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diretto da Romano Luperini

Le proteste studentesche. La letteratura contemporanea, gli studenti, un’autogestione

1. Contesto

L’ondata delle occupazioni ha toccato anche la mia scuola, un liceo artistico di Torino, che è stato tra i primi a organizzarsi in città. È naturale che da un confronto tra studenti, e tra studenti e insegnanti, che si protrae nei giorni, oltre all’abolizione del PCTO e alle prove scritte di maturità, siano emerse esigenze di crescita culturale che tornavano a coinvolgere il nostro ruolo di docenti e le nostre materie. La volontà di comprendere il presente degli studenti li ha spinti a imbastire una serie di incontri su temi che spesso a scuola per ragioni di tempo non si affrontano, anche se non è improbabile che l’interesse nascesse proprio dal fatto che si trattava di argomenti non scolastici.

In questo contesto gli studenti mi hanno chiesto se fossi disponibile a tenere un incontro sulla letteratura mondiale che non si fa a scuola, quella novecentesca e contemporanea. Parlando con gli organizzatori dell’occupazione, tra cui alcuni miei studenti di quinta, ho proposto un percorso più circoscritto sulla letteratura di protesta, un focus su pochi autori, Burroughs e Pasolini su tutti; ma loro hanno rilanciato la loro esigenza di avere più chiaro il quadro della letteratura “mondiale”. Chiedevano in sostanza che indicassi loro alcuni percorsi possibili, tramite la lettura di alcuni estratti: questo li avrebbe messi in condizione di muoversi meglio nelle loro scelte personali.

Mi era già capitato alla fine dello scorso anno di dedicare alcune ore, in quarta, alla lettura di alcuni incipit di autori contemporanei. Avevo proceduto in modo più casuale, ma già allora mi avevano colpito l’ascolto attento e le vive impressioni suscitate e subito comunicate. Succedeva un fatto: la stanchezza di fine anno pandemico si era unita alla stanchezza dello studio per il voto/programma; ad entrambe si opponeva una curiosità primaverile verso autori di cui non avevano mai sentito parlare. Erano colpiti dagli autori più vicini a noi (l’ultimo autore che avevo affrontato in classe fino a quel momento era stato Foscolo): la loro impressione era quella di “rompere un tabù”, quello della tanta sovrastruttura storicistica che ci segue passo passo dall’inizio del triennio.

Durante questa occupazione dietro la richiesta magari ingenua ma non priva di logica, quella di conoscere la letteratura “mondiale”, c’era lo stesso desiderio di conoscenza: afferrare le tendenze principali della letteratura, nell’idea che questo avrebbe, se non fornito delle risposte, almeno suggerito una mappa e orientamenti interpretativi, di cui evidentemente sentivano (sentono) il bisogno.

2. Missione

Mi sono immediatamente reso conto di essere davanti a un panorama troppo vasto da esaurire in un incontro di un’ora e mezza. Avrei potuto immaginare decine di percorsi letterari validi per quel pubblico sensibile ma digiuno di conoscenze. Per questa ragione ho deciso di partire dai miei autori preferiti, in modo da trasmettere almeno un senso di coinvolgimento e partecipazione, quella vicinanza autore-lettore che evidentemente gli autori del canone non sempre riescono a soddisfare, almeno per quel che concerne la decifrazione del presente. Del resto non si sarebbe trattato di una lezione nel senso istituzionale. Gli spazi in dotazione erano le palestre, l’aula magna, eventualmente il giardino. È stato proprio in palestra che mi sono trovato di fronte una platea di circa 70-80 studenti, seduti davanti a me a gambe incrociate, in atteggiamento informale ma attento. L’ambiente e il contesto favorivano le condizioni per un dialogo più intimo e per una maggior adesione emotiva, che forse i testi da soli non sarebbero stati in grado di creare, ma che ha tenuto alta la loro attenzione per tutto l’incontro.

Ho presentato una scelta antologica di una decina di testi, che mettesse in luce almeno due/tre tendenze fondamentali della letteratura contemporanea. Intendevo soddisfare almeno tre condizioni:

  1. l’idea che le tradizioni culturali dei diversi paesi esprimono letterature diverse fra loro, ma reciprocamente comprensibili.
  2. L’idea che la letteratura può riflettere su sé stessa, sia attraverso forme sperimentali, sia attraverso una narrazione più tradizionale.
  3. Un approfondimento sul postmoderno, come ultima corrente letteraria e culturale riconoscibile, da cui sono sono poi derivate altre linee di sviluppo.

3. Start

Mi è servito come chiavistello il libro che stavo leggendo Solenoide di Mircea Cartarescu, autore che conosco sufficientemente bene per fidarmi a utilizzarlo in apertura. Ho attaccato con la definizione che Cartarescu dà della letteratura, a pag. 60:

Ho letto tutti i libri e non sono arrivato a conoscere nemmeno un solo autore. Ho sentito tutte le voci, con la chiarezza con cui le sente uno schizofrenico, ma non mi ha mai parlato una voce vera. Ho girato per le migliaia di sale del museo della letteratura, dapprima affascinato dall’abilità con cui, su ogni parete, è dipinta in trompe-l’oeil una porta, con una minuziosità nell’abbinamento di ogni pezzetto di legno con la sua ombra aguzza, con l’impressione di fragilità e trasparenza di ogni crosta di vernice, il che mi portava ad ammirare gli artisti dell’illusione con non avevo ammirato nient’altro al mondo, alla fine, però, dopo centinaia di chilometri di corridoi con false porte, con l’aria viziata che sa sempre più di vernici a olio e di solventi, il vagabondare si allontana sempre più dalla passeggiata contemplativa e si trasforma in inquietudine, quindi in panico e in qualcosa d’irrespirabile. Ogni porta è una beffa e una disillusione, tanto maggiore quanto più fortemente l’occhio è stato ingannato. Sono dipinte meravigliosamente, ma non si aprono. La letteratura è un museo chiuso ermeticamente, un museo delle porte illusorie, degli artisti preoccupati delle sfumature di marrone e dell’imitazione quanto più espressiva dei battenti, dei cardini e delle maniglie, del nero felpato della toppa della chiave.

A questo punto, evocando una letteratura visionaria e ricca di suggestioni come quella del rumeno, ho spiegato che Cartarescu ha i suoi punti di riferimento: Joyce, Borges e Cortazar, per esempio. Del primo non ho detto molto, lasciandolo alle lezioni di italiano e di inglese. Di solito in classe si spiega lo stream of consciousness, si celebra l’Ulisse come punto di rottura. Ho dunque detto che Cartarescu è un nipote di Joyce, mentre Borges e Cortazar potrebbero essere il punto mediano. Mi sono tornati utili un brano dell’Aleph e la spiegazione di Rayuela, a tracciare una linea che mostrasse una tendenza letteraria sperimentale e con ambizioni universali, tanto quanto sono universali le letterature di Carterescu e di Joyce.

Affrontando a questo punto un’idea di letteratura che riflette su sé stessa, volevo continuare il discorso spostandolo verso un altro paese e un’altra epoca. Mi è tornato utile un passo di Il mio anno nella baia di nessuno, di Peter Handke, dove lo scrittore-personaggio ha quasi il ruolo dello scrittore-scrittore e riflette su come dovrà essere il suo romanzo, cosa dovrà comprendere, cosa lasciare fuori, etc.

Questa triade di autori mi ha permesso di ampliare il discorso al concetto di forma letteraria. Ho suggerito agli studenti l’idea che in fondo noi siamo ancora ottocenteschi: ragioniamo, strutturiamo i nostri racconti quotidiani attraverso trame ottocentesche, nei più vari contesti. Nonno Joyce ha certo modificato le regole del gioco, ma la dialettica tra tradizionale e sperimentale può essere utile anche se ci si sposta lungo l’asse delle specificità geografiche (il Giappone di Murakami vs. il Giappone di Mishima/Kawabata) o lungo quello della realtà socio-politica (I versi satanici di Rushdie). La lettura dell’incipit di Rushdie mi ha permesso di collegarmi al mai morto concetto del doppio, quindi alla figura del diavolo in Il Maestro e Margherita, dalla cui simbologia sono passato al disorientante racconto La salsiccia di Dürrenmatt, scritto nel 1943.

Ero arrivato poco oltre la metà del mio intervento. I ragazzi mi stavano ascoltando con grande interesse e hanno iniziato a fare domande di chiarimento, ora su Cortazar, ora su Murakami ed è stata un’allieva a paragonare Bulgakov e Orwell, per il valore di metafora politica dei loro romanzi. Quest’ultima domanda mi ha portato a chiarire quanto il contesto socio-culturale incida nella produzione letteraria, ad esempio spingendo gli autori a fare riferimento alla storia loro contemporanea in modo diretto o attraverso allegorie o allusioni. Proprio un recente romanzo storico, Patria di Aramburu, è stato lo snodo successivo: il racconto delle due famiglie basche protagoniste si articola secondo una logica dell’alternanza dei punti di vista, che può essere radicalizzata, arrivando ad Angeli minori di Volodine.

Da Aramburu e Volodine siamo arrivati a Europe Central, il capolavoro (o uno dei capolavori) di William Vollmann, romanzo storico meno tradizionale ma universale. La complessità dell’affresco composto da quelle microstorie che sono così importanti per la storiografia attuale di Europe Central mi ha condotto con naturalezza al postmoderno: Wallace e la nota storiella dell’acqua, la macchina narrativa di L’arcobaleno della gravità di Pynchon, una citazione da Il silenzio di De Lillo per chiudere.

4. Finish

Questa ultima parte dell’incontro ha sollevato alcuni interrogativi che mi hanno portato a concordare coi ragazzi un proseguimento dell’esperienza, con un percorso da definire nei tempi e nei modi. Forse era questa la chiave che cercavano con la loro richiesta iniziale: cercavano un modello generale di interpretazione, delle coordinate per esercitare uno sguardo critico sulla realtà. Che la letteratura possa avere questa funzione va da sé, che loro sappiano come governare questa funzione molto meno. Questa capacità si può ottenere attraverso mille strade, ma nel loro caso una prima percezione di questa possibilità si è chiarita con il postmoderno e con gli ultimi autori proposti (ma non potrebbe aver contribuito anche la suggestione dei precedenti?).

La letteratura modernista proposta nella prima parte, pur in forma non esaustiva, seguiva alcuni classici criteri: confronto tra le opere di diversi paesi, aspetti formali e stilistici, metaletterarietà, contestualizzazione storica e attualizzazione. Oltre alla vicinanza nel tempo, quali altri fattori possono aver contribuito all’interesse per il postmoderno? Forse la sua mescolanza di linguaggi e temi anche molto diversi tra loro o lo smarrimento dei suoi personaggi e certi aspetti di dissacrazione della tradizione o la possibilità offerta di una visione globale della contemporaneità attraverso lo specifico letterario.

5. To be continued

Questa esigenza reale di comprensione si è tradotta in una domanda che sembrava l’eco di un grido lontano: “Ma come siamo diventati così?”. È una questione di immaginari, di assenze, di imperfetta consapevolezza.

Non so davvero, a questo punto, se basterà continuare con un approfondimento sul postmoderno, intersecandolo con alcune informazioni storiche utili a capire gli ultimi anni. Forse varrà la pena proseguire lungo questa direttrice. Il postmoderno apre la possibilità di costruire immaginari trasversali, basati su linguaggi misti, tecniche nuove, argomenti insoliti e provocatori: non resta perciò che approfondire questi immaginari, ad esempio nella direzione di una letteratura che disorienta, persino che ferisce. L’istinto (almeno il mio), adesso, è quello di ripartire dalle recenti riflessioni di Siti in Contro l’impegno, per illustrare un modello letterario che sfidi le convenzioni. Forse in questo modo impareranno a non accontentarsi di una letteratura consolatoria e poco disposta a disorientare, accettando la sfida di porsi ulteriori domande.

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