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diretto da Romano Luperini

Il grande rimosso: post-fascismo o neofascismo?

· Beppe Corlito · · 1 commento

A distanza di 80 anni dalla caduta di Mussolini un governo egemonizzato dalla destra estrema ha le redini dell’Italia. Era un esito ampiamente prevedibile (ne avevo parlato fin dall’articolo scritto alla vigilia delle elezioni), non solo per i soliti sondaggi, ma soprattutto per l’incrocio di una legge elettorale incostituzionale, che garantisce un premio di maggioranza occulto, e l’inconcludenza del “centro-sinistra”. Segnatamente il PD ha perso l’occasione del governo-giallo rosso per esercitare un’egemonia politico-culturale sul M5S e poi ha provocato una rottura quasi irreparabile con il partito di Conte, che ha fatto cadere il governo Draghi da destra e ha impedito il saldarsi di un fronte capace di contendere la vittoria alla destra. Tale rottura pesa anche sulla reale capacità di opporsi al governo.

Il fascismo è un’invenzione italiana

L’obbiettivo di quest’articolo è indagare la natura del governo Meloni e della compagine sociale che lo ha reso possibile. È ovvio affermare che il fascismo storico è un’invenzione italiana. Lo stesso Hitler ammetteva la primogenitura, affermando che le camicie nere avevano insegnato alle brune. Meno ovvio è comprenderne le ragioni. L’intera storia dello stato italiano è intrisa di autoritarismo, basti ricordare l’unificazione della nazione durante il Risorgimento su basi moderate con i governi della destra, schiacciando il Sud ridotto a colonia interna, e le tradizioni autoritarie della casata dei Savoia: il cedimento del re al ricatto della marcia su Roma è la conseguenza di una posizione antica. Il ritardo della costruzione della nazione italiana, favorito anche dalla presenza dello stato pontificio e dalla “missione universale” della chiesa cattolica, è stato indicato come una delle cause dell’avvento del fascismo. È stata dimostrata in sede storica la continuità tra lo stato sabaudo, quello liberale giolittiano, quello fascista ed infine la Repubblica. Il costume italiano dall’epoca del saggio di Leopardi (1828) è sempre stato legato alla grettezza delle “società strette”, dipendenti dal dominus del momento, nettamente separate dal popolo. La teorizzazione di questo limite sociale nelle ipotesi oligarchiche, nate in Italia e storicamente parallele, di Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, che Mussolini eresse a proprio maestro di vita, è l’anticamera del fascismo storico e permangono nella cultura nazionalista e sovranista di oggi. Il fascismo storico, come successivamente il neofascismo, si propone come variante autoritaria della gestione del potere ed è stato usato come carta di riserva del dominio della grande borghesia anche in epoca repubblicana. Schematicamente quando la grande borghesia riesce a gestire il potere grazie al consenso popolare delle classi subalterne non ha bisogno di soluzioni autoritarie; quando l’incalzare dei conflitti economici, sociali e politici rende più difficile gestire il consenso, essa ricorre alla carta autoritaria (è il ventennio fascista quando la dittatura inquadra e incanala il consenso popolare con una strumentazione autoritaria e populista, mobilitando soprattutto la piccola borghesia secondo la tesi di Gramsci e di De Felice) oppure alla manovalanza fascista come minaccia terrorista (è il periodo stragista contro il movimento dei lavoratori negli atti Settanta-Ottanta del secolo scorso).

Il fascismo giace al fondo della coscienza nazionale degli italiani, dalla quale riemerge nelle occasioni storiche, che lo riattualizzano. In questo sta la grande difficoltà a farci i conti a fondo fin dall’amnistia del guardasigilli Togliatti nel 1946 e dall’occasione perduta nel 1953 della messa fuorilegge, richiesta dalle organizzazioni partigiane, del MSI di Almirante, che rappresentava il riciclaggio di molti esponenti della Repubblica Sociale Italiana. La Germania, anche dal punto di vista legislativo, è stata molto più radicale di noi. Così possiamo parlare del fascismo come “grande rimosso sociale”, utilizzando una metafora che paragona la coscienza di un popolo al funzionamento di quella di un individuo. A mio avviso finché non saranno fatti sul serio i conti col fascismo non potremmo avere una democrazia compiuta e tutto quanto viene detto sulla memoria “divisa” non riuscirà ad occultare la vera ragione del contendere sotto gli equivoci dell’alternanza alla conduzione del governo. Sono facile profeta: quanto sia divisa la nostra memoria sarà plasticamente evidente nelle prossime celebrazioni del 25 Aprile. Il sangue versato copiosamente dalla Resistenza Partigiana (44.000 caduti) e poi dal movimento del ’68 (1.000 morti) non è stato sufficiente a riscattare la catastrofe culturale, politica, economica e sociale, che è stato il fascismo e la guerra, a cui condusse.

L’antifascismo oggi

Nell’ultima campagna elettorale fior di commentatori hanno considerato non spendibile il valore dell’antifascismo. Ciò ha avuto conseguenze sia politiche a breve termine che culturali a lungo termine. Il “fronte” unitario del centro-sinistra da Calenda fino al M5S e al PD poteva saldarsi proprio rivendicando i valori costituzionali.  Si pone la necessità di ridefinire in positivo l’antifascismo, che non può essere ridotto alle celebrazioni della Resistenza e alla memoria partigiana. La coppia semantica fascismo –antifascismo rischia di cristallizzare in negativo il valore dell’antifascismo. Quest’ultimo,  invece, ad un’analisi più attenta si trova al centro di una costellazione valoriale, come l’altra coppia più antica destra-sinistra, che risale alla Rivoluzione Francese. Non casualmente spesso oggi entrambe le coppie in esame vengono ritenute storicamente archiviabili. Ciò serve ad un’operazione di intorbidamento delle acque, che occulta la verità storica. L’antifascismo richiama la democrazia più conseguente e avanzata, che apre le istanze decisionali a tutte le cittadine e i i cittadini, la tutela e lo sviluppo del lavoro in tutte le sue articolazioni e il richiamo dell’impresa al suo mandato sociale, un modello di stato sociale che permette a tutti i cittadini di godere in maniera egualitaria dei diritti civili e sociali, in primo luogo il diritto al lavoro, alla salute e all’istruzione.

Tale percorso ha raggiunto l’apice planetario nei cosiddetti “golden thirty”, che coprono il periodo di sviluppo economico e sociale dalla ricostruzione del dopo-guerra fino agli Ottanta, cioè l’inizio del prevalere del neo-liberismo, messo in cantiere dalla Scuola di Chicago fin dagli anni Cinquanta. Sono gli anni in cui si forma lo stato sociale europeo con diversi livelli di sviluppo dalle socialdemocrazie scandinave fino allo scontro feroce avvenuto in Italia tra le istanze di rinnovamento sociale del movimento degli studenti e degli operai (il cosiddetto “68 lungo italiano”) e la reazione della parte arretrata dello stato e della compagine sociale, che ricorse alla strategia stragista e all’utilizzo della manovalanza neo-fascista. Qui siamo alla specificità del “caso italiano”, che sconta l’arretratezza di sempre della borghesia italiana. Sul piano politico siamo l’unica nazione europea occidentale, in cui esiste un’alleanza tra la destra estrema e la cosiddetta destra “liberale”, ammesso che si voglia dare a Berlusconi questo titolo. E siamo all’oggi.

Un po’ di ermeneutica materialista

Questo blog per ispirazione teorica fa riferimento ad un’ermeneutica materialista, in cui le parole non sono puri segni con cui giocare, ma hanno un contenuto semantico storicamente e collettivamente validato.  Vorrei condurre una breve analisi su due parole significative, il cui uso può essere illuminante sulla situazione attuale: “neo-fascismo” e “post-fascismo”. La seconda conosce una grande e immeritata fortuna oggi, anche presso interlocutori insospettabili (ad esempio alcuni dirigenti dell’ANPI). Per la Treccani (presa come riferimento della lingua e della cultura “ufficiale” italiana) si intende per neo-fascismo “l’insieme dei movimenti politici, nati dopo la Seconda guerra mondiale, che si ispirano all’ideologia del fascismo. Il termine fu usato per la prima volta nel 1945 per designare i gruppi tendenti a ricostituire il partito fascista, spesso formati da reduci della Repubblica sociale italiana”. Primo fra tutti viene indicato il MSI. Per post-fascismo si intende “il periodo storico che in Italia seguì alla caduta (1943) del fascismo. Anche, talora, [è considerato]sinonimo di neofascismo”. Come si vede si introduce un termine temporale post quem, che – come in altre occasioni (cfr. il termine post-moderno)- viene a confondere le acque. Ci soccorre l’enciclopedia, madre di ogni sapere, Wikipedia: “con il termine post-fascismo si intende una fase politica in cui i partiti di matrice fascista compongono un processo di revisione ideologica che li porta a lasciare la prospettiva totalitaria per aprire un dialogo con le forze della destra tendenzialmente moderata o conservatrice tradizionale”. Dunque il MSI sarebbe il ceppo da cui promanano tutti i germogli della mala pianta, in cui la distinzione tra neo-fascismo e post-fascismo non sarebbe puramente temporale, ma si fonderebbe su un indice tematico, cioè tra il prima e il dopo dovrebbe essere avvenuto “un processo di revisione ideologica”. Quando si chiama il partito meloniano post-fascista, si accetta la buona fede del suo leader, oggi primo ministro, che nel discorso di insediamento alle camere ha affermato di rifiutare ogni totalitarismo, “compreso il fascismo”, con un lieve, ma significativo decalage del tono della voce. Andando un po’ più a fondo nell’analisi critica, cercando di fondarla storicamente: chi a stretto rigore ha svolto una “revisione ideologica” fu l’ultimo segretario del MSI con  la svolta al Congresso di Fiuggi, Gianfranco Fini, che prima formò Alleanza Nazionale e poi confluì nel “Polo della libertà” di Berlusconi, da cui fu cacciato. Ricordo che la pratica di costui alla caserma di Bolzaneto per i fatti di Genova nel 2001 non fu altrettanto conseguente. Il partito meloniano, Fratelli d’Italia, è nato da una scissione da Forza Italia, facendo un passo indietro rispetto alla svolta di Fiuggi. Tale partito ha mantenuto nostalgicamente nel simbolo la fiamma tricolore della RSI (come “Alleanza Nazionale”), rifiutando l’invito a cassarlo della senatrice Liliana Segre. Ambiguamente la Meloni ha dedicato la “vittoria” elettorale genericamente “ai propri morti”. Il fido La Russa, il vecchio bombarolo dei “boia chi molla”, subito la chiosò, facendo il nome di Almirante, la cui gigantografia campeggia in Via della Scrofa . Quindi al partito meloniano si adatterebbe il nome di “neo-fascista”. Le ambiguità sono comprensibili nello sforzo del suo leader di accreditarsi in questa fase presso le istituzioni nazionali ed europee. Ma tutti coloro – anche “a sinistra” – che acriticamente assumono il termine “post-fascista” per definire quel partito mi sembra che non abbiano fatto neppure lo sforzo di giustificarsi col dire che la democrazia italiana era sufficientemente matura da accogliere al proprio interno e “trasformare” quel partito nato da ceppo fascista. L’unico che ha provato a farlo (inopportunamente secondo me) è stato il Presidente Mattarella, usando lo schermo della prima donna presidente del consiglio. Penso che questa sia la spia semantica che nessuno ci crede davvero e parlare di post-fascismo sia un modo consolatorio per dipingere il diavolo meno nero di quanto sia. Il lettore perdonerà questa digressione linguistica, ma andiamo a definire nei fatti come stanno le cose, analizzando i contenuti della politica di questo governo.

La retorica neo-fascista

È stato giustamente detto (da Umberto Eco, 1995) che il fascismo più che una ideologia è una retorica, che penso sia racchiusa nello slogan “Dio, patria e famiglia”. La Meloni ci ha urlato per tutta la campagna elettorale la sua “identità”: “sono una madre, sono una donna, sono italiana e sono cristiana”. In maniera sottilmente astuta si è rivolta alle donne, definendole come madri. Se, poi, scendiamo all’esame degli atti politici concreti, possiamo guardare ai contenuti della manovra della legge finanziaria del governo, che sono l’incarnazione dei principi neo-liberisti. Anche qui la Meloni continua nel suo ritornello: “non disturbare chi produce ricchezza”, cioè i ricchi, che non la producono, solo se ne appropriano. La finanziaria non contiene un provvedimento strutturale, tanto meno teso a produrre lavoro e occupazione, anzi ha ridotto il provvedimento che ha rilanciato l’edilizia come volano della ripresa economica, cioè il superbonus edilizio. Infatti il settore si è fermato, la crescita si è fermata, e siamo ritornati per il 2023 alle previsioni di crescita intorno allo zero, che ha caratterizzato gli anni pre-pandemia. Di 35 miliardi 21 sono dedicati agli aiuti “a imprese e famiglie” (i lavoratori sono scomparsi da tempo anche nel lessico) per fronteggiare la crisi energetica, cioè per pagare i costi della guerra. Il resto sono una serie di provvedimenti di condono e di rottamazione di cartelle esattoriali, di riduzione dell’aliquota di imposta (dal 26 al  14%) sui redditi da capitale e sulle rendite finanziarie, di allargamento del regime forfettario del 15% (impropriamente detto flat tax) per autonomi e professionisti. A parità di reddito i lavoratori dipendenti arrivano a pagare un’Irpef tre volte più forte delle partite IVA. In sostanza la spesa pubblica è finanziata da tasse sul lavoro, mentre la spesa per i poveri e i servizi sono ridimensionati. La questione del tetto sul contante e sulla franchigia del POS, oltre a proteggere gli evasori, nasconde politiche di chiusura corporativa e di discriminazione sociale. Il semaforo verde ottenuto dall’UE sembra essere formale, interno all’attuale politica “giolittiana” di contenimento  dell’estrema destra  italiana, su cui converge la borghesia nostrana. È il “fascismo morbido” di Saramago, quello “in doppio petto” di Almirante o se si vuole l’ammorbidimento del fascismo. Il profilo dell’Italia, che ha in mente la Meloni, è quello classico del fascismo: un’Italia piccola, corporativa, chiusa nei propri confini, meschina, bottegaia, piccolo-borghese, antioperaia e corrotta.

Commento

  • Ho già avuto modo di osservare che, di fronte ad una svolta reazionaria di queste dimensioni, le risposte moralistiche o antropologiche, retaggio di una subcultura tardo-azionista, prima salveminiana e poi bobbiana, lasciano ormai del tutto insoddisfatti. La debolezza politica e ideologica di analisi come queste si coglie pienamente sol che si tenga conto dell’assenza di una categoria analitica che è fondamentale per comprendere quale sia la sostanza del fenomeno neofascista. Questa categoria è quella di imperialismo. Ciò nondimeno l’autore di questo articolo insiste con una pervicacia degna di miglior causa su quello che spaccia per un dato di fatto scontato, mentre è semplicemente un falso luogo comune che si tende ad accreditare per sostenere il carattere arretrato di questo regime, e cioè che il fascismo è nato in Italia. Come ha dimostrato, fra gli altri, Zeev Sternhell, questo non è affatto vero, perché la culla ideologica e sociale del fascismo è stata la Francia, laddove il rilevare l’inesattezza testé denunciata, lungi dall’essere frutto di pignoleria storico-filologica, è indispensabile, da un lato, per non ridurre la genesi del fascismo ad una peculiarità italiana (con tutto quel che ne consegue sul piano della tattica frontista e su quello delle politiche riformiste) e, dall’altro, per definire il nesso organico che intercede tra l’imperialismo che si sviluppa negli anni Settanta del XIX secolo in Europa (e non solo in essa: basti pensare al Giappone) e la trasformazione delle correnti nazionaliste di carattere borghese e piccolo-borghese in movimenti prefascisti che, quando le condizioni saranno mature (quindi con lo scoppio della prima guerra mondiale), sfoceranno in diversi paesi europei ed extra-europei, grazie all’aperta complicità della destra liberale, non solo nello sviluppo di variegate forme di ‘fascismo-movimento’ ma nell’avvento al potere del ‘fascismo-regime’ . In questo senso occorre sottolineare che, al di là di questa diversità, tutti questi movimenti e regimi fascisti condividono un tratto comune: essi accettano di inserire la loro gestione della politica e della società in un quadro che non contesta i princìpi fondamentali del capitalismo, cioè la proprietà privata capitalistica, ivi compresa quella dei moderni monopoli. E qui, naturalmente, non bisogna confondere la retorica menzognera delle invettive fasciste contro il “capitalismo” e la “plutocrazia” con la vera natura di questi atteggiamenti di carattere apparentemente alternativo, poiché è sufficiente esaminare l’“alternativa” proposta dai movimenti e regimi fascisti per capire che essa si fonda sull’integrale accettazione della proprietà privata capitalistica. Questo spiega, nel contempo, quale sia la base che accomuna oggi la destra liberale (e per certi aspetti, oggettivamente, la stessa sinistra borghese) alla destra neofascista. A coloro i quali sostengono, sulla falsariga salveminiana e bobbiana e non senza indulgere alla retorica europeista e globalizzatrice, come fa l’autore dell’articolo in parola, che «il profilo dell’Italia, che ha in mente la Meloni, è quello classico del fascismo: un’Italia piccola, corporativa, chiusa nei propri confini, meschina, bottegaia, piccolo-borghese, antioperaia e corrotta», occorre allora: a) ricordare che nel nostro paese un regime neocorporativo e oligarchico esiste, grazie all’appoggio e alla cooptazione delle sinistre opportuniste e dei sindacati collaborazionisti, fin dagli anni Ottanta del secolo scorso; b) rivolgere l’invito a riflettere sulla fondamentale lezione di metodo che Palmiro Togliatti, all’epoca un marxista-leninista con tutte le carte in regola, svolge nelle sue fondamentali “Lezioni sul fascismo” (1935): «Al IV congresso [dell’Internazionale Comunista] Clara Zetkin fece un discorso sul fascismo il quale fu quasi tutto dedicato a rilevare il carattere piccolo-borghese del fascismo. Bordiga invece insistette sul non vedere alcuna differenza tra la democrazia borghese e la dittatura fascista, facendole apparire quasi come la stessa cosa, dicendo che vi era, fra queste due forme di governo borghese, una specie di rotazione, di avvicendamento. In questi discorsi manca lo sforzo di unire, per collegare, due elementi: la dittatura della borghesia e il movimento delle masse piccolo-borghesi. Dal punto di vista teorico, comprendere bene il legame tra questi due elementi è ciò che è difficile. Eppure bisogna comprenderlo, questo legame. Se ci si ferma al primo elemento non si vede, si perde di vista, la grande linea dello sviluppo storico del fascismo e il suo contenuto di classe. Se ci si ferma al secondo elemento, si perdono di vista le prospettive. Questo errore è quello che è stato commesso dalla socialdemocrazia la quale, fino a poco tempo fa, negava tutto ciò che noi dicevamo sul fascismo e lo considerava come un ritorno a delle forme medioevali, come una degenerazione della società borghese. (…) Perché il fascismo, perché la dittatura aperta della borghesia si instaura oggi, proprio in questo periodo? La risposta voi la dovete trovare in Lenin stesso; dovete cercarla nei suoi lavori sull’imperialismo. Non si può sapere ciò che è il fascismo se non si conosce l’imperialismo».

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