Tempo di elezioni e consigli a sé medesimo
La pandemia infuria, i virologi si accapigliano, Berlusconi si presenta con la solita faccia di bronzo come candidato alla presidenza della repubblica. Anche se la situazione potrebbe apparire nel suo complesso più comica o grottesca che tragica, cosa ci può essere di peggio? Mentre egotismo e narcisismo dilagano senza più argini, la solidarietà sociale di minoranze sempre più esigue resiste a stento. In questa situazione è ovvio che il Potere (il potere vero, quello economico) si sia rafforzato a dismisura. Tutti ora parlano tranquillamente di repubblica presidenziale, con tanti saluti alla Costituzione “più bella del mondo”. Sotto sotto si fa già capire che la soluzione migliore sarebbe che Draghi fosse contemporaneamente presidente della repubblica e presidente del consiglio, cioè presidente di una repubblica di fatto presidenziale. Piano piano la stessa attuale Costituzione viene logorata e cambiata. Tutto insomma si sbraca, si sfilaccia. Persino le parole cambiano a poco a poco il loro significato. Già oggi libertà non significa più libertà, ma la libertà di fare il proprio comodo infischiandosi degli altri.
La lenta frana cominciata negli anni ottanta del Novecento è diventata un torrente che tutto travolge, anche il significato delle parole a noi più care, ma quasi senza dramma, tra i soliti sorrisi e ammicchi televisivi, le solite facce della solita compagnia di giro che continua come se niente fosse a scambiarsi favori, comparsate, presentazione dei soliti libri dei colleghi. Senza più margini lasciati al ritegno, a un minimo di pudore.
Cosa fare?, mi chiedono, e mi chiedo. Anzitutto, come qualcuno ha già detto, resistere. Tenere duro senza farsi condizionare dal linguaggio del potere o da quello furibondo dei no vax. Praticare una ecologia della mente, fare la storia delle parole, mostrare come il loro senso si sia a poco a poco trasformato, come il linguaggio si sia imbastardito. Cosa significa per esempio la formula ultraripetuta dai giornali e dall’apparato burocratico e amministrativo che si torna a scuola “in sicurezza”. In sicurezza, quando nulla è stato fatto in due anni, le classi continuano a essere affollate da almeno 25-30 studenti, le distanze fra i banchi sono minime e negli autobus o nei treni locali che portano a scuola i ragazzi e i loro insegnanti stanno ammassati come agnelli portati al macello? Perché in due anni non sono state approntate nuove aule, con servizi efficienti di aerazione? Nelle aule attuali con le finestre aperte di inverno l’alternativa è fra polmonite da covid e polmonite da raffreddamento…D’altronde, come diversi articoli usciti su questo blog hanno rivelato, a poco a poco la stessa scuola, la stessa pedagogia, la stessa educazione stanno diventando altro da come eravamo abituati a pensarle.
E poi. Soluzioni individualistiche e a breve termine non possono esistere. E allora bisogna riunirsi in piccoli gruppi. Discutere insieme, a partire dai luoghi di lavoro e dalle scuole, e anche nei salotti o nelle cucine di ognuno. Ricostruire il significato del “noi” ove sembra esistere solo quello dell’“io”. Far riemergere il senso di una comunità possibile in ogni aula, in ogni fabbrica, in ogni caseggiato.
Troppo poco? Certo, rispetto alla esigenza di arrestare immediatamente quel torrente in piena. Ma è pur sempre qualcosa rispetto a quella di mantenere viva sui tempi lunghi una possibilità di lotta e di futuro.
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