune lamentele avanzate dalla studentessa Ezia che protesta per lo scarso affetto e lo scarso interesse dimostrato dai docenti nei suoi confronti. A queste considerazioni Fortini risponde che nella società attuale, quella «del tardo capitalismo o del passaggio al socialismo», la figura del maestro non può istituire un rapporto basato sui sentimenti:

Il terreno della comprensione e dell’affetto fra insegnante e scolaro è quello della oggettività. […] Comprensione e affetto, se nascono, nascono a causa dell’oggetto, in sua occasione. Non in sé.

E poi aggiunge:

Si lavora sempre con i mezzi di emergenza: c’è un medico solo e cinquanta feriti, un professore solo e trenta allievi. La brutalità della indifferenza ai motivi privati, naturalmente entro certi limiti […], ha da essere scuola di sentimenti; che debbono sorgere, ancora una volta, dall’oggetto, ossia da quel che si vuol sapere o imparare; non dall’“anima”. Per questo è necessario che quanto si impara ci importi. O subito o mediatamente. E poi che chi ci insegna, come chi impara, creda a quel che sta facendo. E finalmente che il materiale che si elabora sia autentico e non sofisticato, sia cioè verità e cultura vera.12

Dunque l’unico rapporto possibile è un rapporto basato sulla condivisione di interessi inerenti all’oggetto del lavoro all’interno di un progetto comune. La scuola ha un altro compito rispetto a quello che richiede la studentessa. Il sentimento può entrare nel discorso didattico solo in un secondo momento e solo «là dove si dà un corpo sociale o una classe o una casta in qualche modo organici, resi organici nella loro stessa conflittualità da altro che non siano i sentimenti».13

Queste riflessioni di Fortini si intersecano con quelle che negli stessi anni stava portando avanti sulla figura dell’intellettuale.14 Uno dei saggi chiave per l’argomento è infatti proprio l’articolo Intellettuali, ruolo e funzione, scritto nel 1971.15 Tale scritto comincia criticando chi sosteneva la necessità del “suicidio” dell’intellettuale, distinguendo tra «ruolo» e «funzione». È solo il primo, inteso come collocazione del singolo «individuo in una gerarchia di poteri», che va estinto, mentre la seconda, che implica il posizionamento in una «gerarchia di valori», è frutto di una specializzazione che dev’essere esente da vergogna e tendenzialmente estesa al maggior numero possibile di persone. L’intellettuale infatti è padrone dei processi di sintesi e di astrazione e la sua «specializzazione […] rimane necessaria nella misura in cui serve a sviluppare analoghi livelli di funzioni intellettuali in tutti gli uomini» e, in particolare, in coloro che sono condannati a vivere di «sottoprodotti ideologici».16

Luogo privilegiato di questo processo è la scuola e suo agente l’insegnante, anche se la nuova scuola di massa di cui il movimento studentesco si è fatto promotore, nelle sue realizzazioni concrete induce la «produzione di schemi intellettuali ossia di modelli di comportamento mentale a funzionamento automatico», rendendo via via sempre meno vitale la circolazione intellettuale.17 Per questo si deve riaffermare la necessità della “funzione” intellettuale, e la sua inestricabile contraddizione che può trovare risoluzione soltanto nel «moto storico».

La trasformazione reale della società passa anche attraverso una ininterrotta attività pedagogica, in un discorso che è psicoanalisi collettiva. In una simile situazione, che qua e là può essere anticipata e tentata, non si chiederà comprensione ed affetto a nessun insegnante perché non ci saranno insegnanti, tutti lo saranno. […] Se lo scambio della comprensione e dell’affetto è avvenuto, fra insegnante e studenti, al livello giusto (quello dell’opera comune e della reciproca responsabilità) non c’è più bisogno di un particolare interessamento, o segno di affetto, perché si partecipa di un affetto e di un bene socializzati.18

L’attività della docenza, se proposta e accolta nella giusta maniera, può prefigurare quella socializzazione futura in cui gli uomini potranno compiutamente realizzarsi. Così i docenti svolgono una «funzione pedagogica, educativa, insopprimibile nella attività dell’intellettuale marxista, che va difesa e coltivata».19

Ancora nel 1990, in un’intervista, Fortini dichiarerà che il «comunismo» va inteso anche come «pedagogia generalizzata, come concezione del mondo (nel senso gramsciano della parola)»,20 confermando il perdurare dell’importanza di questo elemento nella propria visione della realtà anche dopo la fine dell’esperienza didattica diretta.

Il riferimento al pensatore sardo e la possibile influenza del suo pensiero su questo versante delle riflessioni fortiniane – e in particolare sull’importanza della mediazione intellettuale e sul suo rapporto chiave con l’istituzione scolastica – è stato valorizzato soprattutto da Donatello Santarone21 che ne ha messo in rilievo i legami con vari passi dei Quaderni del carcere, ma specialmente con il Quaderno 12, dove Gramsci tratta più direttamente di scuola e di educazione. Il critico chiama in causa soprattutto la distinzione tra «scuola attiva» e «scuola creativa». La prima è la fase in cui prevalgono la disciplina e il «conformismo» necessari per formarsi la base su cui si innesta la seconda fase in cui «si tende ad espandere la personalità, divenuta autonoma e responsabile, ma con una coscienza morale e sociale solida e omogenea».22 Ma per focalizzare meglio la riflessione sul rapporto tra mastro e allievo è opportuno chiamare in causa anche un altro passo chiave del ragionamento gramsciano che descrive il ruolo del docente che si fa rappresentante concreto del nesso tra istruzione e educazione:

Nella scuola il nesso istruzione-educazione può solo essere rappresentato dal lavoro vivente del maestro, in quanto il maestro è consapevole dei contrasti tra il tipo di società e di cultura rappresentato dagli allievi ed è consapevole del suo compito che consiste nell’accelerare e nel disciplinare la formazione del fanciullo conforme al tipo superiore in lotta col tipo inferiore.23

In Gramsci, come in Fortini, il docente ha dunque una preminenza e un compito dovuto alla sua maggiore consapevolezza del rapporto degli allievi con la società. Guidare gli altri nella presa di coscienza di tale nesso, diffondendo i mezzi e le modalità di esercizio della propria funzione, è il suo compito. In questo senso, ci dice Fortini, il privilegio di cui è investito è solo un momento di passaggio necessario per approdare ad un futuro diverso e si estinguerà con l’instaurazione di diversi rapporti tra gli esseri umani. Sentenzia infatti, rivolto agli allievi, con parole che richiamano quelle del ragionamento svolto in Intellettuali, ruolo e funzione:

Non accetto altra condizione che non sia quella di eguale. Voler essere vostro eguale vuol dire affermare io e, riconoscere voi, che vi sono superiore in esperienza e sapere, che esperienza e sapere sono privilegi ma che di tali privilegi non ho da vergognarmi perché quel che sembra mio non è mio. Io non sono proprietario di me stesso e del mio sapere. Né voglio essere servo di nessuno.24

1 Franco Fortini, Da un diario inesistente (1967-70), «Linea d’ombra. Trimestrale di narrativa», I, 1, marzo 1983, pp. 61-62. Questo brano, insieme alla parte del Diario inesistente dedicata ai funerali di Pinelli, è stato poi accolto in Franco Fortini, L’ospite ingrato. Primo e secondo, Marietti, Casale Monferrato 1985, p. 127 e ora si può leggere in SE, p. 999. Le successive citazioni sono tratte da quest’ultima edizione.

2 La citazione appena riportata prosegue così: «Stamani avevo scritto sulla lavagna un appello: si farà un’ora sola su Marcuse – delle due previste – perché c’è il funerale di Pinelli. Chi vuole ci venga. Poi ho detto – ma non so se ho fatto bene – che era meglio limitare la partecipazione. Quando alle tre e quaranta sono uscito ho capito che nessuno dei ragazzi avrebbe potuto venire. A quell’ora dovevano avviarsi ai pullman e ai treni della Nord per tornarsene nelle loro case. Ci sono di quelli che abitano a un’ora e mezzo di viaggio» (ivi, pp. 999-1000).

3 L’incontro aveva il titolo L’uomo e il poeta. Omaggio a Franco Fortini e si è svolto presso la Casa della Cultura di Milano il 22 novembre 2016. Erano presenti gli ax allievi dell’Istituto tecnico statale per il turismo di Milano Lauretta D’Angelo e Paolo Massari che hanno riportato ricordi loro e dei loro ex compagni di classe. La registrazione dell’intero incontro è disponibile all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=kQexxdIQQvc . Per una prima analisi di questa tavola rotonda si rimanda a Emanuele Zinato, Contro la dissipazione, per il sapere comune: Fortini e la didattica della letteratura, in Franco Fortini e le istituzioni letterarie, a cura di Gianni Turchetta e Edoardo Esposito, Ledizioni, Milano 2018, pp. 14-15.

4 Si trascrivono, con minimi adattamenti, alcune delle frasi dette durante l’incontro.

5 Si riporta un altro momento della tavola rotonda: «Fortini ci teneva delle lezioni, questo dopo aver fatto la maturità. Fortini ha continuato con noi il sodalizio finché non è stato incaricato a Siena. […] Fortini ci faceva delle lezioni che si ispiravano alla Freie Universität di Berlino dove ci parlava di Marcuse, […] Lukács […] e poi delle infinite, incredibili, lezioni sul surrealismo».

6 Angelo Branduardi e Luisa Zappa, Parole d’amore, intervista a cura di Paolo Jachia, 27 marzo 2007, consultabile all’indirizzo http://jamtv.it/content/parole-damore#.XVAZCnvOOM8. Traccia del profondo rapporto che si era instaurato tra Branduardi e Fortini si può individuare nel ruolo che il secondo ebbe nell’ispirazione che portò il primo a comporre canzoni famose come Domenica e lunedì, Alla fiera dell’Est e Il funerale (ibidem).

7 La poesia è stata letta, insieme alla lettera, sempre durante la tavola rotonda milanese.

8 Ivi.

9 Testimonianza del duraturo fascino dell’insegnamento di Fortini si ha sempre nella tavola rotonda milanese, dove troviamo anche ipotizzata un’influenza su alcune scelte di vita degli allievi, indirizzate da commenti o doni di libri.

10 La trascrizione di alcune di queste note si legge in Emanuele Zinato, Contro la dissipazione, per il sapere comune, cit., p. 15.

11 Franco Fortini, Da un diario inesistente, cit.; il secondo brano (ivi, pp. 59-60), contenente la lettera alla studentessa Ezia datata 20 maggio 1969, è stato poi ripubblicato in «L’ospite ingrato. Semestrale del Centro Studi Franco Fortini», VIII, 1, 2005, pp. 166-67. Si cita da questa seconda edizione. Di questa lettera è stata data parziale lettura durante la tavola rotonda milanese sopra citata.

12 Ivi, pp. 166-67.

13 Franco Fortini, Contro un’educazione letteraria dei sentimenti, «Il Messaggero», 1 maggio 1981. Fortini poi prosegue così il ragionamento: «Nego che Stendhal, e Manzoni, Tolstoj o Proust possano edificare chi è nato nella cultura della televisione e della pubblicità se prima o altrove non ha costituito entro di sé i modelli mentali e morali quali possono essere forniti solo o dalle grandi persuasioni comuni, cioè mete sociali, o dalle convinzioni religiose, filosofiche e dalle conoscenze scientifiche, storiche, economiche e linguistiche di base, quelle che si imparano (o si dovrebbero imparare) nella scuola» (ibidem).

14 Sulla riflessione che complessivamente Fortini sviluppa sulla figura dell’intellettuale si rimanda a Felice Rappazzo, «Una funzione insopprimibile». Gli intellettuali per Franco Fortini, in Id., Eredità e conflitto. Fortini Gadda Pagliarani Vittorini Zanzotto, Quodlibet, Macerata 2007, pp. 9-36.

15 Franco Fortini, Contro l’autopunizione, «Che fare», 8-9, maggio 1971, pp. 292-96, poi col titolo Intellettuali, ruolo e funzione, in QF, pp. 68-73. Si cita da quest’ultima edizione

16 Ivi, p. 72.

17 Ibidem.

18 Franco Fortini, Da un diario inesistente, cit., pp. 166-67. I corsivi sono nel testo.

19 Donatello Santarone, La dimensione educativa in Franco Fortini, «L’ospite ingrato. Semestrale del Centro Studi Franco Fortini», VIII, 1, 2005, pp. 171.

20 Franco Fortini, Intervista a Franco Fortini, a cura di Mavì De Filippis, «La Ragione Possibile», I, 1, maggio 1990 (numero monografico su Intellettuali e ideologia), ora con il titolo Finis historiae, in DI, pp. 574-90. Si cita da questa seconda edizione. Le parole riportate sono tratte da p. 577.

21 Donatello Santarone, La dimensione educativa in Franco Fortini, cit., pp. 170 e 174-75.

22 Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, vol. III, edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 2007, p. 1537.

23 Ivi, p. 1542.

24 Franco Fortini, Su un caso disciplinare, «Azimut», V, 26, novembre-dicembre 1986, pp. 65-66; poi in «L’ospite ingrato. Semestrale del Centro Studi Franco Fortini», VIII, 1, 2005, pp. 160-66. Si cita da questa seconda edizione. Il brano riportato è tratto da p. 65. I corsivi sono nel testo.

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Commento

  • È semplicemente un dato di fatto, ormai stabilmente acquisito dalla storiografia letteraria, che Franco Fortini sia uno dei maggiori poeti e saggisti della seconda metà del Novecento. Ma non basta, poiché questo scrittore fiorentino di origine ebraica, caratterizzato – e non è un ossimoro – da una profonda religiosità cristiana così come da un’indomabile intransigenza marxista, va considerato, a livello tipologico – l’estratto, qui offerto, del volume di Lorenzo Tommasini lo conferma – un vero e proprio educatore, inteso nell’accezione etico-politica che a questa qualificazione attribuisce Julius Stenzel nel suo classico saggio su «Platone educatore». Due ‘flash’ possono quindi risultare utili ad illuminare non solo la singolare personalità di un esponente eretico della sinistra politica e intellettuale italiana, sospeso tra apocalisse e profezia, quale fu Fortini, ma la inseparabilità, in lui, dell’impegno didattico-educativo dal rigore politico-culturale. Stranamente – ed è una carenza -, l’autore del volume in parola non ricorda, benché siano quanto mai significativi, rivelatori e ricchi di suggestione, due episodi del magistero educativo di Fortini, che sono invece riferiti da Franco Brevini in «Un cerino nel buio. Come la cultura sopravvive a barbari e antibarbari». Un suo allievo (ecco il primo ‘flash’), il quale, alcuni giorni prima che morisse, andò a trovare Fortini in un piccolo ospedale tra Milano e Pavia, dove il poeta era stato ricoverato, racconta che, oppresso dalla sorda rabbia di doversi congedare da quelle giornate indimenticabili in cui Fortini gli aveva fatto provare la vertigine della cultura, nello stringergli la mano lo sentì pronunciare delle parole che non avrebbe più scordato: “Non mi auguro in voi. Sono felice di sapere che non vivrò nel mondo che si sta preparando”. Un altro giovane, che ebbe la fortuna di essere suo allievo, ricorda il professor Franco Fortini, insegnante di italiano alle scuole superiori, che in un’epoca di scapigliato anticonformismo sessantottino entrava in classe con il suo impeccabile completo blu, su cui risaltavano ancor più gli argentei capelli e la montatura dorata degli occhiali: un professore che dava del lei, mentre gli studenti avrebbero voluto dare del tu a tutti i docenti. Lo stesso giovane, che confessa di non aver capito molto delle lezioni di Fortini, esposte nondimeno con trascinante eloquenza e intarsiate di aneddoti personali, ricorda che l’insegnante-poeta talvolta leggeva i suoi versi agli allievi, versi scritti magari la sera prima, dopo aver corretto i compiti. E confessa quanto gli piacevano quelle immagini incise, nitidamente classiche, quella poesia che, pur nella severità della forma, non dissimulava né le occasioni della sua origine né il bisogno, così fortemente sentito dal poeta, di riportare sulla pagina i problemi e i conflitti della realtà esterna.

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