Più pudore e meno intempestività, per favore. Lettera al Sole24ore
Martedì 17 marzo Il Sole24ore ha pubblicato un articolo dal titolo “Scuola a distanza, un’occasione unica per una didattica inclusiva per tutti”. Il nostro redattore Daniele Lo Vetere ha inviato alla redazione del giornale questa lettera, che ad oggi risulta non pubblicata.
***
Alla redazione de Il Sole 24 ore,
con richiesta di pubblicazione
Vorrei fare poche e sintetiche osservazioni intorno all’articolo a firma di Maria Vittoria Alfieri, pubblicato sul vostro sito il 17 marzo, dal titolo “Scuola a distanza, un’occasione unica per una didattica inclusiva per tutti”.
L’articolo è particolarmente – mi si perdoni l’aggettivo forte – odioso, per una semplice ragione. Il Paese sta vivendo un’emergenza straordinaria. La quarantena è una misura che non si era mai dovuta adottare in decenni di storia repubblicana. Alcuni nostri concittadini e concittadine, specie anziani, stanno morendo. E chi muore in quarantena muore solo. Solo. Vi prego di soffermarvi per pochi istanti su questa immagine. C’è bisogno di spiegare perché metafore che in altro contesto sarebbero trite – la “viralità del cambiamento” – risultino ora di pessimo gusto? Cito: “Il coronavirus sembra essere contagioso non solo per la nostra salute, ma anche per le nostre abitudini digitali […] più che di un virus si tratta di un attivatore di consapevolezza”.
In secondo luogo approfittare di questa situazione per fare un po’ di retorica avveniristica sulle nuove tecnologie è, per essere gentili, improvvido, ma, a dirla tutta, risulta piuttosto offensivo.
In terzo luogo l’articolo è pervaso da una ben nota polarizzazione in cui digitale e innovativo equivale a “di qualità” (o a “illuminato”): e tutto il resto è “tradizionale” (le virgolette caritatevoli sono di Maria Vittoria Alfieri). Le affermazioni della professoressa richiederebbero argomenti e riflessioni di ben altra profondità e complessità. L’articolo è pieno di apodissi, definizioni generiche e prive di senso concreto (“Una formazione ‘attuale’”), nonché di un linguaggio parapubblicitario che è abbastanza avvilente per qualsiasi persona che si occupi di cultura (“maker delle idee”).
Infine: insegno nella scuola che nella mia provincia ha il più alto numero di ragazzi disabili in proporzione al numero di studenti. Stiamo facendo il possibile, ma posso garantire che in molti casi questi studenti sono ora sulle spalle della sola famiglia, perché il servizio di assistenza alla persona e di inclusione didattica che lo spazio fisico della scuola poteva garantire loro è impossibile da replicare a distanza. Altro che “scuola inclusiva per tutti”.
Concludo. Il digitale a scuola richiede una seria riflessione, perché le sue implicazioni, da un lato cognitive, pedagogiche e didattiche, dall’altro politiche, sono enormi: non fosse altro che per il fatto che la tecnologia che lo renderebbe possibile è in gran parte nelle mani di quelle corporation che un recente libro ha chiamato del “capitalismo della sorveglianza”. Ma ne parleremo in altra sede e in un’ora meno buia. Per il momento, lasciamo lavorare gli insegnanti e mostriamo un po’ di pudore davanti a chi muore.
Daniele Lo Vetere, insegnante
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