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diretto da Romano Luperini

Ciò che resta dell’uomo: da Lussu a Fenoglio, partendo da Fuori fuoco. Un percorso complementare tra letteratura per ragazzi e grandi autori

La selezione di testi letterari da proporre integralmente o in brani antologici nella scuola secondaria di primo grado presenta una serie di problematiche, solo in parte specifiche per questo ordine. Certamente, nella fase preliminare alla progettazione di un percorso, una delle più rilevanti è comunque l’esigenza di coniugare due istanze che paiono ugualmente essenziali, ma che difficilmente si può riuscire a soddisfare attraverso un unico testo. Da un lato i ragazzi delle medie hanno bisogno di cimentarsi con la lettura autonoma dei testi e sperimentarne il piacere. Per questa via consolidano infatti la convinzione che la lettura può essere un’esperienza gratificante e arricchente e accrescono la fiducia rispetto alle proprie possibilità di affrontare un testo, aspetto da non sottovalutare in alcune classi, specie le prime medie, nelle quali la proposta della lettura integrale di un libro può incontrare più di una resistenza. Cercare di soddisfare questa istanza per i docenti può significare in primo luogo optare per una selezione di testi magari pensati e scritti appositamente per la fascia di età a cui si intende destinarli, in modo da sentirsi relativamente tranquilli rispetto al fatto che la lettura, al netto dell’incidenza dei gusti personali, possa comunque essere portata a termine con successo. Tuttavia accade talvolta che i libri per ragazzi presentino alcuni tratti di fondo (schematismi, semplificazioni, una certa bidimensionalità dei luoghi e dei personaggi) che nel complesso, magari a fronte di tematiche anche molto interessanti, determinano un abbassamento notevole del tasso di complessità che le stesse vicende narrate implicano o presuppongono. Anche da questo, pertanto, nasce l’esigenza di affiancare in classe alla letteratura per ragazzi testi in cui gli alunni possano confrontarsi con la realtà di un evento, di una situazione, di un periodo storico, anche laddove questo significa fare i conti con un portato di drammaticità che non può essere sempre attenuato o facilmente ricomposto. Il percorso che di seguito si delinea è quindi un tentativo di mediazione tra queste due esigenze, specie in considerazione del fatto che in questo caso, molto più che in altri, uno sbilanciamento in un senso o nell’altro non sarebbe stato funzionale alla trattazione del tema: il rapporto dell’uomo, più precisamente della sua dimensione emotiva e personale, con eventi brutali e drammatici che al tempo stesso lo includono e lo trascendono, come le due guerre mondiali.

I testi selezionati sono stati: Fuori fuoco di Chiara Carminati, Un anno sull’Altipiano di Emilio Lussu e Una questione privata di Beppe Fenoglio. Nel resto dell’articolo si renderà conto principalmente delle connessioni tematiche che hanno sostenuto questa selezione, fornendo qualche spunto operativo.

Un inizio Fuori fuoco

Il punto di partenza del percorso è stato Fuori fuoco di Chiara Carminati, la cui lettura è stata proposta integralmente e in autonomia agli alunni, dopo che in storia era stato affrontato lo studio della Prima guerra mondiale. Più precisamente i primi capitoli del libro sono stati letti in classe insieme all’insegnante, i restanti sono stati assegnati per casa, nel corso di un paio di settimane. Durante le lezioni si tornava sulle pagine lette, sottolineando gli elementi tematici rilevanti in senso generale e quelli funzionali al percorso. In particolare sono state evidenziate le parti che poi sono servite da aggancio per affrontare la lettura di Lussu: la dominanza dell’elemento femminile, i richiami e i riferimenti alle azioni militari e a quelle di supporto logistico alla guerra, la percezione del nemico, l’importanza delle lettere dal fronte nel mantenimento dei legami affettivi.

Nel libro di Chiara Carminati, vincitore della prima edizione del Premio Strega per ragazzi 2016, Jolanda, una ragazzina di tredici anni, racconta in prima persona le vicende della sua famiglia dallo scoppio alla fine della Grande Guerra, lungo il confine orientale. Come è già stato evidenziato su questo blog, si tratta di un testo valido sul piano didattico anche perché fornisce ai giovani lettori una struttura narrativa caratterizzata da ricorsività e simmetrie, che consente loro di entrare in argomento in modo agevole.

Dopo il rientro dall’Austria a Martignacco, paese di provenienza della famiglia, la guerra porta via gli uomini, sia gli adulti sia gli adolescenti come il fratello di Jole, Antonio, e Sandro, un amico di cui la ragazza si innamorerà. Il libro è quindi soprattutto un racconto del fronte interno della Grande Guerra, quello che lascia alle donne il peso della solitudine, dell’assenza, dell’incertezza e dell’inquietudine costanti rispetto al destino degli uomini, inquietudine che attenuano le lettere e le cartoline che giungono di tanto in tanto dal fronte. La dominanza dell’elemento femminile passa anche attraverso la specificità della storia familiare di Jole, che insieme alla sorellina Mafalda viene separata anche dalla mamma, allontanata da Martignacco per non aver accettato le avances di un soldato che la denuncia come «austricante». Questo sarà anche l’inizio di un percorso materiale e di conoscenza, che porterà dapprima le due sorelle a Udine, presso la vecchia levatrice Adele, e poi a Grado, alla ricerca della nonna materna di cui apprendono l’esistenza proprio da zia Adele. La donna, infatti, è la custode dei segreti di famiglia e della verità sui difficili rapporti tra Antonia, la mamma di Jolanda, e sua madre. In questa cornice, le vicende belliche della guerra restano sullo sfondo o precipitano nella storia per le conseguenze che implicano, come il bombardamento del centro munizioni di Udine, la fuga repentina da Grado, l’incontro con la massa dei profughi di Caporetto sulla via del ritorno dopo il ricongiungimento delle bambine con la nonna materna. E se la guerra è «fuori fuoco» per le donne, allo stesso modo il mondo delle donne resta sullo sfondo per gli uomini, lontano, inafferrabile. Tanto che quasi in trincea conviene dimenticarne l’esistenza.

Perché Un anno sull’Altipiano

«“[…] Quando si ha una donna, lontana mille chilometri, la sola cosa utile a farsi è quella di dimenticarla. Poche illusioni! Non resta altro da fare. E, per dimenticare, non c’è che questo”.

Ora, bevevamo il caffè.

“Perché, se non si dimenticasse, non ci rimarrebbe altro che spararsi un colpo di pistola”».

Il libro di Emilio Lussu non può certamente essere affrontato senza la mediazione dell’insegnante, non solo perché non è un libro per ragazzi ma anche per le sue intrinseche caratteristiche. La cronaca minuziosa, per quanto scandita dal ritmo della scrittura e dal lessico limpido e puntuale, non sarebbe comunque sostenibile per i giovani studenti delle medie, sia per l’abbondanza di termini militari, sia per la complessità stessa dei contenuti, rispetto ai quali è opportuno optare per una selezione di brani, da scegliere con accuratezza. In senso generale, però, come contrappunto e approfondimento al libro di Chiara Carminati, Un anno sull’Altipiano consente di conferire concretezza e voce, anche sul piano narrativo (la narrazione è condotta da un uomo in prima persona) a quanto in Fuori Fuoco resta sullo sfondo: il mondo degli uomini in guerra, della loro solitudine speculare a quella delle donne, l’orrore della vita di trincea, che in una trattazione specifica di questo tema non può restare solo evocato. In questo modo i ragazzi vengono messi direttamente a contatto con quell’universo maschile, con la brutalità della vita al fronte, e anche in questo specularmente rispetto al libro di Carminati possono constatare l’assenza sostanziale dell’universo femminile, che raramente si affaccia nella cronaca di Lussu. Non solo. Un anno sull’Altipiano, spostando geograficamente il fronte, consente agli alunni di avere una panoramica più completa anche da questo punto di vista.

I brani scelti sono stati tre, in stretta connessione con i temi individuati all’inizio del percorso in Fuori Fuoco.

Retorica e orrore della guerra di trincea

«Era una lettera di Antonio. Diceva che la vita in trincea era dura, ma che il loro spirito di soldati era mantenuto alto dalla coscienza di essere uomini valorosi e fedeli alla Patria. Molti compagni erano morti, scriveva, ma morivano a testa alta e pieni d’onore, felici di sacrificare la propria vita per una giusta causa». (Fuori fuoco, p. 100)

A scrivere è Antonio, il fratello di Jolanda. A partire da questa pagina e da altre parti in cui si fa riferimento alla censura dei giornali, è stata proposta la lettura del capitolo XV di Un anno sull’Altipiano. In questo capitolo, e in quello precedente, Lussu descrive in tutte le sue fasi un assalto alla trincea nemica. La lettura rende quindi tangibile ciò che nella lettera di Antonio è solo retoricamente evocato.

Il capitolo è estremamente interessante anche perché consente agli alunni di approfondire la conoscenza storica dell’argomento, con specifico riferimento proprio alla dinamica delle azioni militari. Sarebbe quindi interessante affrontare la lettura attraverso tecniche che mettano in evidenza anche il posizionamento dei soldati e il dispiegarsi dei fatti entro una determinata porzione di territorio.

Presentando questo brano in continuità con il capitolo precedente, anche attraverso la drammaticità e l’insensatezza dell’assalto, si evidenziano la cecità e l’avventurismo degli alti comandi militari italiani, preoccupati esclusivamente di sostenere la narrazione retorica della guerra attraverso azioni di presunto eroismo. Si legga l’apertura del capitolo:

«Il cannone aveva ottenuto, per solo risultato, la ferita del puntatore e del tenente. I guastatori erano caduti. Ma l’assalto doveva aver luogo egualmente. Il generale era sempre là, come un inquisitore, deciso ad assistere, fino alla fine, al supplizio dei condannati».

C’è poi un altro aspetto interessante che vale la pena evidenziare e che consente di individuare l’intreccio delle intenzioni politiche che compongono il variegato mosaico degli uomini in trincea da un lato e, dall’altro, l’insufficienza stessa di quelle ragioni di fronte all’enormità della guerra e alla certezza della morte. Il dispiegarsi dell’assalto è scandito infatti da alcune parole d’ordine, gridate dagli ufficiali e ripetute dai reparti. Ma al grido di «Savoia!» del capitano Bravini accade che:

«Un tenente della 12ª mi passò vicino. Era rosso in viso e impugnava un moschetto. Era un repubblicano e aveva in odio il grido d’assalto monarchico. Egli mi vide e gridò:

“Viva l’Italia!”».

Più tardi il capitano Bravini cade colpito dal fuoco nemico:

«Al suo fianco, non v’erano che morti. […] Mi guardò a lungo e ripeté ancora, abbassando la voce:

“Savoia”».

La condizione dei soldati in trincea è aggravata dall’insensatezza dell’azione. Lontano dall’essere davvero il grido ardimentoso di chi affronta la battaglia con convinzione, via via il grido «Savoia!» — ripetuto per inerzia in modo quasi meccanico — si trasforma nell’ultimo rantolo di un moribondo, circondato da cadaveri e altri moribondi, svelando così l’inganno della guerra e con esso il portato di retorica di cui è intriso l’assalto stesso. Per la comprensione del brano può essere utile avere il testo alla mano mentre si fa ascoltare agli alunni la lettura (disponibile in rete) che ne ha fatto Marco Paolini. L’interpretazione enfatica dell’attore, il tono e la modulazione della voce rendono percepibile quella vena di nero sarcasmo che altrimenti risulterebbe davvero difficile da far cogliere e che, attraverso l’incalzare della prosa, si genera dall’attrito tra l’inesorabile incedere dei soldati e l’altrettanto inesorabile svolgersi fallimentare dell’azione. Durante la lettura Paolini adatta il testo, sopprimendo qua e là qualche parola, ma essendo le espunzioni di lieve entità, non inficiano minimamente la possibilità di seguire l’ascolto con testo scritto alla mano, se utile.

La vista del nemico

«Il soldato ha strappato il resto del formaggio dalle mie mani, in un solo gesto ha ripreso l’arma e lo zaino e ha fatto per spalancare la porta, ma ha incrociato lo sguardo della nonna. […]

“Era una bestia tedesca?” ha chiesto Mafalda, che nel frattempo si era svegliata ma che forse credeva ancora di sognare. “Che strano. Assomigliava molto alle bestie italiane”». (Fuori fuoco, p. 171).

La citazione è tratta dai capitoli conclusivi del testo di Carminati, nei quali Jolanda, Mafalda e la nonna materna, di ritorno da Grado, si imbattono nella massa dei profughi e dei soldati in marcia dopo la tragedia di Caponetto. Durante il cammino si rifugiano in una casa abbandonata per aiutare a partorire una giovane donna, dato che anche Natalia, la nonna di Jolanda, era stata levatrice, come pure Adele. Il soldato austriaco, sfinito e affamato, irrompe proprio dopo che sono venuti alla luce due gemellini. Di là dalla ricchezza di spunti che presenta anche questo brano in sé, quello che interessa qui è la percezione del nemico che ne viene fuori, una descrizione del soldato cui vengono attribuiti gli stessi tratti di (dis)umanità e fragilità dei soldati italiani. A questo brano è stato affiancato quindi il capitolo XIX di Un anno sull’Altipiano, nel quale Lussu descrive un fortuito appostamento che schiude una vista del tutto imprevista sulla vita nella trincea nemica. Lussu e il suo caporale escono di notte in esplorazione, nel punto in cui le trincee sono più vicine a quelle nemiche, a trenta metri circa dagli austriaci. Si tratta di un punto di osservazione estremamente sicuro ma che, allo stesso tempo, consente di avere una piena visuale sul nemico, per cui Lussu decide di restare in attesa dell’alba, quando la trincea austriaca si anima:

«Mai avevo visto uno spettacolo eguale. Ora erano là, gli austriaci: vicini, quasi a contatto, tranquilli come i passanti su un marciapiede di città. […] Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni».

Nel resto del brano Lussu rende conto di una vera e propria presa di coscienza. Mentre paragona la guerra a una «caccia grossa», nella quale non si vedono uomini ma solo nemici, l’ufficiale austriaco che sta osservando accende una sigaretta. La circostanza, che produce anche in Lussu il desiderio di fumare, contribuisce a stabilire un rapporto diretto tra i due uomini. Lussu, che esplicita le ragioni politiche e morali della sua scelta di fare la guerra, sente che dovrebbe tirare all’ufficiale austriaco, eppure non riesce a farlo. Lo rende esitante la certezza che la vita di lui dipende dalla sua volontà: «Avevo di fronte un uomo! Un uomo!». Sparare in questo caso non sarebbe giustificabile, significherebbe commettere un assassinio. Desiste. Cede il fucile al caporale, che desiste a sua volta. Anche qui la potenza del brano sta dunque nel sentimento di empatia che trascende gli schieramenti e che, pure nella guerra, rende ancora possibile un riconoscimento.

Lettere d’amore

«[…] Saremo anche noi accanto ai soldati e forse anche faccia a faccia col nemico. Francesco sta bene e vi saluta tutti. Io ti penso, Jolanda. Aspettami, tornerò presto.

Sandro

Mi sono portata la cartolina al petto. Un senso di leggerezza mi invadeva la testa, mi sentivo come se avessi bevuto il mosto fermentato». (Fuori fuoco, p. 50)

Qui a scrivere è Sandro, il ragazzo di cui Jolanda si innamora e che è al fronte con il fratello. La cartolina viene recapitata a Jole da don Andrea e si tratta per lei di una vera e propria sorpresa, perché per la prima volta la lettera è personalmente indirizzata a lei. La ragazzina, che per paura cerca di resistere ai suoi stessi sentimenti, vive una serie di emozioni contrastanti («Perché mi scriveva? Perché a me? Volevo continuare a leggere, e volevo stracciarla in mille pezzi»), finché non trova uno spazio di intimità per dedicarsi alla lettura.

A partire da questo tema è stato proposto il capitolo XXII di Un anno sull’Altipiano. Come anche il capitolo XIX, si tratta di un brano nel quale la tensione che caratterizza la cronaca delle azioni militari si distende e il testo acquista una dimensione più propriamente narrativa. È la vigilia di Natale. I reparti italiani hanno intercettato un fonogramma nemico in cui si annuncia per la mezzanotte lo scoppio di una mina sotto le trincee italiane. I soldati vengono quindi trattenuti al fronte, nonostante l’imminenza delle partenze per le licenze. La decima compagnia comandata da Lussu e la nona del tenente Avellini hanno l’ordine di restare in linea, per assicurare il cambio del reggimento, previsto proprio per quella notte. La compagnia di Avellini deve occupare proprio il settore della mina. Così, di fronte alla quasi certezza della morte, ecco che l’altro mondo, quell’universo femminile quasi dimenticato, irrompe delicatamente quanto perentoriamente sulla scena:

«Prima di portarsi sulla mina, Avellini mi consegnò un pacchetto di lettere, sigillato. L’eleganza del pacchetto e un tenue profumo che ne sprigionava rivelavano chiaramente la loro provenienza. Io non sapevo niente di preciso, ma non ignoravo che Avellini era innamorato di una signorina».

Lussu accetta di custodire per conto dell’amico queste lettere d’amore e si impegna a farle avere alla donna che le ha scritte nel caso in cui Avellini dovesse morire nell’azione militare, senonché subito dopo Lussu si rende conto di essere esposto allo stesso pericolo dell’amico. Decide quindi di affidare a sua volta le lettere a un capitano di artiglieria che conosce bene e che comanda una batteria di montagna posizionata nei pressi. Disperato e disilluso rispetto alla persistenza dei sentimenti da parte della sua donna, nella conversazione con Lussu il capitano si lascia andare al sarcasmo e al dolore. Lussu invece è roso dal dubbio rispetto all’identità della donna del tenente Avellini, perché sospetta che sia la stessa di cui è anche lui innamorato e che hanno conosciuto insieme:

«Ma, quanto più s’avvicinava l’ora attesa e temuta, tanto più il mio pensiero si allontanava dalla mia compagnia, dalla mina, da tutti quei luoghi. Mi dicevo: “Dev’essere lei. Non può essere che lei”. E, ogni volta, il dubbio ritornava e trovavo tante considerazioni a mio conforto».

E più avanti, scampato il pericolo perché la mina non è mai esplosa, rispondendo alla domanda del colonnello se avessero conosciuto un momento più drammatico di quello, Avellini si affretta a rispondere:

«“Io mi tenevo pronto, naturalmente; ma pensavo ad altro”.

E guardò me, sorridendo, come se io solo potessi capirlo».

La guerra e l’imminenza di una morte non solo possibile ma molto probabile potenziano i legami, acuiscono i sentimenti e, con essi, anche i dubbi. Se l’amore tra adolescenti è potentemente in lotta con sé stesso come nel caso di Jolanda, quello degli adulti è fragile e precario, si aggrappa all’idea di una persistenza, sia del sentimento sia della vita stessa, in cui è quasi impossibile credere. A seconda dei casi, la paura, il dubbio, la gelosia dominano l’individuo. Il passo successivo è l’ossessione.

Una questione privata

In questo paragrafo si indicano esclusivamente gli elementi di connessione con le precedenti letture, che non esauriscono certamente le innumerevoli possibilità di attraversamento didattico del capolavoro di Fenoglio, ma che semplicemente offrono uno sviluppo ulteriore dei temi trattati. In questo caso è stata proposta la lettura integrale del libro, che però va affrontato in classe insieme all’insegnante. I riferimenti che compongono il quadro della situazione nelle Langhe dopo il 1943, infatti, necessitano di essere ricomposti attraverso la mediazione del docente. Allo stesso modo tutti gli impliciti, sia sul piano narrativo sia su quello psicologico, non possono essere colti né risolti autonomamente dagli studenti. Tuttavia, anche se con cautela, si può provare ad affrontare il testo alle medie.

In primo luogo si tratta infatti di una storia d’amore impossibile di ragazzi appena poco più grandi degli studenti della terza media. Quanto al tema specifico del percorso, Una questione privata è evidentemente il testo che per antonomasia mostra le conseguenze dell’impatto brutale di un contesto di guerra sulla sfera dei sentimenti e delle relazioni personali, e viceversa. Gli aspetti su cui si può lavorare in continuità con le precedenti letture sono quindi:

  • il baratro del dubbio in cui precipita Milton quando apprende della storia tra Giorgio e Fulvia: Il tema, che in Lussu è sfiorato in un solo episodio, diventa in Fenoglio il motore della narrazione. In classe può essere interessante lavorare sull’individuazione nei primi capitoli di tutti gli elementi che definiscono i pensieri e i comportamenti di Milton in rapporto alla notizia della storia tra Fulvia e Giorgio e alla successiva cattura di quest’ultimo. Il lavoro testuale è finalizzato a mettere in evidenza come le scelte di Milton siano motivate dal pensiero ossessivo di conoscere da Giorgio stesso la verità — che in realtà ha già appreso — e come questo piano della motivazione personale rappresenti il reale sostrato emotivo e psicologico delle sue scelte rispetto alle azioni di guerriglia;
  • i connotati dei fascisti e la percezione del nemico, in relazione alla rappresentazione degli austriaci in Un anno sull’Altipiano: In Lussu la guerra è una condizione che umanamente accomuna i soldati italiani ai propri nemici, si trovano su fronti opposti ma non si apre tra loro alcun baratro morale, è anzi possibile un rispecchiamento. La condanna, e con essa il giudizio morale, è semmai nei confronti di chi quella guerra la comanda malamente dalla stessa parte. In Fenoglio la situazione è più articolata, in primo luogo evidentemente per il diverso contesto di riferimento, dato che le due parti in lotta non si equivalgono sul piano delle responsabilità storico-politiche ed etiche, per cui nei confronti dei fascisti non può esserci alcuna risonanza. Su questo dato tuttavia si innestano ulteriori elementi di complessità. L’impossibilità di una qualsiasi forma di comunanza con il nemico genera nei partigiani un odio che Fenoglio non esita a rappresentare. Se Milton infatti non riesce a trovare lo scambio per Giorgio, è anche perché nelle mani dei partigiani i fascisti non restano vivi se non per qualche ora. Allo stesso modo Fenoglio non ha remore a rendere conto delle esitazioni del tenente fascista incaricato di eseguire l’ordine di uccidere per rappresaglia Riccio e Bellini, i due ragazzini che hanno fatto da portaordini per i partigiani. Si tratta di aspetti che nelle classi è necessario affrontare assieme all’insegnante, per mettere nella giusta prospettiva la complessità che il testo esprime, evitando però che oppressi e oppressori finiscano accomunati dallo stesso giudizio.

Conclusioni

Il tema trattato consente di stabilire una connessione anche con altri eventi che nel mondo contemporaneo trascendono la dimensione del singolo, determinando sconvolgimenti enormi nella vita psichica e relazionale di ciascuno. La pandemia in atto, nella misura in cui ha costretto l’individuo a relazionarsi con una crisi sanitaria immane, ha disarticolato il precedente orizzonte di senso di ognuno, costringendo tutti — in forme, modi e gradazioni diverse, ma certamente tutti — a rielaborare giorno dopo giorno, e in certi frangenti ora dopo ora, la propria progettualità. A questo stato di attuale, costante allerta si aggiungono le minacce di altre possibili catastrofi che, sebbene non manchino di annunciarsi attraverso segni sempre più insistenti — basti vedere da ultimo le temperature record registrate in Canada e le alluvioni in Germania — continuano a essere sostanzialmente quanto non casualmente ignorate nei processi decisionali su scala globale. Il cambiamento climatico e le sue conseguenze perturbanti stanno di fatto assumendo una concretezza sempre più drammatica.

Si tratta di piste che potrebbero essere indagate proprio partendo da contesti di alterazione storicamente definiti, come appunto quelli delle due guerre mondiali.

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