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Simbiosi e perdita nel romanzo “Il puma” di Jean Stafford

Il romanzo Il puma  di Jean Stafford (Adelphi), nella recente traduzione di Monica Pareschi, può ben essere accostato alle opere narrative di scrittori statunitensi quali Faulkner, Cheever e Carver – con i quali l’autrice condivide anche la passione per il racconto – grazie alla compenetrazione di realismo, evidente nella rappresentazione dell’ambiente naturale e del contesto sociale,  e modernismo, volto all’introspezione psichica dei personaggi: la vivida consistenza dei paesaggi, degli abiti, delle stanze, delle voci, perfino degli odori va di pari passo con l’immersione nella mente e nello stato d’animo dei due giovani protagonisti.

Un romanzo di formazione e di perdita

Il puma, pubblicato negli Stati Uniti nel 1947, narra in terza persona la vicenda di due fratelli, Ralph e Molly, di dieci e otto anni e li segue nella loro crescita fino all’adolescenza: all’inizio del romanzo sono ritratti nella bella casa di Covina, in California, dove vivono con la madre e le sorelle maggiori Leah e Rachel. Orfani di padre, cercano di difendersi dall’eccesso di buone maniere e dall’ipocrisia perbenista della donna e dell’ambiente che li circonda, istituendo tra loro un rapporto simbiotico che li rende, in qualche modo, separati e inscalfibili.

L’equilibrio iniziale della storia viene però incrinato dall’arrivo del fratellastro della madre, lo zio Claude Kenyon, ranchero con l’hobby della caccia. Questa figura esercita un fascino particolare soprattutto su Ralph, abituato alla frequentazione di uomini ben più composti e prevedibili, il reverendo Follansbee su tutti. Su insistenza del giovane uomo, i due fratelli trascorreranno nella sua fattoria le estati successive, conoscendo in tal modo un mondo altro, polare rispetto a quello nel quale sono cresciuti:

Adesso [Ralph] capiva perché il nonno Kenyon, quando usava la parola «mercanti», la pronunciava come se fosse una bestemmia. Allora decise che il mondo era costituito da due gruppi di persone. Il primo, gli «uomini Kenyon», includeva quelli che, come lo zio Claude, conoscevano le abitudini degli animali, si assoggettavano al dominio delle stagioni e, con l’età, non diventavano né grassi e calvi come il nonno Bonney, né ossuti e bitorzoluti come il reverendo Follansbee. Quelli dell’altro gruppo li chiamava «mercanti Bonney» e includevano tutti coloro che aveva conosciuto in vita sua. (J. Stafford, Il puma, Adelphi, pp.113)

La contrapposizione tra gli “uomini Kenyon” e i “mercanti Bonney” si riverbera anche nel paesaggio: tanto quello californiano è florido e addomesticato quanto quello del Colorado è impervio e inospitale; lo stesso capita per l’habitat domestico:  tanto la casa di Covina è piena di “oggetti minuscoli, vasetti e scatole sui tavolini dorati e ninnoli appesi in ogni angolo” quanto il ranch è caratterizzato da una mobilia “robusta e solida come se l’avessero inchiodata al pavimento e le uniche cose di dimensioni ridotte erano i cataloghi di scarponi […], le confezioni di pallettoni, gli astucci per le esche” (p. 97). Insomma un dualismo inconciliabile che crea nei ragazzini una sorta di spaesamento:

Da quattro anni ormai Ralph e Molly passavano alcuni mesi con gli uomini e gli altri con i mercanti. Le loro vite erano come quelle dei figli di divorziati, che trascorrono una stagione col padre e il resto del tempo con la madre, e per questo si sentono spaccati in due e qualche volta si scoprono confusi, non ricordano quali sono i libri che hanno letto, le idee che hanno maturato, i suoni e le forme che hanno percepito in una casa o nell’altra. Allo stesso modo il rapporto tra loro era duplice. Al ranch quasi si ignoravano, ma a Covina, soli con la madre ora che Leah e Rachel erano in collegio, erano ancora legatissimi. (p.115)

Le vacanze in Colorado, a poco a poco, trasformano il processo di crescita di Ralph e Molly in una progressiva scissione della loro simbiosi. Infatti, se all’inizio del romanzo la sintonia tra i due fratellini, convalescenti dalla scarlattina, è perfetta e arriva al punto da farli soffrire di epistassi nasale nel medesimo momento in due differenti aule di scuola (“Ralph si precipitava nel corridoio sanguinando a profusione dal naso e trovava Molly che usciva proprio in quel momento dalla terza, con un fazzoletto appallottolato e fradicio premuto sulla faccia “, si legge nell’incipit), quattro anni più tardi essa può dirsi finita in coincidenza proprio con il soggiorno presso il ranch dello zio. Infatti Ralph sceglie quest’ultimo come modello di comportamento maschile: tuttavia avvicinarsi a lui, assumerne l’atteggiamento virile, considerarsi meritevole delle sue attenzioni comporta allontanare da sè la sorella. Molly, viceversa, vive chiusa in un mondo popolato di letture e di scrittura ed è ancora orgogliosamente legata a un rapporto esclusivo con il fratello, percepito come un campione. È durante una faticosa escursione sui monti che il ragazzo, ormai quattordicenne, osservando la sorella intenta a raccogliere dei fiori, percepisce con infinita tristezza tutta la lontananza da lei “perché quello di Molly era davvero l’unico amore che aveva, e per lui non era altro che un peso e un patimento”. (p. 115)

Il puma, vittima designata e Molly, vittima sacrificale

La perdita della simbiosi infantile si accompagna al delinearsi di una tragedia, incombente come la femmina di puma che si aggira nei boschi circostanti la tenuta dello zio. Ribattezzato “Riccioli d’oro” da quest’ultimo, l’animale è una presenza fantasmatica: appare di quando in quando sulle alture, riconoscibile per il suo manto biondo, imprendibile, sfuggente e bellissimo. Diviene, insomma, la preda che lo zio Claude sogna di poter esibire agli amici e che finisce per popolare anche i sogni di Ralph, emulo dello zio:

Se fosse riuscito a sparare al puma, decise, invece di scuoiarla l’avrebbe fatta impagliare e l’avrebbe tenuta in camera sua tutta la vita. Se fosse stato costretto ad andare all’università, l’avrebbe portata con sé. Avrebbe preferito che lo zio Claude non ci tenesse anche lui così tanto, perché sentiva, per qualche motivo, di avere più diritto di lui a Riccioli d’oro: la voleva perché la amava, mentre lo zio la voleva solo perché era una rarità. […] In realtà qualche volte dimenticava di non essere l’unico a darle la caccia e in quei momenti era come se fosse immerso in un bagno dorato di gioia. (p.209)

Nell’architettura complessiva del romanzo il puma è, insomma, allegoria della natura e dell’eros: è potenza, istinto, ingovernabilità e si contrappone al mondo ingabbiato, prevedibile e ipocrita della California. Pertanto la cattura del puma rappresenta, per il giovane, una sorta di rito di passaggio che dimostri la conquista di una sicurezza adulta e virile: Riccioli d’oro è l’oggetto del desiderio in nome del quale, tacitamente, Ralph gareggerà con lo zio in una battuta di caccia dall’epilogo tragico. La morte di Molly, colpita per errore dal fratello mentre mira il puma, suggella con il sangue la separazione tra i fratelli: se nella pagina iniziale del romanzo i due si ritrovano a scuola “con il sangue che usciva a fiotti dal naso” nella pagina finale il cadavere di Molly, sistemato in posizione eretto sul sedile accanto al fratello, mostra una “ferita sulla fronte come un frutto scoppiato”.

La perdita dell’infanzia simbiotica si consuma, insomma, in una tragedia priva di catarsi: la ragazza, esanime tra le braccia dello zio, “sembrava una lunga scimmia magra” e diventa la vittima sacrificale di Ralph, innamorato del corpo biondo e flessuoso del puma dagli occhi color topazio, trofeo amaro della sua crescita.

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