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diretto da Romano Luperini

Proposte per giovani lettori – “Assassinio sull’Orient Express” di Agatha Christie

Assaggio di lettura

«Neve?»

«Ma sì, monsieur, non l’ha notato? Il treno è fermo. Siamo incappati in una tempesta di neve. Dio sa quanto resteremo qui. Ricordo che una volta ha nevicato per sette giorni».

«Dove siamo?»

«Fra Vinkovci e Brod.»

«Là là» disse l’investigatore irritato.

L’uomo si allontanò e tornò con l’acqua.

«Bonsoir, monsieur».

Poirot ne bevve un bicchiere e si accinse a dormire.

Era proprio sul punto di appisolarsi quando qualcosa lo svegliò di nuovo. Questa volta era come se qualcosa di pesante fosse caduto con un tonfo contro la porta.

Balzò in piedi, aprì e guardò fuori. Niente. Ma alla sua destra, nel corridoio, una donna avvolta in un kimono scarlatto si allontanava da lui. All’altro capo del corridoio, sul suo seggiolino, il controllore annotava cifre su grandi fogli di carta. C’era un silenzio di morte.

«Decisamente ho i nervi tesi» disse Poirot ritornando a letto.

A quel punto dormì fino al mattino.

Genere: Giallo

Il titolo

Con mossa tipica dei gialli, il titolo — Assassinio sull’Orient Express —  fornisce cataforicamente l’anticipazione del delitto e del luogo in cui si consuma. Tuttavia, come si legge nella prefazione all’edizione Oscar Mondadori, l’allusione al mitico treno internazionale che attraversava l’Europa reca con sé una consapevole inesattezza referenziale, che l’autrice probabilmente sfrutta a fini evocativi. Il convoglio a bordo del quale si svolgono i fatti, e che Agatha Christie nomina con precisione nel racconto, è il Simplon Orient Express. Non si tratta dunque del primo Orient Express, che inizia a circolare tra Parigi e Istanbul nel 1889, ma della sua riedizione datata 1919. In mezzo c’è stata la prima guerra mondiale, con il cambiamento dell’assetto geopolitico europeo e il crollo dell’impero turco-ottomano. Così, se il primo Orient Express era stato il treno dei reali d’Europa, come riferisce Oreste del Buono nella citata prefazione il «Simplon Orient Express cambiò strada, padroni, lingua e stile […] lasciando in disparte la Germania sconfitta e l’Austria-Ungheria disfatta» per toccare «Losanna, Milano, Venezia, Trieste, Zagabria, Belgrado, Nisch, Sofia, Edirne sino a Istanbul». Oltre quarant’anni di storia (la vicenda del libro è ambientata nel 1933) che hanno reso il (Simplon) Orient Express un treno pericoloso una volta superata la frontiera italiana  — prosegue la prefazione — frequentato da avventurieri e banditi e, in generale, da viaggiatori che ormai non rappresentano tanto uno spaccato della società europea quanto di quella americana.

I personaggi

Questo spaccato di società multiculturale, con viaggiatori di diversa nazionalità e estrazione sociale, è esplicitamente descritto nel capitolo tre, in una scena ricca di fascino. In realtà alcuni personaggi chiave del racconto sono introdotti dall’autrice già dalle prime pagine del libro: durante il viaggio da Aleppo a Istanbul sul Taurus Express, il celebre investigatore, Hercule Poirot, ha già conosciuto una giovane istitutrice inglese di ritorno da Baghdad, la signorina Debenham, e il colonnello Arbuthnot di ritorno dall’India. All’hotel Tokatlian di Istanbul ha poi incrociato il sinistro affarista americano Ratchett (alias Cassetti) e il suo dipendente. Ma è solo il giorno dopo la partenza, quando tutti questi personaggi si ritrovano insieme ad altri a fare colazione nel vagone ristorante, che quel mosaico si riaggrega nella sua rappresentatività sociale. Attraverso la conversazione tra Poirot e il direttore della Compagnia internazionale dei vagoni letto, monsieur Bouc, i tratti di questo vivace spaccato sociale, peraltro funzionale agli sviluppi della storia e alla stessa risoluzione del caso, sono esplicitamente messi di fronte al lettore: «Se avessi la penna di un Balzac, descriverei questa scena!» esclama compiaciuto Bouc, rivolto a Poirot. E di qui, in effetti, prende le mosse una vera e propria rassegna. A quelli già abbozzati si aggiungono gli altri protagonisti del racconto: Hector MacQueen, segretario del signor Ratchett; un’eccentrica signora americana, la signora Hubbard, molto incline alla chiacchiera; la missionaria svedese, Greta Ohlsson; la ricca principessa russa Dragomiroff; Hildegard Schmidt, cameriera tedesca della principessa; il conte Andrenyi, diplomatico ungherese, e la contessa sua moglie; l’investigatore privato americano Hardman; un rappresentante di automobili italiano, Antonio Foscarelli; Masterman, il maggiordomo inglese di Ratchett; Pierre Michel, controllore del vagone letto. Infine, il medico greco Constantine, che assisterà Poirot nella sua inchiesta.

La caratterizzazione di questi personaggi è doppiamente interessante. Lo è a un primo livello, come accennato, per essere variamente rappresentativi della propria epoca, e lo è a un secondo livello perché ciascuno di loro in questa storia occulta una parte fondamentale della propria biografia e dissimula il proprio dolore, portando avanti un’impostura che in diversi casi implica addirittura l’assunzione di una falsa identità o un vero e proprio travestimento, come viene fuori nel corso del racconto. Del resto la stessa vittima, Ratchett-Cassetti, attraversa varie metamorfosi nel giro di poche pagine: da losco uomo d’affari poco raccomandabile, a vittima dell’omicidio, a tremendo carnefice, quando si apprende dei suoi crimini passati. Allo stesso modo il camuffamento è l’escamotage al quale ricorrono gli stessi assassini per sviare le indagini: dalla misteriosa donna con il kimono scarlatto, al piccolo uomo travestito da controllore che alcuni personaggi giurano di aver visto. Questa complicata architettura fatta di continue conferme e smentite, di dettagli che in qualsiasi momento possono ridefinire l’identità dei personaggi, è poi nel suo complesso portatrice di un significato ulteriore, nella misura in cui allude simbolicamente alla continua dialettica tra l’identità che si offre socialmente e quella che si nasconde nella propria intimità e che spesso si sostanzia attorno a un qualche devastante dolore (si potrebbe dire psicanaliticamente trauma). L’unico che sembra sfuggire a questa logica ferrea è Hercule Poirot, per quanto anche le sue insistite bizzarrie possano essere lette come il sintomo di un’interiorità tutt’altro che pacificata. E tuttavia i personaggi assumono rilievo non tanto per lo spessore emotivo o per la loro psicologia, quanto perché vengono messi al servizio della macrostruttura testuale, con finalità che attenuano perfino il rilievo tematico della dialettica tra giustizia e vendetta, che pure attraversa tutto il racconto.

La storia

Il noto ispettore belga Hercule Poirot giunge da Aleppo a Istanbul, da dove è costretto a ripartire la sera stessa a seguito di una lettera in cui gli si chiede di rientrare con la massima urgenza a Londra. Tuttavia il Simplon Orient Express su cui deve viaggiare è insolitamente affollato e Poirot riesce a imbarcarsi solo grazie all’intervento del suo amico, monsieur Bouc, direttore della Compagnia internazionale dei vagoni letto, il quale decide di farlo viaggiare in uno scompartimento di seconda classe, lasciato vuoto da un passeggero che ha prenotato ma che non si presenta alla partenza.

A bordo del Simplon Orient Express Poirot, la cui identità è nota a diversi passeggeri, rifiuta l’incarico offertogli da Ratchett, il quale chiede protezione all’investigatore poiché bersaglio di alcune minacce di morte. Durante la notte, mentre il treno partito da Belgrado a causa di una tempesta di neve è fermo nel tratto tra Vinkonvci e Brod, nel vagone Istanbul-Calais c’è molta agitazione. Nella concitazione delle chiamate al controllore che giungono dallo scompartimento di Ratchett —  che si trova proprio accanto a quello di Poirot —  e da quello della signora Hubbard, l’investigatore verrà svegliato ben due volte, prima da un grido e poi da un tonfo contro la porta, e si troverà testimone involontario di una serie di fatti: una voce in francese che dallo scompartimento di Ratchett annulla la chiamata al controllore («Ce n’est rien. Je me suis trompé»), le lamentele della signora Hubbard e una misteriosa donna avvolta in un kimono scarlatto che percorre rapidamente il corridoio del vagone, mentre dall’altro capo il controllore compila le sue carte.

Il mattino seguente si sparge la notizia che il treno è fermo e poco dopo quella ben più grave dell’assassinio di Ratchett, avvenuto nella notte. Su richiesta di Bouc, dopo aver ispezionato il cadavere della vittima trafitto da dodici pugnalate, Poirot assume la conduzione dell’inchiesta che, in una serie di successive approssimazioni, porterà alla reinterpretazione di tutti i dettagli da lui stesso osservati la notte del delitto. Attraverso l’unico indizio vero che si ritrova nello scompartimento della vittima — il frammento di una lettera minatoria — Poirot scopre che Ratchett altri non è che Cassetti, autore anni prima del rapimento e dell’assassinio della piccola Deisy Armstrong, e che tutti i passeggeri sono legati a diverso titolo a quella terribile vicenda, che aveva avuto come conseguenza la morte di altre cinque persone. Mentre l’inchiesta procede si precisa via via anche il quadro delle relazioni dei personaggi tra loro, con la vittima e con la famiglia Armstrong. Il delitto assume sempre di più l’aspetto di un enigma insolubile, in cui una serie di falsi indizi catalizza l’attenzione di Poirot e con lui del lettore, mentre tutti e nessuno al tempo stesso sembrano essere coinvolti.

E infatti l’assassino di Ratchett non è uno, e nemmeno due come ipotizza a un certo punto insieme a Bouc, ma tutti i passeggeri del vagone Istanbul-Calais. Tredici congiurati per dodici assassini (il posto della fragile contessa Andrenyi viene preso dal marito) che hanno agito in modo premeditato e coordinato — una pugnalata ciascuno — con lo scopo di consumare la propria vendetta nei confronti di Cassetti, pianificando un delitto che doveva risultare commesso da un ignoto assassino. Il quale, nei piani, tutti i congiurati avrebbero poi riferito di aver visto scendere dal treno e allontanarsi alla stazione di Brod. Se non che i congiurati sono costretti a fare i conti con due imprevisti: la tempesta di neve che ferma il Simplon Orient Express prima della stazione di Brod e la presenza a bordo dello stesso Poirot, nello scompartimento accanto a quello della vittima, che era stato appositamente prenotato a vuoto. E così alla messa in scena già programmata, si sovrappone anche quella che i congiurati recitano a solo beneficio di Poirot, affinché l’investigatore compia deduzioni erronee in particolare sull’ora del delitto. Tra i falsi indizi (oltre alla donna con il kimono scarlatto, un nettapipe e un fazzoletto trovati nello scompartimento di Ratchett) vi sono però minuscoli ulteriori dettagli — i veri indizi visibili solo a un osservatore dalla mente insolitamente acuta — che consentono a Poirot di chiudere il caso, di cui fornisce tuttavia due possibili soluzioni.

La prima, quella che i congiurati hanno tentato di accreditare e che «fa acqua da tutte le parti» in base alla quale l’assassino di Ratchett è salito sul treno travestito da controllore a Vinkovici, per poi discenderne dopo aver compiuto l’omicidio e essersi liberato dell’uniforme. E poi la seconda, quella vera che tutto spiega e che Poirot espone per ultima e che nonostante l’ammissione da parte dei congiurati non sarà riferita alle autorità ufficiali. In modo del tutto spiazzante l’investigatore lascia a Bouc — che ha tutto l’interesse a che la questione si chiuda senza troppi scandali o clamore — il compito di decidere quale versione presentare.

Perché proporlo

La soluzione dell’enigma, che costantemente sfugge a una comprensione razionale per la molteplicità di piani finzionali che si intrecciano e perché, nella finzione narrativa, il quadro che emerge dall’inchiesta di Poirot deve programmaticamente essere irrazionale, mobilita sin da subito il lettore, impegnandolo nella formulazione di ipotesi interpretative che di volta in volta devono essere riviste. Il testo può quindi essere considerato come una palestra in cui allenarsi all’interpretazione e nel suo complesso funziona come una gigantesca metafora del carattere intrinsecamente equivoco dei testi letterari, o meglio ancora come messa in scena della loro pluridiscorsività, mentre l’interpretazione continuamente difetta per la sottrazione delle informazioni o per il loro deliberato camuffamento. Il momento in cui il testo apre effettivamente un conflitto interpretativo è quello conclusivo, quando Poirot, dopo aver risolto il caso, lascia a Bouc la decisione rispetto a quale versione fornire alle autorità ufficiali. Perché? Da quale posizione interiore, etica e psicologica? Con quale stato d’animo? La prova della polisemia del finale, che può riverberarsi a ritroso su tutto il testo, è ben testimoniata a esempio dalle interpretazioni di alcuni adattamenti cinematografici (segnalati in coda al pezzo), che restituiscono dei Poirot più o meno plausibili e molto differenti tra loro — cinicamente ma cordialmente ironico, appagato dalla propria arguzia, emotivamente partecipe del dolore dei congiurati o al contrario freddo osservatore indifferente al loro destino, o ancora fustigatore morale, che inclina addirittura verso un umorismo cupo, oppure modernamente attraversato da tensioni psicologiche di varia natura — a seconda del diverso rilievo che si accorda alle motivazioni che si presume sostengano la sua decisione. Le differenti rese del personaggio sono anche l’occasione per riflettere su ciò che è effettivamente autorizzato dal testo, e quindi sulla dialettica tra libertà e vincoli dell’interpretazione. Il libro può essere utile in un percorso di apprendistato alla lettura, in cui si possono inoltre proficuamente sfruttare anche tutti i riferimenti geostorici che offre ed è particolarmente indicato per gli alunni delle classi seconde della secondaria di primo grado e per il biennio.

Gli aspetti formali

Il testo si caratterizza per la sua complessa organizzazione macrostrutturale e per la capacità di variare gli ingredienti tipici del giallo classico deduttivo, ciò che nell’insieme costituisce l’ossatura del dialogo e della sfida che l’autrice instaura con il lettore. Ne discende una sofisticata tecnica combinatoria, la cui artificiosità è tuttavia alquanto temperata proprio dalla felice ambientazione storica sul Simplon Orient Express. Nel testo prevalgono le sequenze dialogiche che ne saturano costantemente la dialogicità secondaria, all’interno della quale spesso si aprono ulteriori citazioni che rimandano a precedenti discorsi dei personaggi. La sintassi inclina alla subordinazione. Tutto ciò, insieme al lessico non sempre accessibile per i lettori più giovani, intensifica la complessità del testo, per cui può essere utile affrontarlo alternando momenti di lettura autonoma e successiva discussione con il docente a momenti di lettura condivisa, per quanto la lettura possa anche essere affrontata individualmente.

Informazioni editoriali

In questo contributo cito dall’edizione Oscar Mondadori del 2016, con prefazione e postfazione di Oreste del Buono. La traduzione è quella di Lidia Zazo del 1987, la prima fedele al testo di Agatha Christie, dopo le manipolazioni e la censura del periodo fascista.

La storia delle vicende editoriali del testo in Italia rappresenta un’occasione per riflettere sulla presenza di alcuni stereotipi, sulla loro effettiva portata e attuale percezione, rivelandosi quindi estremamente utili in chiave didattica.

Adattamenti cinematografici

Assassinio sull’Orient Express (1974) di Sidney Lumet

Assassinio sull’Orient Express (2001) di Carl Schenkel

Assassinio sull’Orient Express (2010) di Philip Martin

Assassinio sull’’Orient Express (2017) di Kenneth Branagh

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