I work therefore I am (European)
Particolarmente evocativo il titolo del convegno svoltosi il 9-10-11 novembre a Bruxelles che ha raccolto attorno a più tavoli, tra il Comitato delle regioni, una delle Istituzioni europee più attive, e la Fonderie, museo “operaio”, sociologi, filosofi e letterati appartenenti (precariamente o stabilmente) a diverse università europee. A.C. e T.T. hanno animato un dibattito interdisciplinare multilingue e insolitamente aconflittuale, maggior comun denomitore tra i partecipanti: esperienza diretta o indiretta del precariato in Europa. L’identità si costruisce sulla base del lavoro che si svolge e se il lavoro è precario l’identità sarà un puzzle modellato su misura come un abito di arlecchino, diversi lavori, vari luoghi, la bellezza dell’insieme dipende dalla tenacia e insieme dalla capacità di abbandonarsi al fato (ducunt volentem fata nolentem trahunt). Non è un caso che Trevisan, con il suo WORKS, sia risultato non un prototipo ma un emblema del precariato degli anni Dieci, dove l’identità che si costruisce è non omologata e priva di ogni forma di compromesso.
Tutto questo mi tocca personalmente, non fosse altro che ricevendo da numerosi anni mensilmente una fiche salaireàtemps plein, nella dichiarazione dei redditi risulto: Travailleur du secteur public sans contrat de travail. Due episodi esplicativi.
1. Giugno.
«Vous êtes salariée?»
«Oui, bien sûr!»
In banca, la prima domanda, la più ovvia, eppure mi pare paradossale, chiedo il perché, mi risponde come meglio può ma poi ci guardiamo con sconcerto reciproco. È possibile certo che io non lo sia ma non riesco a riavermi da questa domanda, così ovvia eppure così brutale che mi pare apra un baratro sulla mia condizione e sui ‘ruoli’ nella società. Sarà che oggi all’improvviso fa un caldo mostruoso e io ho passato la mattinata con Svevo, Tozzi e Pirandello, cercando di imbastire un dialogo con accordi e disaccordi che non hanno avuto su una questione che importa solo a me.
Potrei essere un’artista che prende un sussidio (ce ne sono tanti in questo quartiere), una disoccupata con chômage (quelli non mancano certo), una moglie con marito facoltoso (fossi più furba), una straniera appena arrivata e in attesa di collocamento (la cosa più ovvia), o perfino una profuga (improbabile… ). Ma dentro di me la risposta è chiara: non sarei in Belgio se non avessi un lavoro. Sarà per come sono vestita!? sarà per i miei tratti del sud che non si capisce quale sia? per la mia pronuncia altrettanto non identificabile? O per la mia espressione stralunata? Ovviamente mi sono guardata bene dal dirgli che lavoro all’università, lasciandolo nello sgomento provocato dalla mia reazione a una domanda così banale ma inconsapevolmente provocatoria.
Torno ai tre scrittori di un secolo fa cercando di essere meno sprovveduta nelle mie domande a loro di quanto lo sia stato il funzionario di banca con me.
«Donc, je ne dois pas revenir?»
«Non, c’est fait!».
2. Settembre. On my way to work.
Io che sono avvezza a ragionare nei termini dell’ubiquità e del precariato ‘volontario’, doppiamente fuori sede, andando al lavoro, sul mio solito percorso, un giorno, qualche tempo fa, ho notato una fila davanti all’edificio all’angolo della mia strada. Nella fila di persone, più o meno ordinata, di colori variegati, mi ha colpito lo sguardo di un giovane diverso dagli altri perché sembrava non avesse difficoltà concrete, un benestante insomma, ma lo sguardo allarmato. Con la coda dell’occhio leggo su una traga: “bureau d’employ nationale”, ottima scoperta è proprio accanto a casa e si trova nell’edificio che sembrava non dovesse finire mai, mastodontico, costruito sullo scheletro di uno precedente che pareva minacciassse di crollare da quando ci siamo trasferiti nella nuova casa, appunto nella strada che termina con questo mostro dell’edilizia. Poi un giorno, come per magia, il cantiere era scomparso con gli operai e lo scheletro rimpolpato e rivestito con abiti nuovi, diversi da quannto mi sarei aspettata ma moderni, di tutto rispetto. In quei giorni, poco meno di un anno fa si stava stampando il mio libro che – copertina inaspettata ma bella – come spesso mi accade (un effetto del precariato?) credevo non avrei mai portato a termine.
Se le fondamenta sono solide, non importa quando, il risultato si concretizza, talvolta superando le aspettative.
Tirando le somme di questo ragionamento strampalato, sintetizzando e parafrasando A.C. in chiusura del convegno, dopo il brillante e autoironicamente “penultimo” T.T., quella dei lavoratori precari di oggi in Europa è un’identità (sudata e perciò anche) assunta con orgoglio.
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