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Dante di destra? “Lungi fia dal becco l’erba”!

· Silvia Tatti · · 1 commento

Pubblichiamo il comunicato di ADI (Associazione degli Italianisti), già uscito sul sito dell’Associazione a firma della presidente Silvia Tatti, in risposta alle dichiarazioni del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, intervistato da Pietro Senaldi il 14 gennaio 2023 nel corso della kermesse milanese di FdI.

La dichiarazione del Ministro Sangiuliano su Dante scrittore di destra, anzi fondatore della cultura di destra, confligge con il ruolo stesso della cultura che non deve prestarsi a strumentalizzazioni politiche. Per noi che insegniamo letteratura italiana a scuola e all’università e che formiamo le nuove generazioni a una cittadinanza responsabile, lo sviluppo di un pensiero critico lontano da ogni condizionamento è il presupposto necessario sul quale si fonda il significato stesso del nostro lavoro.

Dante non è né di destra né di sinistra; il senso etico del lavoro intellettuale, l’esercizio virtuoso del potere e la libertà di pensiero sono i fondamenti della sua opera, che nasce proprio dal rifiuto di ogni strumentalizzazione. Lo scriveva lui stesso nelle parole del suo maestro Brunetto Latini che preannunciando al suo allievo, nel canto XV dell’Inferno, un destino glorioso, lo sottraeva a qualsiasi logica di parte e profetizzava “ che l’una parte e l’altra avranno fame / di te; ma lungi fia dal becco l’erba”. Ma se anche non si trattasse di Dante, che è forse lo scrittore che più si presta a una difesa della libertà di giudizio, il rifiuto di astoriche etichette politiche varrebbe per qualsiasi altro autore: nessuna epoca e nessuna parte politica si può appropriare di scrittori che appartengono al mondo intero.

D’altronde Dante, il padre della patria, l’inventore della lingua italiana ha sempre suscitato tentativi di appropriazione proprio perché massimo interprete, dal Risorgimento in poi, della cultura nazionale; ed è proprio sul significato e sulla funzione di una cultura nazionale che vale piuttosto la pena interrogarsi nuovamente oggi, in un mondo globalizzato e profondamente diverso dall’epoca risorgimentale, dal fascismo, dal dopo guerra; e questo a partire proprio dalla tradizione linguistica e letteraria italiana che ci aiuta a prendere coscienza della nostra storia per collocarci nel presente.

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Commento

  • Se di qualcosa occorre essere grati al ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, per la sua recente affermazione sul carattere “di destra” della ideologia dantesca, è senza ombra di dubbio il merito, che gli va pienamente riconosciuto, di aver riproposto all’attenzione del Paese il significato profondo della personalità politico-ideologica del “sommo poeta” dopo un anniversario, quello del 2021, che, se si escludono le commemorazioni accademiche, è passato sulla pubblica opinione di questo Paese come l’acqua sul marmo. Ma si leggano le esatte parole pronunciate dal ministro: «Io ritengo che il fondatore – so di fare un’affermazione molto forte – del pensiero di destra nel nostro Paese sia Dante Alighieri, perché quella visione dell’umano, della persona, delle relazioni interpersonali che troviamo in Dante Alighieri, ma anche la sua costruzione politica, che (c’è) in saggi diversi dalla Divina Commedia, sia profondamente di destra». Inevitabile che i ceti semicolti, che affollano i canali della comunicazione sociale e, in particolare, la Rete, siano insorti contro le “fesserie” del ministro, e che i social siano pieni di commenti traboccanti di ironia.
    Tuttavia, a mio sommesso avviso, se un errore può essere rimproverato a Sangiuliano è quello di aver ridotto la sua tesi, per così dire, “ad usum Delphini”, e soprattutto di averla data in pasto ad una platea massmediatica completamente digiuna di critica letteraria. In un altro contesto, egli avrebbe potuto dire che già il marxista Edoardo Sanguineti aveva dissertato su “Dante reazionario” in un saggio del 1992, ove assume un nitido risalto non solo il fatto che Dante è un ammiratore della Firenze antica, come risulta dall’elogio di essa che fa pronunziare al suo avo Cacciaguida, ma che l’Alighieri, vagheggiando un impero universale in un’epoca che, a seconda delle varie regioni d’Europa, pone o sviluppa le premesse delle monarchie territoriali, non comprende la dinamica della storia che determina l’ascesa della borghesia mercantile, cioè della classe che è di tali monarchie la principale alleata.
    Insomma, non si può non essere d’accordo con Sangiuliano: Dante nella Commedia guarda costantemente al passato e semmai, dopo averlo idealizzato, lo proietta nel futuro, ricavandone un criterio di valutazione fortemente polemico verso la sua contemporaneità, in cui la nostalgia e l’utopia si trasfondono l’una nell’altra. Infine va detto, per non incorrere in un grossolano anacronismo, che qui “reazionario” è un termine che designa una categoria transtemporale, che non deve essere perciò riferita strettamente al 1789 e alla Rivoluzione francese, ossia agli eventi storici cui essa deve la propria specifica genesi. In conclusione, se si prescinde dalla sua eccessiva semplificazione e dall’uso improprio di “destra” invece di “reazionario”, Sangiuliano ha perfettamente ragione, mentre le proteste che si sono levate in séguito alla sua affermazione lasciano il tempo che trovano e, al massimo, documentano la sprovvedutezza di chi le ha espresse.

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