Storia della mia copertina/8 – Le vite potenziali di Francesco Targhetta
Quello della copertina mi è sempre parso un problema. Con mio grande sollievo nei libri precedenti ero riuscito a eluderlo o quanto meno a ridurlo al minimo grado di difficoltà, o perché l’editore ci metteva solo codici a barre (Isbn per Perciò veniamo bene nelle fotografie) o per ragioni di genere letterario: le raccolte di poesia prevedono copertine, per quanto raffinate a livello grafico, per lo più disadorne e prive di immagini, e prima di questo romanzo avevo pubblicato soltanto versi. (Il motivo per cui le copertine dei libri di poesia sono così pulite credo che abbia a che fare, più che con la tendenza propria del linguaggio poetico a giocare di sottrazione e a esaltare l’essenzialità, con la mancanza di urgenze commerciali: il libro non venderà comunque – inutile, se non controproducente, cercare di attirare l’occhio del potenziale lettore con l’esca di un’immagine).
Parlo di problema perché sono sempre stato negato verso tutto ciò che riguarda le arti visive, oltreché penosamente privo di qualsiasi competenza a riguardo. Con Mondadori, dunque, sono subito chiaro: non so quale sia il processo con cui scelgono le immagini di copertina, ma mi rimetto e affido a loro con piena fiducia. “L’ho scampata anche questa volta”, penso. E invece. In virtù di un desiderio di dialogo continuo con l’autore su ogni aspetto riguardante il libro che io pensavo non potesse esistere in un grande gruppo editoriale, e invece esiste eccome, i grafici e Linda Fava, l’editor con cui lavoro, vogliono coinvolgermi. Eccomi.
Il romanzo parla di nerd, di un’azienda di consulenza informatica con sede a Marghera, di e-commerce, di trasferte di lavoro per mezza Europa, di personaggi strattonati dalle mille potenzialità delle proprie frenetiche vite. Inserire nella copertina Marghera e il suo dilaniato paesaggio industriale è escluso: nessuno vuole che il romanzo acquisisca una connotazione nordestina di cui in fondo è privo (lo scenario tra Mestre, Treviso e Padova non è dissimile da quello di mezzo nord Italia: Padania Classics insegna).
Rimane l’ambito informatico, che però è molto complicato rendere visivamente senza incappare nel didascalismo. L’idea di partenza dei grafici a me non dispiace, tanto che a lungo rimane la copertina più probabile: una stanza buia, con un portatile a fare luce e una finestra affacciata su un panorama metropolitano con gru. Ci sono l’atmosfera scura del libro, l’attrito tra due mondi (virtuale e reale), la sensazione alienante di una camera spoglia che sembra quella di uno dei tanti alberghi anonimi frequentati dai consulenti informatici, l’avvertimento di un vuoto ma anche di una storia che vi si può dipanare. Io sono soddisfatto, ma per Mondadori è un punto di partenza. Il problema continua.
Durante pomeriggi di ricerche su Google Images attorno all’idea di “natura morta con pc”, mi imbatto nei quadri di Jon Rafman della serie You Are Standing in an Open Field. “Ci siamo”, mi dico. “Ci siamo”, scrivo a Linda. (Sì, soffro di una continua impressione di “esserci”, che in realtà temo sia collegata alla supposizione di non “poterci essere”, davvero, mai). La serie è composta da una dozzina di quadri, ma solo un paio mi convince: l’elemento comune è la presenza in primo piano di una tastiera segnata e straziata dai resti della vita trascorsa sui suoi tasti cui fa da sfondo un paesaggio ameno dipinto con i tratti di un datato naturalismo.


Il concept è quello che cerco: le due dimensioni che si scambiano le parti. La vita vera si consuma sul pc, mente il mondo là fuori si spopola nella sua grandiosa bellezza e finisce per diventare lui l’artificio.
Ma il problema di quelle immagini è la loro pienezza barocca e anche un po’ kitsch, che, se ben asseconda un certo mio gusto estetico, mal si concilia con lo stile del romanzo, netto e geometrico. Niente. (Un quadro di questa serie, scopro più tardi, è stato scelto da Nero Editions per la copertina di Realismo Capitalista di Mark Fisher, uscito lo scorso gennaio; sono contento che quell’idea si sia concretizzata in un gran libro).
Il tempo passa. Il problema ha finito per coinvolgermi a pieno. Ai grafici io e Linda arriviamo a proporre un altro paio di soluzioni, prendendo spunto da alcune scene del romanzo che hanno un valore simbolico e iconico molto forte. Ma non quagliamo: il libro, come la realtà che descrive, ci sfugge da ogni parte, scivola, sdrucciola via. Finché Linda, leggendo e rileggendo, trova l’epifania che cercavamo, il passaggio che condensi l’idea della potenzialità di queste esistenze: c’è Luciano che, viaggiando la sera per le statali padane, gode nel proiettare la propria vita dentro le stanze composte e illuminate degli arredocasa di provincia.
Durante la mia ricerca arrivo a inserire nella stringa folli varianti sul tema “furniture showrooms at night” (che rimane un buon nome per una band indie) e ben presto mi rendo conto che la ditta di arredamento che si è avvalsa dei fotografi migliori è senza dubbio l’australiana King: gallerie di mirabili inquadrature hopperiane di salotti e tinelli immersi in crepuscoli metropolitani che riescono a rendere pensoso persino un sito di e-commerce di mobilio.

“Ci siamo”, mi dico. “Bisogna chiedere la liberatoria alla King”, mi dicono. E io voglio farlo. Di più: voglio conoscere questo fotografo. Lo scatto con le fronde un po’ sfocate che scendono dall’alto quasi a volersi proiettare dentro i meravigliosi salotti King affacciati su una deserta alba urbana mi fa battere il cuore da quanto è bella. La voglio sul mio desktop subito. Il problema è che si sviluppa in orizzontale. Facciamo un libro orizzontale! Pagliarani approverebbe.

La foto che convince tutti arriva dai grafici: una veduta serale del Vitra Design Museum a Weil am Rhein, Germania; architetti, come tutti gli amici del settore subito riconoscono, Herzog & de Meuron. C’è tutto ciò che cercavamo, con un prezioso supplemento: gli edifici inquadrati sono tre, come i personaggi principali della storia.Messi così, uno sopra l’altro ma ciascuno orientato verso un orizzonte differente, danno l’idea delle diverse vite potenziali che attendono i protagonisti. Il blu serotino e il giallo acceso, intrecciati al nero delle ombre, formano una tavola cromatica stupenda, mentre la geometria dell’immagine, nella sua irregolare precisione, è in piena sintonia con il tono del romanzo. La vita lì dentro sembra chiarirsi e diventare più lucida. Più facile. Ma sotto c’è la strada, con le sue scie sporche e luminose in perpetua fuga.
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