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diretto da Romano Luperini

Glutammato di Sodio

Breve presentazione di un ospite arcinoto

Scoperto nel 1908 dal chimico giapponese Kikunae Ikeda, il Glutammato è un costituente  dell’alga Kombu, alga comunemente utilizzata nella cucina giapponese.

Il Glutammato di sodio, tra gli amminoacidi più abbondanti in natura, è largamente utilizzato nell’industria alimentare come additivo (esaltatore di sapidità) e viene identificato dalla sigla E621; questo additivo lo abbiamo incontrato ed ingurgitato tutti, più volte al giorno, e continuiamo a farlo.

È possibile trovare il Glutammato di sodio in molti alimenti: latte, pomodori, funghi e, appunto, in alcune alghe. Il nostro parmigiano è il cibo che ne contiene di più (1,2 grammi ogni 100), ma, soprattutto, è l’ingrediente principale dei dadi e dei preparati granulari per i brodi che utilizziamo nelle nostre minestre, nei risotti e – lo si confessi o meno – lo spolveriamo per insaporire una padella di verdure o un nasello al forno.

Mi giustifico

Essendo un esaltatore di sapidità, l’E612 viene addizionato dall’industria alimentare a moltissimi prodotti che, però, vanno assumendo un sapore sempre più uniforme.

Lasciando da parte l’acceso dibattito relativo agli usi e agli effetti dell’E612 sul nostro organismo (dibattito che ha coinvolto chimici, neuroscienziati, nutrizionisti, pediatri, aziende, giornalisti, casalinghe…) e tralasciando pure gli sviluppi di una discussione che ha attraversato gli anni Sessanta per poi languire nei Settanta ed evaporare in seguito, vorrei invece utilizzare a mio favore le suggestioni che il Glutammato di sodio sembra offrirmi non su di un piatto d’argento, ma, più prosaicamente da un’odierna etichetta di ecopack.

L’E612 mi sembra poter assurgere a cifra dell’attuale situazione scolastica dominata da quel processo di Learnification – Idra dalle molteplici teste – del quale vorrei analizzare una sola dimensione, una sola testa sperando, ma forse oso troppo, di poterla mozzare se non definitivamente almeno per cinque minuti.

Apprendimento ed esaltatori di sapidità

Pare che, oggi, i contenuti disciplinari siano poco appetibili: rimangono sullo scaffale, gli studenti non li gradiscono. Come renderli più saporiti?

Aggiungiamo qualche additivo! La lista dei principali esaltatori di sapidità dalla quale sarebbe opportuno attingere è presto fatta, la possiamo costruire attingendo dal catalogo di Scuola Futura:

– Digital Storytelling

– Visual Literacy

– Gamification

– Metalearning

– Slideshow

– Soundscape

– Debate

Mi fermo, ma è possibile scorrere ben 168 pagine di offerta: esaltatori di sapidità per tutti. Additivi, ma non serve specificarlo, rigorosamente innovativi, inclusivi, green.

Mi metto d’impegno: aggiungo un pizzico di storytelling alla mia lezione su Zenone di Elea, un tocco di gamification al ciclo di lezioni dedicate a Spinoza, mezzo cucchiaino di flipped classroom al percorso su Hannah Arendt e il gioco è fatto. Quei contenuti insipidi e non graditi diventeranno gustosi, attraenti… acquolina in bocca, insomma.

Effetto Umami

Il citato (ma non approfondito) dibattito tra comunità scientifica ed industria alimentare ha prodotto  la scoperta del cosiddetto Effetto Umami (l’umami è  il quinto gusto, proprio quel particolare gusto sapido conferito ad un alimento dalla presenza di Glutammato di sodio sintetizzato e classificato come E612).

I palati cresciuti e assuefatti all’umami ne diventano dipendenti e, simultaneamente, non riescono più a riconoscere ed apprezzare altri sapori: sono palati che hanno perduto la capacità di cogliere le sfumature dei gusti (dolce, amaro, piccante, aspro), palati che vanno (talvolta disperatamente) alla ricerca dell’effetto umami: una salivazione rapida e abbondante, un appagamento istantaneo della gola, un conforto rassicurante che deriva da un sapore facilmente riconoscibile e definibile.

Perdonate la digressione, ma mi sembra che da parecchio tempo a scuola (forse anche all’università?) stia accadendo qualcosa di simile.

Docenti e studenti – spesso inconsapevolmente – sono colpiti dalla sindrome umami: il loro palato (il palato dei soggetti che insegnano e imparano) si è oramai assuefatto all’uso e consumo di determinati esaltatori di sapidità e pare non sia più possibile farne a meno: Lim, Smart TV, Kit didattici multimediali, metodologie didattiche innovative (vedi catalogo Scuola Futura)…

Tutti gli additivi sono confezionati, classificati e messi in vendita dalle aziende che si occupano di prodotti per la didattica.

Se durante la tua lezione non accendi la Lim, non utilizzi un qualche Kit didattico multimediale, non sperimenti una qualche metodologia innovativa, beh, il tuo caro Zenone di Elea non saprà di niente, risulterà insipido ed insulso: nemmeno il brodo della fuggitiva tartaruga ti potrà salvare. Il Piè veloce, il simpatico rettile, il paesaggio attico e compagnia bella verranno risputati fuori.

Devi darti da fare, caro Docente, devi aggiornarti e imparare ad introdurre nelle tue lezioni quella giusta dose di additivi che renderà finalmente gustosi, eccitanti, indimenticabili i tuoi altrimenti insipidi contenuti.

E612= Uniformità gustativa

E le nostre papille gustative?

E la nostra capacità di discriminare e assaporare gusti affini o diversi tra loro?

Un palato allenato alla diversità dei sapori sa discriminare, gustare e apprezzare una vasta (infinita?) gamma di sfumature gustative e sa riconoscere se ha a che fare con un impasto degno di questo nome oppure no, con una salsa di pomodoro degna di questo nome oppure no, con una crema pasticcera degna di questo nome oppure no.

Esistono ancora palati allenati a riconoscere ed apprezzare i diversi gusti?

Esistono ancora teste – mi riferisco alle teste di docenti e studenti – allenate a riconoscere ed apprezzare le differenti situazioni in cui si trovano ad insegnare o imparare?

Oppure – sopraffatte dagli esaltatori di sapidità – papille gustative e teste viaggiano spedite verso l’orizzonte dell’Uniformità?

Docenti e Studenti E612

Ogni docente è (dovrebbe essere) portatore di biodiversità culturale: il suo corpo, il suo linguaggio, lo stile, il suo modo di stare al mondo dovrebbero manifestarsi nel suo stare a scuola, in classe, nelle sue lezioni.

Ogni studente è (dovrebbe essere) portatore di biodiversità culturale: il suo corpo, il suo linguaggio, lo stile, il suo modo di stare al mondo dovrebbero manifestarsi nel suo stare a scuola, in classe, nel suo modo di partecipare alle lezione.

Succede – invece e paradossalmente – che proprio nell’Era della Personalizzazione a tutti i costi, Docente e Studente vadano perdendo la propria carica di biodiversità e, insieme, il loro “palato”.

Porto un unico esempio, ripreso dalla mia esperienza come membro del Comitato di Valutazione per i docenti neoassunti. Alla fine dell’anno scolastico (per i colleghi l’anno di prova) ci ritroviamo per la discussione che chiude il loro percorso. Sette docenti diversi per classe di concorso, età, provenienza geografica, percorso formativo, esperienze lavorative anche extrascolastiche; sette potenziali portatori di biodiversità culturale, mi dico e, quindi, mi aspetto sette discussioni diverse.

Risultato?

Sei docenti su sette presentano al Comitato di Valutazione il loro elaborato finale esattamente allo stesso modo: ciascuno dei sei accende la Smart TV, collega il proprio dispositivo, presenta il PPT predisposto per l’occasione descrivendo le diapositive che scorrono sullo schermo. Uno solo, tra i sette, si rivolge al Comitato a modo suo (un modo diverso): se ne sta seduto, ci guarda in faccia, ci parla, racconta qualcosa di personale, riflette sull’andamento dell’anno scolastico. E il Comitato (la maggioranza dei membri) come reagisce? Il Comitato concorda rispetto al fatto che sei candidati si sono impegnati, sono stati coinvolgenti, accattivanti, hanno presentato un elaborato gustoso. E il settimo candidato? No, lui no: pigro, indolente, poco dinamico, poco interattivo, forse pure un po’ saccente, sicuramente noioso.

Attenzione, non sto denigrando il lavoro dei sei neoassunti, né esaltando quello del settimo; sto cercando di descrivere una situazione esemplare, sulla quale, credo, sarebbe opportuno riflettere collettivamente. Perché?

Perché qualcosa di simile accade in classe, in tutte le classi dello scalcagnato Stivale, quasi ad ogni ora, per tutte le discipline, trasversalmente ad ogni grado scolastico.

Additivi per tutti, docenti e studenti: lezioni con una struttura, un linguaggio, uno stile, un’atmosfera sempre più uniformi. E le nostre teste risultano sempre più assuefatte agli esaltatori di sapidità.

Conviene specificare: gli esaltatori non sono un male per sé stessi, ma lo diventano quando si pretende di affidare loro un ruolo e una funzione risolutiva, quando vengono scambiati per finalità (e perdono la funzione di mezzi da utilizzare con cognizione di causa), quando si presentano come l’unica via valida per tutti, quando diventano – insomma – sterminatori di biodiversità culturale.

E quindi? Ci stiamo armando per arginare questi processi? Stiamo cercando di recuperare quella sensibilità (gustativa e culturale) che, in parte, abbiamo già perduto? Ci stiamo interrogando sugli effetti (già tangibili) dell’effetto umami su docenti e studenti?

Ma no! Avanti tutta, acquistiamo scorte di E612 per insaporire lezioni da qui all’eternità. E facciamo pure aggiornamento: bisognerà pur sapere come utilizzare efficacemente tutta la vasta gamma di esaltatori di sapidità che le aziende ci offrono con tanto entusiasmo pedagogico.

E i palati sottili?

Mi pare vadano estinguendosi, sarà il caso di considerarli specie protetta e di comportarsi di conseguenza.

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Commento

  • L’articolo delinea una delle caratteristiche della scuola degli ultimi anni: la rincorsa alla moda didattica che ci ha resi, ahimè, tutti standardizzati nelle metodologie e nell’approccio alle classi. Nel mio piccolo, cerco sempre di interrogarmi se il contenuto culturale che propongo potrà essere insegnato in modo più efficace avvalendosi di TIC o metodologie attive, ma a volte constato che esse producono solo sollecitazioni che deviano dal focus dell’apprendimento, che è la classe come negoziatrice di valori e significati. Credo che il buon insegnante debba fare prima un’analisi della classe e del contesto in cui opera e poi decidere se aggiungere questi additivi, interrogandosi se possono dare quel quid in più. Per quanto riguarda la critica velata a Scuola Futura e alla massiccia dose di attrezzature digitali entrate a scuola nel post covid, credo che si debba indagare la questione con più profondità : hanno fatto sicuramente girare l’economia, ma hanno dimenticato che la tecnologia è inutile senza adeguata e qualificata formazione. Non condanno la gamification (che uso), né il debate (che provo ad usare), ma implicano una sorta di “rivoluzione copernicana” del nostro modo di agire. Il grosso problema è che si sta cercando di innovare senza considerare tre aspetti: una classe docente anziana e quindi demotivata, strutture scolastiche spesso fatiscenti, modalità di verifica dell’apprendimento dall’alto ancora basate su conoscenze e abilità. La buona scuola,infine, mi permetto, è quella che accoglie modi e stili diversi di insegnare, perché solo così gli studenti potranno essere messi di fronte a diverse modalità si agire, su cui modellare il proprio modo di essere. La biodiversità va salvaguardata, ma senza arroccarsi in sterili laudationes temporis acti.

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