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diretto da Romano Luperini

Sull’utilità (e il danno?) del sindacato nella scuola

Premessa metodologica

Alla logica binaria del dibattito pubblico sull’istruzione (tecnofli contro luddisti, conservatori contro innovatori, disciplinaristi contro pedagogisti) non sfugge il discorso sulla presenza del sindacato nella scuola. In quest’articolo, vorrei invece stare lontano da una lettura ideologica dei problemi, e il modo migliore per provarci è riconoscere alcune ragioni e emozioni.

Le riflessioni che seguono sono frutto di un decennio di lavoro come rappresentante sindacale nella “mia” scuola, culminati da qualche mese in un parziale distacco che mi impegna in assemblee, contrattazioni e confronti in istituti di diverso grado e tipologia. All’origine di esse non c’è quindi un interrogativo sull’utilità del sindacato. Ci sono invece i tanti dubbi suscitati dall’esperienza e le critiche mosse alle organizzazioni da persone serie e intellettualmente oneste: tecnici dell’amministrazione, dirigenti non autoritari, colleghe e colleghi senza pregiudizi.

Lungi da me l’idea di poter rispondere con un’argomentazione che risolva tutti questi contrasti. Vorrei invece fornire elementi per un discorso obiettivo, a partire da due ferme convinzioni. La prima: mi sembra vitale che il lavoro sindacale continui e assuma anzi nuova importanza nel mondo dell’istruzione, perché è un presidio contro la deriva neoliberista che sta investendo la scuola. La seconda: non è realistico chiedere a chi lavora di riconoscersi nel sindacato in forza di un’abitudine o di un prestigio storico pur meritatissimo; è quindi necessario trovare nuove parole e pratiche, che siano in grado di controbattere le logiche di aziendalismo e mercificazione molto diffuse nell’istituzione. Proverò a indicare alcuni snodi cruciali della questione.

Fra corporativismo e solidarietà

Il sindacato si trova da tempo al crocevia fra la difesa di interessi corporativi e la lotta per principi e diritti che si esprimono nella collaborazione e nella solidarietà fra le persone che lavorano. Oggi, le politiche neoliberiste promuovono anche nella scuola individualismo e competizione, e tendono a trasformare definitivamente in servizio commerciale quella che è stata, e per molti ancora è, una istituzione pubblica: sono in gioco la dialettica e l’intreccio fra interessi del singolo e della collettività, e il significato stesso della dimensione sociale e collegiale del nostro lavoro.

Di fronte a una realtà così complessa, si delineano due modi di fare e essere sindacato. Il primo è decisamente orientato alla soluzione dei problemi del singolo: vive del conflitto e lo affronta sul piano giuridico; promuove in chi lavora una mentalità di affidamento e delega assoluta allo specialista dell’organizzazione. Il secondo lavora per una soluzione normativa collettiva: vive di mediazione e affronta il conflitto in termini di trattativa e dialogo, considerando estremo il ricorso a avvocati e giudici; chiede a chi lavora partecipazione e attività quotidiana.

La tensione fra questi modi di essere è palpabile in diverse occasioni: per esempio, quando un docente interpella diversi sindacati alla ricerca non di una risposta giusta perché conforme alla norma, bensì conveniente in relazione alle sue aspettative, che non sono sempre legittime. Naturalmente, questi orientamenti non caratterizzano in esclusiva sindacati “buoni” o “cattivi”: attraversano invece le anime di ogni sigla e di ogni militante, di fronte a logiche di sistema che tendono a isolare e frammentare, sostituendo alla ricerca di una larga solidarietà forme di competizione e egoismo individuale.

Fra separatezza e unione

L’alternativa fra separatezza e unione è oggi radicale. Su questa linea di frattura l’azione del sindacato acquista o perde il suo valore.

All’interno dell’istituzione, l’alternativa tocca prima di tutto le relazioni spesso difficili fra gruppi di lavoratrici e lavoratori. Un esempio di questa situazione è rappresentato dalle contrapposizioni che emergono nelle contrattazioni per la ripartizione dei finanziamenti disponibili: docenti contro personale ATA, quando si stabiliscono le rispettive quote; docenti contro docenti, quando si decide quali progetti o azioni formative privilegiare, e a scapito di quali altre. Per sciogliere questi nodi, in alcune realtà si fa ricorso al dialogo aperto e alle dinamiche democratiche, valorizzando gli organi decisionali sovrani di cui la scuola dispone: al collegio dei docenti, per esempio, e solo al collegio dei docenti, spettano le decisioni in ordine alla didattica e alla fisionomia culturale e progettuale di ciascun istituto. In altre realtà, invece, si trasformano gli organi collegiali in luoghi in cui la discussione è osteggiata o resa impossibile, dove si ratificano decisioni assunte altrove, in genere attraverso dinamiche individuali e privatistiche. Una fotografia chiarissima di quest’ambivalenza è data dalla lettura degli ordini del giorno di molte riunioni collegiali, in particolare i collegi docenti: elefantiaci, dettagliatissimi, pieni di incombenze burocratiche e compilative. Si tratta di un modo per svuotare di senso e valore l’esistenza stessa dei luoghi di dibattito e costruzione condivisa nella scuola.

Ѐ un fatto che il sindacato non contrasti sempre con la dovuta fermezza queste pratiche. Talvolta, anzi, se ne rende complice quando candida nelle sue liste collaboratori della dirigenza e membri dello staff, tradendo la logica che fonda qualsiasi trattativa: la presenza di due controparti, che in un quadro di norme legittime rappresentano interessi distinti.

Nel rapporto fra l’istituzione scolastica e il mondo esterno ad essa, un terreno comune sul quale negli ultimi anni si è tornati a costruire un comune sentire politico e ideale è il rapporto con temi forti del dibattito pubblico popolare: la partecipazione attiva di diverse sigle e componenti del mondo sindacale alle lotte contro il cambiamento climatico e alle manifestazioni per la pace costituisce un segnale significativo.

Tuttavia, la sostanziale assenza di unità fra le sigle costituisce un grave problema. Insieme all’intreccio ambiguo fra attività sindacale e politica (le cui conseguenze sono tristemente sottolineate dal recente caso di corruzione al Parlamento Europeo) questa disunione pone seri problemi etici e di onestà intellettuale. In generale, la debole ricerca di unità di fronte alle politiche scolastiche – fino agli scioperi recenti – ha indebolito tanto l’immagine dei sindacati nel loro insieme quanto la loro forza contrattuale.

La discussione in corso sul rinnovo della normativa nazionale sembra invece segnare un recupero, perché sono stati scelti pochi obiettivi chiari e importanti. Due esempi fra tutti valgono a dimostrare quanto bisogno ci sia di una controparte forte rispetto alle scelte giuridiche attuate dall’amministrazione degli ultimi anni, indipendentemente dal colore politico del governo: la clamorosa disuguaglianza di diritti e obblighi fra il personale stabile e quello precario (che quest’anno supera le 200.000 persone), e la sottile arma di ricatto costituita, nella maggior parte dei provvedimenti disciplinari, da una procedura in cui la dirigenza gioca sia il ruolo dell’accusa (perché emette la contestazione), sia quello del giudice (perché decide sul merito e commina la sanzione).

Fra conservazione e cambiamento

La disunione sindacale aggrava colpevolmente la crisi del concetto e delle pratiche di rappresentanza che investe tutti gli ambiti istituzionali. Ѐ importante però sottolineare che la responsabilità di questo mancato riconoscimento del valore collettivo e sociale del sindacato non si esaurisce affatto nelle debolezze, talvolta nelle complicità, che alcune organizzazioni hanno mostrato negli anni di fronte al governo di turno (soprattutto quando era considerato “amico” per una generica comune appartenenza storico-politica). La crisi della rappresentanza rientra infatti in fenomeni molto più profondi, che alcuni intellettuali studiano da tempo con intelligenza. Colin Crouch e Marco Revelli, in particolare, hanno analizzato in studi importanti (“Postdemocrazia”, “La politica senza politica”) il passaggio dalla mobilitazione sociale alla competizione individuale che caratterizza le moderne postdemocrazie occidentali, al cui interno perde progressivamente di significato la distinzione fra pubblico e privato, mentre acquista un peso sempre maggiore il ruolo di logiche commerciali e pubblicitarie nella comunicazione in generale, in quella politica in particolare.

In questo quadro, è un’ottima notizia che le recenti elezioni per le RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie) abbiano fatto registrare una partecipazione alta al voto, nonostante le difficoltà incontrate in molti istituti nel reperire candidate e candidati autorevoli, disposti a prestarsi a un lavoro faticoso e gratuito. Lo è altrettanto la quotidiana constatazione che, sui posti di lavoro e nei servizi di consulenza, c’è bisogno di sindacato, perché le persone hanno bisogno di parlare, chiarire dubbi, trovare ascolto, talvolta in relazione a specifiche problematiche (in questi mesi, soprattutto la giungla normativa legata a concorsi, precedenze, graduatorie), talvolta più semplicemente per aprire spazi liberi di parola che la burocratizzazione e il primato dell’organizzazione tendono a chiudere.

Che a questo bisogno sappia rispondere la capacità, dei vertici delle organizzazioni e delle persone che le rappresentano nei luoghi di lavoro non è ovviamente scontato. La sola presenza di riferimenti sindacali, tuttavia, è fondamentale, in un momento di forte ricambio generazionale, quando intraprendono il loro lavoro nella scuola persone spesso ignare dei loro diritti, o disinteressate rispetto alle implicazioni sociali e politiche del loro lavoro intellettuale, vittime della trasformazione della professione di insegnante in lavoro impiegatizio ed esecutivo.

La posta in gioco è quella che indicano i filosofi dell’educazione più aperti e rivoluzionari. Così la definiscono Christian Laval e Francis Vergne, in “Educazione democratica”:

Questa è la sfida che deve affrontare ogni progetto come quello che stiamo cercando di sviluppare. Come considerare praticamente l’autogoverno della scuola nella prospettiva di un’alternativa globale? Come pensare allo stesso tempo la democrazia interna in una particolare istituzione e la sua integrazione all’interno di un “sistema educativo” vasto?

Il sindacato può avere una parte nella ricerca di risposte etiche e praticabili, se saprà evitare di rimpiangere le lotte del passato e non sceglierà di consegnarsi a una vuota modernità.

Commento

  • Questo articolo conferma quanto sia necessaria un’analisi delle condizioni concrete in cui si trovano oggi gli insegnanti del nostro paese. Tale analisi deve tener conto della stratificazione socio-economica di una categoria ad alto tasso di femminilizzazione che comprende ai suoi estremi, per indicare due ‘tipi ideali’, la moglie del dirigente che con lo stipendio di insegnante si paga la colf e il sottoproletario meridionale che per acquisire quello stesso stipendio si adatta a vivere nelle situazioni più precarie. Da questo punto di vista, occorre poi sottolineare che i processi di proletarizzazione che hanno investito questa categoria, oltre ad essere, nel contesto del sistema economico-sociale capitalistico, oggettivi e irreversibili, colpiscono essenzialmente, dato il tasso di femminilizzazione esistente all’interno di tale categoria, la sua minoranza maschile (laddove un sintomo inequivocabile di tali processi è proprio la crescita della sindacalizzazione). Ciò significa, tra l’altro, che l’idea di un’emancipazione della categoria ‘ut talis’, che si realizzi indipendentemente dall’insieme delle classi lavoratrici, è altrettanto illusoria quanto fu, nel corso dei dibattiti dell’800, l’idea di un’emancipazione degli ebrei ‘ut tales’, come dimostrò a suo tempo Marx nella “Questione ebraica”. In questo senso, è indispensabile, per un approccio corretto alla questione degli insegnanti, richiamare un assioma logico e teorico che ha l’incontestabile merito di rispecchiare con la massima esattezza lo stato di cose esistente: “una società di classe produce una scuola di classe”. I sindacati conflittuali devono quindi riconvertire la critica delle armi esercitata con gli strumenti della rappresentanza sul terreno dell’azione rivendicativa concreta, nelle corrispondenti armi della critica, elaborando un modello scolastico alternativo fondato sulla qualità dell’insegnamento, sui saperi e sui contropoteri, da contrapporre, quale negazione determinata, al modello scolastico neoliberista, deprofessionalizzante e tendenzialmente autoritario oggi esistente: un modello scolastico alternativo che catalizzi e orienti una linea di conflittualità permanente costruttiva e abbia quali capisaldi il dovere dello Stato di assicurarsi un personale docente capace e meritevole, l’estensione dell’obbligo scolastico, una formazione culturale generale come base comune a tutti gli ordini di scuola, l’educazione alla cittadinanza democratica, la difesa della laicità dello Stato e l’inclusione sociale. L’intreccio sempre più stretto fra la crisi della scuola, le politiche neoliberiste nel campo dell’istruzione, i processi di privatizzazione, nonché la proletarizzazione e la deprofessionalizzazione degli insegnanti, richiede dunque uno sforzo di analisi, di proposta e di organizzazione inedito. Oggi, infatti, è più che mai vero che la funzione progressiva della scuola è legata non solo alla lotta contro la “dittatura dell’ignoranza” imposta attraverso le “tre I” alle nuove generazioni, non solo al riscatto degli insegnanti dalle condizioni di avvilimento e di degrado imposte dalle politiche neoliberiste nel campo dell’istruzione pubblica, ma anche alla cogente necessità storica, per dirla con Marx e con Engels, di “strappare l’educazione all’influenza della classe dominante”.

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