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“L’utopia è solo qualcosa che ancora non c’è”. Sul libro postumo di Gino Strada, Una persona per volta

Di Gino Strada, all’anagrafe Luigi, nato a Sesto San Giovanni il 21 aprile 1948, quando era ancora detta “la Stalingrado d’Italia” (lo scrive nel suo libro postumo, appena uscito da  Feltrinelli) e morto recentemente a Rouen il 13 agosto 2021, l’onnisciente enciclopedia elettronica “Wikipedia” scrive: “è stato un medicoattivistafilantropo e scrittore italiano, fondatore, assieme alla moglie Teresa Sarti (1946-2009), dell’ONG italiana Emergency”. Nella definizione colpisce “filantropo”, termine desueto con un antico alone semantico. Nella “Postfazione” Simonetta Gola, la sua seconda compagna di vita, ha scritto: “Non lo scoraggiava essere definito un utopista perché era convinto che nessuna destinazione sia irraggiungibile per chi inizia a mettersi in cammino”. Egli stesso, quando affronta il tema della guerra e rudemente scrive che “dovremo impegnarci noi in prima persona per buttare la guerra fuori dalla storia”, afferma: “Utopia non è il nome dell’assurdo … è il nome di desideri, idee, progetti che possono diventare realtà. Immaginare nuovi obbiettivi e poi raggiungerli è lo schema ricorrente della storia degli uomini e delle donne di questo pianeta”. Più semplicemente Gino è uno di noi, della generazione che ha tentato, purtroppo invano, di dare l’assalto al cielo, cioè di mettere materialmente con i piedi per terra l’utopia di un mondo di uguali. Quando alla fine degli anni Settanta del secolo scorso le nostre speranze sono cadute sotto i colpi di una repressione mostruosa, fatta di bombe, di stragi e dei nostri morti nelle strade, molti di noi hanno continuato a lavorare per sostenere le” sgangherate istituzioni della Repubblica”, che avevamo contestato con ogni mezzo possibile, Gino Strada ha provato a fare di meglio: ha fondato Emergency con un gruppo di amici e compagni, “la banda” di Sesto. “Ci eravamo lanciati nella professione medica in anni in cui la medicina era uno strumento per la rivoluzione e adesso si ritrovano a dover fare i manager alle prese con costi e ricavi, ingerenze politiche … organici insufficienti e avvocati in corsia”. È l’amara conclusione dell’autore, che alla fine della sua vita si trova ad essere il malato e misura su se stesso il tradimento delle speranze. Eppure ha dedicato tutto se stesso a dimostrare nella pratica che “se la cura è un diritto umano allora non c’è altra strada che curare tutti, senza discriminazioni, curarli al meglio e gratuitamente”. Questo è vero in tutto il pianeta, in Italia come nel terzo mondo. Gino Strada elenca i tre principi su cui si fonda l’Organizzazione Non Governativa da lui fondata, Emergency (1° Curare bene tutte le persone; 2° Non schierarsi tra le parti in guerra; 3° Essere indipendente sempre); sbatte in faccia al lettore che Emergency in Afganistan cura anche i talebani, il nemico dell’Occidente. “Le cure devono essere accessibili ai feriti di tutte le parti in conflitto per non essere strumentalizzate a favore o contro qualcuno”. Non solo è un principio umano di fratellanza, ma è un’indicazione operativa: “Non è sempre facile rispettarli ma, se ti trovi a lavorare in mezzo a una guerra, questi tre principi sono una specie di assicurazione sulla vita. E quando tutto ti rema contro, devi alzare la voce”.

Il libro parte da una sorta di ricognizione sulla propria formazione e poi si divide in due parti: la prima, “Cessate il fuoco”, è una perorazione contro la guerra; la seconda, “Il diritto alla salute”, è una veemente difesa di un diritto universale, l’unico sancito come “fondamentale” dalla nostra Costituzione (art. 32, “non è un caso: senza salute si muore e allora non ha più senso parlare di altri diritti”). Per Gino Strada le due cose sono intimamente legate. Era nato in una famiglia operaia e in una città di fabbriche con un “passato partigiano”, dove “oltre ai fumi delle acciaierie respiravamo etica del lavoro, responsabilità, senso di comunità”. “In famiglia erano tutti antifascisti”, di un “antifascismo convinto” di chi era passato attraverso la guerra e contrastato da sempre il regime. Con il solito pudore, che ho travato in tutta la generazione partigiana, Gino Strada scrive: “Ho scoperto solo più tardi, quando mio zio [appena più sopra descritto come compagno inesauribile di giochi e avventure] era ormai morto, che stava coi partigiani … mio zio aveva avuto un ruolo molto attivo di cui in casa non si era mai detto niente”. È lo spaccato di una classe, che aveva chiaro quale fosse il proprio compito storico di riscatto sociale e che cercava di assolverlo con umiltà e senza retorica. La fine di questa coscienza di classe è la più grande perdita della nostra epoca. La scelta di medicina è spiegata semplicemente: “mi affascinava il lavoro del medico perché ha a che fare direttamente con gli esseri umani”. L’ interesse per Gino è fin dall’inizio quello clinico, cioè il rapporto con “il malato straiato, a letto”, con la sofferenza: “la medicina è innanzitutto un rapporto tra un essere umano e un altro essere umano”. In tutte le circostanze – come testimonia il libro – non smarrirà mai questo punto di riferimento. “Mi impegnai da subito nel Movimento studentesco con gli studenti di Medicina”. Il medico di successo, il cardiochirurgo, che aveva studiato negli Stati Uniti, e poi famoso in tutto il mondo, non si è pentito, non ha rinunciato all’ appartenenza originaria. Scrive a chiusura del primo capitolo, intitolato “Un buon posto dove diventare grandi”: “queste sono le radici che mi hanno tenuto saldo ovunque sia andato nel mondo: l’antifascismo, la politica, la militanza, la passione per la medicina”.

Ciò che scuote la coscienza di Gino Strada alla prima esperienza in un ospedale nel terzo mondo, a Quetta in Pakistan alla frontiera con l’Afaghanistan, sono i bambini vittime delle mine, confezionate a posta per loro in forma di giocattolo: “Armi per colpire bambini … piccole, non uccidono, servono solo per mutilare” . È il tema del suo libro precedente “Pappagalli verdi” (1999). Strada scopre che non sono solo “mine sovietiche”, ma sono fabbricate anche in Cina, negli Stati Uniti, in Italia. L’esperienza più significativa è “Afaganisthan 1991. La scoperta delle vittime”. Con una colletta tra amici raccoglie i soldi per costruire un ospedale di chirurgia di guerra a Kabul e, dati alla mano con la statistica dei feriti curati lì dall’equipe di Emergency, scopre che la guerra non è lo scontro di eserciti in campo aperto, descritta dai libri di storia, ma è la guerra totale contro i civili. Va detto brutalmente a tutte le anime belle sconvolte da quello che accade in questi giorni in Ucraina. Questa è la caratteristica della guerra moderna, accade in tutti i conflitti del mondo (oggi sono cinquanta in atto). Dagli inizi del Novecento, quando il rapporto tra vittime civili e militari è di 1 a 9, la situazione si è rovesciata, il rapporto è 9 a 1. Scrive Strada: “se nove vittime su dieci sono civili, però, non è più normale. Non è più la stessa guerra, non si dovrebbe chiamarla tale”. Riconosce l’errore di pensare che accadesse solo in Afghanistan, dove una coalizione occidentale aveva dichiarato guerra, dopo le Torri Gemelle, contro il terrorismo islamico e aveva coinvolto un popolo inerme, che c’entrava poco o nulla, il quale ha avuto un numero enorme di morti per giungere venti anni dopo al risultato politico che i talebani sono più forti di prima e che l’esportazione impossibile della democrazia ha travolto anche le poche conquiste democratiche degli Afghani, che esistevano già prima della guerra. Il giudizio di Gino Strada, che condivido, è: “l’avventura afgana dell’Italia [è avvenuta] calpestando la Costituzione, manipolando e stravolgendo lo statuto dell’ONU e le risoluzioni del suo Consiglio di Sicurezza”. Egli è morto prima dell’inizio della guerra in Ucraina, ma sono certo che sarebbe giunto a conclusioni analoghe, pur nella differenza del contesto geo-politico.

Il 7 ottobre 2001 Emergency è “l’unica ONG occidentale a testimoniare l’inizio dei bombardamenti statunitensi” su Kabul e Gino Strada ne trae una lezione radicale: “è stato il giorno in cui ho capito di non essere un pacifista, ma di essere semplicemente contro la guerra”. Ne dà una spiegazione lapidaria, che gli deriva dalla nausea per le ferite e le mutilazioni che ha curato: “Forse perché prima o poi arriva il momento di dire basta”. L’affermazione fa il contropelo a tutte le discussioni anche attuali sulla pace e sul pacifismo. È tempo che ciascuno di noi dica basta alla guerra e si opponga a tutte le giustificazioni farisaiche che l’accompagnano. È la conclusione esplicitata anche da Simonetta Gola, curatrice del libro, nella sua “Post-fazione”. Ella testimonia che il caso dell’Afghanistan è stato preso da Gino Strada come esempio del libro: “L’esperienza di quello strazio lo aveva reso insofferente ai giochi di parole che propagandavano la guerra come giusta, addirittura umanitaria. La guerra uccide esseri umani e se uccide esseri umani allora è illogico, e stupido, pensare di fare la guerra per portare-difendere-restaurare i diritti”. L’autore ricostruisce i vari passaggi della battaglia antimilitarista di Russel e di Einstein fino ha richiamare nel lascito morale di quest’ultimo “l’Orologio dell’Apocalisse”, che misura la distanza a cui l’umanità sta dalla catastrofe della guerra nucleare. “Nel 1947, data della sua fondazione, la distanza era di 7 minuti. Nel 2021, mancano solo 100 secondi alla fine”. Negli ultimi mesi di escalation della guerra russo-ucraina ci siamo divorati anche un altro boccone di questa manciata di secondi, esattamente quella messa in onda dalla TV di stato russa su quanti secondi sono necessari per colpire con un missile a testata nucleare una capitale europea.

La seconda parte del libro porta in esergo una citazione di Giulio Maccacaro, uno dei maestri della nostra generazione di medici democratici (e rivoluzionari), legato al concetto di “morire di classe”, anche se a secondo dell’appartenenza di classe si muore in maniera diversa. Esistono patologie dello sviluppo e patologie del sottosviluppo tra loro complementari. La citazione suona così: “Tra ricchi e poveri ci si ammala e si muore di classe, come sulla tragica tolda del Titanic”. Ho scritto che il rapporto istaurato da Gino Strada tra le due parti del libro, tra guerra e diritto alla salute, è strettissimo, innanzitutto perché “la guerra è la negazione di ogni diritto”, conclusione di un capitolo intitolato “La guerra non funziona”, che guarda “le cose in modo obbiettivo e senza pregiudizi”. Considera gli esiti disastrosi delle guerre più rilevanti del secondo Novecento (Afghanistan, Iraq, Libia e Siria) e soprattutto valuta l’esito della “guerra per far finire tutte le guerre”, con cui il presidente Wilson nel 1916 giustificò l’entrata in guerra degli Stati Uniti. Fu un macello che produsse un macello ancora più grande, la Seconda Guerra Mondiale. L’idea di Strada sui diritti umani è centrale e ci fa capire quanto i principi democratici siano radicati nel suo pensiero. Facendo riferimento alla Dichiarazione Universale dei diritti umani (1948), ricorda il “legame indissolubile tra diritti umani e pace” e afferma che “la costruzione e la pratica dei diritti umani sono il migliore antidoto, la migliore prevenzione della guerra”. Inoltre sottolinea, venendo alle questioni di casa nostra, che “la guerra contro i poveri in Italia sta facendo morti e feriti”. Non solo ricorda la condizione disperata in cui vivono a Castel Volturno i quindicimila migranti impiegati nella raccolta dei pomodori, per i quali Emergecy ha aperto un ambulatorio, in cui “la solidarietà lotta contro lo sfruttamento”, ma lancia un j’accuse contro lo smantellamento del servizio sanitario nazionale italiano, che nel 2000 secondo l’OMS era “il secondo migliore al mondo, dopo quello francese, per qualità e universalità delle cure”. Cita il rapporto Istat del 2017, in base al quale circa quattro milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi per ragioni economiche. Ciò per l’autore si deve ad “un cambiamento culturale”, che ha sostituito al principio per il quale “in tutte le culture la medicina si è sviluppata per curare gli ammalati, o i feriti”, quello mercantilistico, fondato sul business della malattia, che sottrae soldi al pubblico per darli al privato tramite il meccanismo delle convenzioni. Strada mantiene l’idea di tutela pubblica della salute dei cittadini, per cui “le cure mediche debbano essere di alta qualità, pubbliche – cioè di tutti – e per questo gratuite per tutti”. Per esemplificare il caso italiano riporta la disastrosa gestione sanitaria della pandemia da Covid e il mancato ingaggio, di cui alle cronache nazionali, come commissario per la sanità calabrese. Alla fine di un balletto politico non gli riuscì neppure di far prendere in gestione a Emergency l’ospedale di Vittorio Cosentino, chiuso “nonostante avesse i conti in attivo”, e conclude amaramente: “a volte, è più facile aprire un ospedale a Kabul”.

Infine una conclusione letteraria sullo stile della scrittura di Gino Strada preciso, asciutto, direi “chirurgico”, che arriva impietosamente all’osso. In questo Wikipedia coglie nel segno: l’autore di questo libro, a lungo incompiuto, quasi ad allontanare da sé la morte come Sherazade, è uno “scrittore” nel senso pieno del termine. Anche il genere è speciale a cavallo tra saggio e mémoire, tra i ricordi della propria vita e il pamphlet. Nel corsivo messo in premessa Strada scrive con decisione: “non un’autobiografia, un genere che proprio non fa per me, ma quello che ho capito guardando il mondo dopo tutti questi anni in giro”.  Dunque è un libro trans-genere, collocazione che lo consegna all’allegoria del moderno, una riflessione acuta sul destino dell’uomo moderno sull’orlo dell’abisso. Insomma un libro che andrebbe studiato a scuola.

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