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diretto da Romano Luperini

Impotenza politica e stato di minorità: è possibile solo una forma di disagio?

La nuova collana di Laterza Solaris, formata da brevi saggi, si presenta con due volumetti di due autori coetanei (fra i quaranta e i cinquanta anni) che muovono dallo stesso assunto ma arrivano a conclusioni opposte. Si tratta di I destini generali di Guido Mazzoni e di Stato di minorità di Daniele Giglioli. Lo stato di minorità è la condizione di impotenza, la impossibilità di agire, che per Mazzoni è oggettiva, per Giglioli è, anche, una strategia dell’assetto di potere vigente che si perpetua diffondendo tale sensazione. La conclusione di Mazzoni è che non resta altro da fare che adattarsi (nel suo libro c’è, espressamente, un elogio dell’adattamento) e testimoniare una «forma di disagio», quella di Giglioli è che bisogna scegliere, prendere posizione, schierarsi. 

Già in via preliminare Mazzoni sente il bisogno di ammettere una «ambivalenza» del proprio discorso e prega il lettore di non scioglierla e soprattutto di non spostare «l’asse del discorso dall’analisi al giudizio»: come se l’analisi fosse neutra e non fosse determinata da un implicito sistema di valori e di giudizi che la condiziona. Una preghiera significativa: evidentemente Mazzoni si accorge di un impaccio o di una contraddizione e cerca di ripararvi argomentando che quello che conta è capire non «prendere posizione». Così, seppure in modo surrettizio, emerge però il reale problema di Mazzoni: non prendere posizione. D’altronde, a suo avviso, prendere posizione e superare l’ambivalenza non sarebbe possibile a causa della «inefficacia delle categorie con le quali cerchiamo di interpretare il presente». E tuttavia resta una incongruenza, alla quale l’autore gira intorno nella parte iniziale e di cui prende atto più direttamente nella parte finale del libro: queste categorie inefficaci sono pure quelle che sostengono e conducono tutta l’analisi. Dunque sarebbero efficaci ai fini analitici e inefficaci per quanto riguarda la presa di posizione e il giudizio? Alquanto bizzarro, direi.

Tutta l’analisi sottintende valori e vettori di senso che invece vengono esplicitamente rifiutati in quanto anacronistici. Anche il linguaggio che tratteggia la situazione di impotenza è tutt’altro che neutro, anzi ha il colori del pathos. Lo stile è commosso, tendenzialmente tragico: sin dall’inizio si dice che tutti noi siamo «travolti» dalla mutazione avvenuta cinquant’anni fa: le persone vivono «scisse», nell’«isolamento» e nella «segregazione» diventati condizione normale, conducono «esistenze frammentarie e attimali» in uno «spazio disgregato», dove non si danno più né passato né futuro e domina il privato; anzi tutta l’esistenza si svolge ormai «sotto l’impero del privato», nel «puro consumo», in modo «irresponsabile, inappartenente, centrifugo». Infine si ammette persino che si vive in un sistema fondato sullo «sfruttamento di una persona sulla persona» e sulla oppressione di vaste zone del pianeta. D’accordo, ma tutto questo non è già giudizio? Un giudizio, aggiungo, che più volte abbiamo risentito risuonare nelle nostre letture… Nella descrizione e persino nel linguaggio impiegato non riecheggiano le voci di un pensiero critico che ha attraversato la modernità, al punto che, come ammette Mazzoni nella zona finale del libro, vi appare persino «l’ombra dell’Altro innominabile», lo spettro del comunismo e delle utopie del movimento operaio elaborate nel corso degli ultimi due secoli?

Ma è proprio qui che Mazzoni s’impunta. La paura di essere inattuale, anacronistico e ridicolo è il vettore nascosto di tutto il suo libro. Per questo preferisce restare nell’ambivalenza. E, se proprio deve uscirne, lo fa per tessere l’elogio dell’«adattamento» e della saggezza del senso comune: «Quell’amore per l’adattamento, il compromesso, la consuetudine, la superficie che è tipico di ogni senso comune contiene, alla fine, una forma profonda di saggezza», scrive. Dalla tragedia dell’analisi si passa dunque alla commedia dei comportamenti pratici. D’altra parte, dato che ormai si vive in una prospettiva postutopica, sarebbe inutile, scrive Mazzoni, stare a pensare ai «problemi essenziali» perché essi non «hanno storia, se non nella lunga o lunghissima durata, cioè in una dimensione che non ci riguarda». Meglio adattarsi e fare i cavoli nostri, insomma. Non resta, parrebbe, che la possibilità di un tranquillo cinismo quotidiano. Insomma, si chiede infine Mazzoni, perché Fabrizio Corona (secondo cui niente altro si può fare «se non godere sino all’ultimo») «dovrebbe avere torto»?

Certo, accettare questa prospettiva comporta una «forma di disagio». Al Western way of life niente altro si potrebbe opporre che questo disagio. Un nobile disagio, naturalmente, una pensosa malinconia. Ma, verrebbe da obiettare, se uno si predispone agli adattamenti del cinismo quotidiano, perché indulgere a questi struggimenti da anima bella?

Direi che tutto il libro di Mazzoni è scritto saldamente all’interno del Western way of life (da questo punto di vista i suoi «destini generali» sono assai poco «generali» e anzi molto particolari). Ogni altra prospettiva è liquidata come utopica e anacronistica. Ma anche il punto di vista delle vittime (delle vittime del Western way of life) è anacronistico e inattuale? Lo stesso fondamentalismo islamico non è un modo rozzo e barbaro di esprimere un trauma planetario che ci riguarda? E più in generale: non vi sono, in realtà, infinite maniere, anche nella vita quotidiana e, anzi, nel modo stesso di pensare, per prendere posizione e schierarsi? E invece Mazzoni vede solo un’alternativa secca: o il Western way of life o il collasso del sistema. Secca, e comoda. Prendere posizione sarà magari «inefficace», ma stare ad aspettare il collasso e intanto compiacersi del «disagio» della propria impotenza è certamente ancor più inefficace.

E’ qui che si apre la pars costruens del discorso di Giglioli. Discorso difficile, meno lineare di quello di Mazzoni, più tortuoso, a tratti forse volontaristico, ma almeno rischioso, e coraggiosamente inquieto e aperto, perché volto non a giustificare una impotenza, ma a individuare i modi per superarla.

Anzitutto, scrive Giglioli, il senso d’impotenza è un effetto del sistema di potere vigente. «Una società in cui l’agency [l’azione politica] è inibita non è il risultato di una configurazione astrale. C’è chi ha lavorato e lavora per questo. Che l’agire politico dei più sia svuotato di senso è un bene per chi ne trae vantaggio. La mancanza di agency non è mai davvero generalizzata: quelli che possono impiegano buona parte della loro agency a far sì che altri non possano». Limitarsi a prendere atto dell’impotenza è insomma una forma di complicità. È nella complicità e nella cecità di fronte alla complicità, ci ricorda Giglioli, che si annida il maggior errore che possiamo fare. «Rescindere il nesso di complicità con un assetto di potere significa desolidarizzarsi con quelle parti di sé che ne garantiscono il funzionamento». La prima azione critica è verso se stessi ma da lì muove per poi porre in crisi l’«assetto di potere».

Su questo terreno in occidente si è esercitato, per fare un solo esempio, il pensiero critico delle femministe, soprattutto a cavallo fra anni settanta e ottanta del Novecento, e in modi meno radicali ancora oggi. E al punto di vista delle donne in un punto del suo libro Giglioli si rifà espressamente perché senza dubbio la divisione di genere è una linea di contraddizione.

Ma Giglioli va più in là, su un terreno fondativo che vale la pena considerare più da vicino. Partiamo intanto dalle sue parole: «L’esser di parte inerisce all’ontologia della natura umana, e ogni unità supposta, rimpianta o vagheggiata, passata o futura, è soltanto una forma di dominazione più perfetta. Prenderne atto, dire sì a questo atto di conflittualità permanente, che attraversa in primo luogo i soggetti, è difficile a misura di quanto si subisce dentro di sé il ricatto del vantaggio che la partecipazione a un ordine dato sa fornire».

L’ontologia della natura umana presuppone, direi, sia la divisione sia la tensione a un ordine (che è altra cosa, va da sé, dalla pretesa palingenetica di un suo raggiungimento definitivo e risolutivo): la divisione dell’io in inconscio e conscio e quella dei popoli, delle razze, delle classi, dei generi non possono reprimere la tensione verso una maggiore unità, tanto dell’io quanto dell’essere umano in quanto essere generico. Questa divisione e questa tensione sono ineliminabili e in conflitto permanente con l’assetto vigente che, all’interno dell’io e fuori di esso, nel sistema economico e politico, le cristallizza, le comprime e spesso (non sempre) riesce a soffocarle.

Prender parte è dunque, secondo Giglioli, costitutivo del soggetto. Su questa strada egli recupera la lezione positiva del Novecento, un secolo di cui vede le storture e i limiti ma che è anche, scrive, il secolo del prender partito, il secolo del Partigiano. Il rischio della posizione di Giglioli sta però nel fatto che la unica conflittualità che indica, oltre a quella di genere (a cui peraltro allude assai rapidamente), sembrerebbe in interiore homine: è la critica verso se stessi e in particolare verso la parte di noi che giunge a compromessi o a forme di complicità col sistema.

Io credo che ragioni di conflittualità e possibilità di prendere posizione stiano anche nella situazione storica. La situazione attuale del pianeta è segnata dal disordine, da una grande conflittualità e mobilità, che solo con estrema fatica il sistema economico politico e militare dominante riesce a tenere in qualche modo sotto controllo. Per esempio, ci attendono nei prossimi anni, e sono già cominciate, migrazioni gigantesche di popoli incalzati dalla miseria, dalla desertificazione di vaste zone del pianeta e dalle guerre di religione, mentre la condizione di disoccupazione, di precariato e di esilio riguarda già oggi milioni di giovani all’interno stesso dell’Occidente schiacciati dall’onnipotenza delle regole economiche e dalla entropia stessa del sistema finanziario. Nelle lacerazioni che si aprono da che parte si sta? È immaginabile un incontro fra queste due diverse realtà di migranti e di precari? Quali conseguenze ne derivano per la masse intellettualizzate e proletarizzate (si sarebbe detto un tempo) dell’Occidente?

Si apre qui un terreno (su cui aveva cominciato a richiamare l’attenzione Said) che gli intellettuali occidentali da troppo tempo hanno lasciato scoperto abbandonandolo alle varie forme del volontariato, alla iniziativa delle Chiese o addirittura alle politiche governative sui flussi migratori e sul “ritorno dei cervelli”. Si aggiunga che il potere di seduzione del sistema, come ci ricorda Giglioli, non è più quello degli anni ottanta. Insomma, chi non si accontenta di testimoniare una forma di disagio, ma vuole prendere posizione può trovare, già oggi, pane per i propri denti.

Due libri da leggere, questi di Mazzoni e di Giglioli, non fosse altro perché ci fanno conoscere, in modo persino esemplare, le problematiche esistenziali e politiche di una generazione di intellettuali. Di uno, che pure urta e irrita per il retroterra psicologico che rivela e per le conseguenze pratiche e comportamentali che propone, si può apprezzare la persino disarmata sincerità dell’esame di coscienza di un letterato di oggi; dell’altro, che pure può mettere in sospetto per lo sforzo dell’argomentazione, la difficile continuità con una tradizione di pensiero critico e negativo che può permetterci non solo di passare a contrappelo il presente, ma di prender posizione all’interno delle sue contraddizioni.

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 NOTA

Il desegno è di Davide Toffolo per “Le luci della centrale elettrica”.

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Comments (21)

  • fossi fesso
    Mazzoni e Giglioli sono entrambi dei giovani docenti universitari che collaborano con quotidiani prestigiosi, pubblicano con grandi case editrici, sono insomma e più o meno con merito studiosi e saggisti apprezzati e riconosciuti. Mi pare inoltre che il percorso della carriera accademica di Mazzoni sia stato tutt’altro che accidentato. Con questo naturalmente non voglio dire né insinuare che ciò non sia avvenuto con merito, è solo che, a conti fatti, non riesco a capire quale sia l’origine, il movente, il “primum esistenziale” di un tale disagio. Non credo infatti che basti la cosiddetta “immaginazione sociologica” per sapere cosa vuol dire realmente essere non solo invisibili e impotenti, ma il più delle volte poveri, nel senso più nudo e diretto del termine? E soprattutto, non avere una voce – un ruolo e uno spazio pubblico – per dirlo, tant’è che sono appunto loro, gli intellettuali, a prendersi e a rivendicare il diritto-dovere di “essere coscienza”: di parlare cioè a nome di esperienze singole e collettive che non conoscono e che probabilmente non hanno alcuna voglia di conoscere.
    C’è in tutto questo un’ipocrisia di fondo, se non proprio una malafede. Mi piacerebbe sapere “che vita fanno” Mazzoni e Giglioli; anche se dubito, per averne fatto esperienza diretta, che il cerchio delle loro relazioni sconfini se non in misura eccezionale dalla socialità delle istituzioni e del gruppo sociale cui appartengono. E questo non solo perché hanno avuto il merito di essere accolti e di ritagliarsi uno spazio in un ambiente – non ce lo dimentichiamo – privilegiato, ma perché spesso ci sono già nati.
    E allora, perché perdere tempo a scrivere di “questioni fondamentali”, quando se ne potrebbe tranquillamente fare a meno? Forse che il fatto di scriverne in fondo conti più – ha cioè un più immediato riscontro pratico – che pensare e tentare soluzioni rischiose e proprio per questo – e qui sento di concordare con Luperini – giudicate inutili? Perché ad esempio parlare – con toni spesso accorati e civilmente risentiti – dei problemi della scuola pubblica, quando nessuno o quasi di quelli che ne parlano ci ha mai messo piede, e mai ce lo metterebbe – “fossi fesso”?

  • ADDETTI ALLA
    Non leggerò il libro di Mazzoni. Mi è bastato leggere l’introduzione su “Le parole e le cose”. Lì ho lasciato questo breve commento:

    @ Mazzoni

    Introduzione onesta ma disarmante.
    Cosa obiettare ad uno studioso che ti dice chiaro e tondo che parla « del tempo presente a partire da un’ambivalenza e da uno smarrimento», si dichiara non interessato a «prendere posizione» ma vuole « innanzitutto capire», vede « l’inefficacia delle categorie con le quali cerchiamo di interpretare il presente» ( che siano della «cultura di sinistra» o di «altre famiglie culturali e politiche, di sinistra o di destra»?
    Una sola cosa (detta senza malignità): e se restare nell’ambivalenza e nello smarrimento, non prendere posizione *per capire* (ma quante volte si capisce proprio perché si prende posizione o si è costretti a prenderla dalle cose che ci investono?), disfarsi di tutte le categorie interpretative del passato (ma ‘ambivalenza’ e ‘smarrimento’ non « appartengono al passato» anch’esse?) fosse un assoggettamento a un Super-Io ancora più divorante di quelli all’ingrosso già nominati o nominabili?

    E l’autore non si è degnato di rispondere, come accaduto in precedenti occasioni (una volta commentai sempre su quel sito un suo impegnativo scritto «I desideri e le masse. Una riflessione sul presente» con il medesimo risultato). Solo perché non faccio parte del circuito universitario? Non credo.
    Ritengo invece che, oltre alla distanza generazionale (io sono del 1941)e alla distanza social-professionale, sia *la scelta di vita* (quella che Luperini chiama ” Western way of life”) crudamente politica che *obbligatoriamente* imponga di evitare il contatto con critiche che rimandano al passato respinto e a modi di pensare giudicati obsoleti o invecchiati.
    E allora che senso ha che io vecchio mi documenti sulle “problematiche esistenziali e politiche di una generazione di intellettuali” più giovani (il caso di Giglioli è un po’ diverso l’ammetto…) quando diventa chiaro che si muovono in una direzione non solo opposta alla mia ma che ha liquidato le “mie” problematiche?

  • Conformismi
    Non ho ancora letto “Destini generali” di Mazzoni, e non posso quindi entrare nel merito di argomentazioni che, conoscendolo come studioso rigoroso e serio, immagino assai sottili, meditate, poggianti su un ampio retroterra culturale (cosa che d’altronde riconosce anche Luperini). Sento soltanto di opprre -se ho compreso bene l’assunto e lo spirito del libro- un’obiezione molto poco sottile, rozzamente fondata su una griglia concettuale materialistica (si può dire?); la cui validità, nessun sofisma recente mi pare sia riuscito a scardinare, perché inscritta sulla pelle delle persone, nelle condizioni materiali di vita. E cioè che l’ideologia che sorregge la sua proposta conclusiva (non-presa di posizione, adattamento, testimonianza di un onesto disagio)presuppone e avalla, in forme velate e sublimate, l’esercizio di un privilegio: quello di chi, sia pur renitente e non senza apprezzabili tormenti- sta dalla parte di chi vive più comodo. E proprio per questo può permettersi di coltivare il proprio nobile disagio. Davvero le apparenze sempre più rarefatte e immateriali del dominio (che è sempre in primis economico) ci hanno fatto perdere di vista questa semplice verità? Sono abbastanza avvertita sui rischi impliciti nella parola “semplice”, dopo il trionfo delle teorie sistemiche, con le loro modalità rapidamente mutanti di apprensione della realtà sociale. Tuttavia, è proprio questo il punto: il paradigma della complessità (con il corollario della fine di qualsiasi utopia progettuale)rischia di essere un comodo alibi, accettato come un dogma e mai sottoposto a verifica. Fra giusto rispetto della complessità e narcisismo dello smarrimento il passo è breve, ed è stato ampiamente compiutodalla nostra intellettualità più o meno di sinistra: al punto da far discendere da complesse analisi e complessi ragionamenti sbocchi politici oscuri e paralizzanti. E’ l’ultima moda, una visione progressista-pessimista, connubio curioso. Tutto sembra possibile, fuorché quello da cui è nato il “politico” moderno, l’idea che gli uomini possano in uguaglianza di diritti organizzare il proprio destino terreno. Temo che, al fondo, ci sia la stessa incapacità di abitare un orizzonte culturale altro che domina da anni gli intellettuali di sinistra (non del tutto innocenti, tra l’altro, rispetto alle derive autoritarie che stanno ammazzando la scuola della Costituzione). Per questo mi prende una qualche impazienza riguardo al libro: il paragone finale che Romano Luperini fa con Renato Serra è calzante (anche in quel caso l’analisi è acuta, lucida, spietata), ma forse troppo generoso: Serra è poi andato a morire nella grande guerra, questo è un esame a costo zero.
    Anna Drago

  • risposta a ‘fossi fesso’
    Mazzoni e Giglioli NON sono entrambi dei giovani docenti universitari, si avvicinano ai cinquanta. Per le prospettive italiane forse lo sono. Qui sta la stortura. La maturità intellettuale senza quella umana conta assai poco e, nel momento in cui si esce dalla prospettiva chiusa dell’accademia, se la maturità non è completa, si producono spesso risultati imbarazzanti. La questione non riguarda la ‘cultura’ o la ‘formazione’ o il ‘percorso accademico’, quanto il valore intellettuale a prescindere dal curriculum e dalla cerchia accademica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

  • Estetica del disagio
    Non avevo acquistato, fino a ieri, i recenti saggi pubblicati da Guido Mazzoni e Daniele Giglioli nella nuova collana laterziana “Solaris”: sono stato indotto a farlo dall’analisi stringente di Romano Luperini, le cui osservazioni ho trovato perfettamente confermate nella mia pur rapida lettura dei due testi, sintomaticamente contrastivi e complementari. Mi pare, infatti, che se un aspetto di fondo li accomuna, pur nella divergenza dei dispositivi teorici e delle implicazioni prospettiche, sia quello della centralità della dimensione soggettiva – di una soggettività specificamente intellettuale, va da sé -, che assume in entrambi la configurazione di uno spazio conflittuale, ma per così dire autoreferenziale o introflesso: a dominante etica, in Giglioli, e invece estetico-antropologica in Mazzoni. E però, se li accomuna, nel segno di una risposta generazionale ad un tempo “senza politica”, anche sostanzialmente li distingue. In Giglioli, infatti, la soggettività intellettuale mantiene una sua tensione transitiva (una apertura dinamica al presente) tutta eticamente declinata; in Mazzoni essa sembra, per contro, curvarsi e, appunto, introflettersi in una postura contemplativa e meramente testimoniale. Giacchè l’assunto da cui muove Mazzoni – avvalendosi, come gli è consueto, di un sedimentato e rigoroso apparato di prelievi e mediazioni culturali – è la disarmata presa d’atto di una situazione oggettiva ormai incontrastabile nella sua vincente pervasività: un presente cui non si attagliano più con efficacia le categorie interpretative di cui disponiamo. Le quali, peraltro – come Luperini rileva – “sostengono e conducono tutta l’analisi” raffinatamente dispiegata da Mazzoni. La cui soggettività intellettuale, non per caso, dichiara preliminarmente ‘ambivalente’ la propria Stimmung: da un lato lucidamente distesa a comprendere e classificare una ‘tragica’ mutazione storica precipitata in un presente senza più tragedia né storia: e dall’altro contratta e seclusa, come tra parentesi, a contemplare – senza più disporre della forza (hegeliana, o lacaniana) del concetto, o delle sue figure di senso – quel presente dal cui cielo è fuggita ogni utopia o fondamento, e ne residua solo la spettrale mera evidenza estetica, il nulla senza luogo e senza fine fissato nell’ultimo verso di una poesia di Larkin cui Mazzoni affida una valenza suggestivamente quanto ambiguamente emblematica.
    Da un lato, lo sguardo antropologico-culturale di Mazzoni avvolge e fissa le dinamiche storiche in categorie che ne focalizzano paradigmaticamente la vicenda (la totalità tematica, per così dire) complessa in una parabola silenziosamente, inavvertitamente apocalittica; dall’altro, ne rimuove poi la dimensione temporale, di fronte ad un presente entro cui il tempo sembra azzerato e vuoto. La sovrastante dialettica hegeliana che gli permette di condurre la sua elegante sintesi si arresta in una riscrittura kojèviana che egli, dopo averla convocata a definire l’ambivalenza della Western way of life, sembra introiettare quale forma teorica della sua soggettività intellettuale ormai destituita di funzioni e di relazioni attive: e insomma di responsabilità etico-politiche. Se la soggettività messa in questione da Giglioli è, nel suo storico “stato di minorità”, tormentata e cercante, quella entro cui Mazzoni si raccoglie – con uno sguardo malinconicamente disteso su un reale a cui, con la fine di ogni trascendenza, sembra venuta meno anche ogni dialettica – è un carcere che proprio la distinzione coscienziale del suo “disagio” gli permette di vivere a guisa di un santuario. Dove nulla può opporsi al male del presente, non resta che il paradosso di un godimento in-finito: è l’estrema configurazione estetica e per dir così trascendentale di una contraddizione storica – quella di cui Luperini rivendica con forza l’immanenza, i processi conflittuali oggi in atto – la cui realtà risulta riassorbita e metabolizzata in un orizzonte immutabile, statico come il senso comune che lo copre.
    Ed è sintomatico che Mazzoni faccia, appropriatamente, riferimento anche a Gadda in rapporto a una “figura dello spirito” di lunghissima durata – da Aristofane a Walter Siti -, quella di un vitalismo popolare di segno nichilistico, per il quale la vita è “pura immanenza circondata dalla morte”; laddove Giglioli evoca il Gadda per il quale “conoscere equivale a deformare”. In Giglioli vige un’istanza etica di conoscenza, in cui la soggettività non può non essere drammaticamente e radicalmente coinvolta. In Mazzoni l’atto di conoscenza, con sapiente disincanto, tende a virare verso una dimensione tutta estetica, l’unica ancora capace di una sterile sovranità sul presente. Una dimensione narrativa finchè si dava un’idea di Senso: e ora solo dolentemente contemplativa, rastremata in un “disagio” che è, certo, la cifra e l’approdo del turbato esame di coscienza di un letterato, ma – ha ragione Anna Drago – senza orizzonte storico nel quale calare e rischiare la propria soggettività, e invece richiuso e protetto nella chiaroveggenza antropologico-letteraria delle proprie considerazioni di “impolitico”. Se “nulla è importante se non la vita” come mostrava Mazzoni nella “Teoria del romanzo”, proprio la vita, nei “Destini generali”, sembra solo il teatro, o il simulacro, di una ambigua e neutrale ‘nobiltà dello spirito’.

    Bepi Bonifacino

  • Sui commenti che leggo qui
    Vorrei proporre a Luperini e ai commentatori che sono intervenuti qui sotto una riflessione.
    Ho letto il libro di Mazzoni con un sentimento contrastante che inizialmente si è espresso in un rifiuto. E’ un libro provocatorio, claustrofobico, attraversato da una vena intenzionalmente polemica che tende a manifestarsi, molto più spesso di quanto ce ne sarebbe bisogno, in gesti di fastidio dell’autore per le parole e gli schemi di pensiero della cultura che sostiene (non occorre sottolinearlo ulteriormente) la sua stessa analisi. Soprattutto, resta forsennatamente stretto attorno a quella soggettività che ne ha generato l’istanza fondamentale e che, come un buco nero, intrappola tutto il discorso di Mazzoni sotto il velo di un ego sovraesposto che, se è accettabile in un romanzo o in una raccolta di liriche, è inadeguato e inefficace in un libro che è un saggio.
    Tuttavia, in questo momento, a colpirmi ancora più negativamente è stata la recensione, e soprattutto ai commenti che leggo in questa pagina.
    Mi spiego.
    In quanto nato nella prima metà degli anni Ottanta, non ho potuto evitare – e lo dico lottando contro tutto ciò che mi piacerebbe pensare – di percepire in modo assolutamente incontestabile la verità che sta al fondo dell’analisi di Mazzoni. Se posso permettermi, a mia volta, di proporvi un discorso inevitabilmente legato a una soggettività anagraficamente definita (e oso farlo solo in virtù dello spazio aperto che una pagina web offre), mi azzardo a sostenere che, almeno per me, il quadro che emerge da [i]I destini generali[/i], e il senso sconfortante di una mancanza di strumenti adeguati ad agire in esso, corrispondono molto semplicemente a quello che ogni giorno vedo intorno a me, e la cui esattezza di descrizione pure mi sembra che qui sia stata più volte riconosciuta.
    Mi sorprende vedere, allora, che tutto ciò che finora si è espresso nei commenti è un dibattito – poco interessante per me, e per chi come me si è sentito rappresentato dalla sostanza della riflessione di Mazzoni e aspetta con ansia di vederla evolvere in un nodo di discussione – sulla legittimità di questo libro. Mi sorprende vedere che oggi si possa ancora contestare un’opera non per il contenuto del messaggio che (non certo senza difetti) offre, ma perché non è combattivamente propositiva, per il platonicamente pernicioso “esempio” di abbandono all’impotenza a cui potrebbe indurre inavvertiti lettori, o addirittura in nome di un presunto privilegio nell’accesso al discorso sul presente che le condizioni socio-economiche private dell’autore dovrebbero negargli.
    Mi scuso preventivamente con chiunque se il tono di questa mia osservazione, che ora come ora non sono capace di formulare più adeguatamente, risulta provocatorio. Lungi da me. Così come è lontano dalle mie intenzioni scrivere un’apologia di Mazzoni, che non conosco e che in molti sensi, come ho detto, mi ha irritato.
    Ma mi delude vedere che l’unico motivo per cui si sta parlando di questo libro è trarre personalistiche osservazioni sull’autore e sindacare sul diritto o non diritto che aveva di scriverlo (questione che non ci si aspetterebbe di veder tornare alla luce nel XXI secolo), condannandolo perché si prende la responsabilità, o il gusto – ma non mi sembra – di riconoscere che non trova più da nessuna parte una visione del mondo adeguata a bilanciare la [i]pars destruens[/i] del suo discorso. E’ un atteggiamento dietro il quale sembra campeggiare l’idea – questa sì retrograda e di fosca risonanza staliniana – che si possa pubblicare un libro solo se contribuisce al bene della società.
    E personalmente mi interesserebbe di più, e molto modestamente invito chiunque voglia a provarsi nel tentativo, un dibattito in cui qualcuno si facesse avanti con una chiave di lettura del presente che possa farmi cambiare idea sul contenuto di verità di questo saggio, che sia in grado di contestarne non la desumibile posizione personale di Mazzoni su se e quanto possiamo dare forma al nostro destino (che non riguarda nessun altro che lui ed è di scarso rilievo per tutti noi altri), ma la sostanza dello stato di cose a cui ha dedicato la sua analisi.
    Personalmente – e mi scuso se ho usato questo avverbio così spesso in un breve commento – anche io sono convinto che le parole e le idee a cui finora abbiamo affidato il discorso sul mondo non abbiano più efficacia, lo penso ogni giorno accendendo la televisione e contemplando la vertiginosa distanza tra ciò che ci circonda e il linguaggio che abbiamo per parlarne, e la cui opacità temo stia facendoci tutti poco a poco perdere la vista. Per me, un libro che aggredisce, seppur malamente e con una postura scomposta, insicura del genere stesso a cui si sta affidando, queste categorie ormai cristallizzate e le posizioni individuali con cui si coniugavano, anche a costo di fare il vuoto attorno a sé, è più propositivo di un libro che vuole conservarle negando il loro invecchiamento, pretendendo di trattarle come l’unica eccezione alla logica di un mondo in cui ormai sappiamo che ogni cosa ha il suo tempo.
    In questo senso, per la mia sensibilità di individuo – voglio ripeterlo – nato dopo una certa data e in qualche modo già “tra le macerie”, posso dire che [i]I destini generali[/i] sia l’unico libro veramente impegnato che abbia letto negli utlimi anni, e spero che la discussione che ha suscitato si scrolli quanto prima da questi fumi inessenziali per dare a tutti noi idee nuove su cui riflettere e con cui, eventualmente, scegliere di agire sul mondo.

    Jack, il Re delle Zucche

  • Breve precisazione
    Soltanto perché direttamente chiamata in causa: non mi pare di aver scritto
    che all’autore del libro in questione debba essere negato l’accesso al discorso sul presente per le sue condizioni di privilegio, ecc. (ci mancherebbe!), ma che, oggettivamente, particolari condizioni concrete, non solo socio-economiche, ma anche geografiche (è lo stesso essere nati in Occidente, piuttosto che in Libia, o in Bielorussia?) condizionano l’ottica con cui si guarda al presente, e possono costituire, ebbene sì, un limite conoscitivo anche per un intellettuale acuto ed espertissimo di saperi teorici. La severa o anche impietosa revisione degli stessi strumenti del pensiero critico e dei modi del sapere non può prescindere, per quanto mi riguarda, dalla consapevolezza del peso di questo condizionamento. Che riguarda tutti, naturalmente. Cosa ti indigna così tanto in questa considerazione, Jack?
    A. D.

  • @ Marta Marini
    Gentile Marta Marini,
    in effetti avevo letto la recensione di Genovese alcuni giorni fa, e forse avrei dovuto citarla, perché a me sembra che sia un altro esempio della tendenza a dislocare il fuoco del discorso, in quanto si basa essenzialmente su una sola argomentazione: e cioè che il libro non è originale. L’impressione – la mia, almeno – è che Genovese consideri l’identificazione dei vari Pasolini, Lacan, Agamben e così via, come un fatto in sé sufficiente ad affermare che “il contributo di analisi è nullo”.
    Certo, identifica con precisione alcuni nodi concettuali della tradizione intellettuale che ritornano in Mazzoni, ma non mi pare che li discuta, o che vada oltre un paio di “non è vero che…” ai quali però non vedo seguire alternative o correzioni particolarmente convincenti, salvo qualche generico accenno alla situazione mediorientale e all’”esplosione delle culture particolari”.
    Ad ogni modo grazie, perché anche la recensione di Genovese, a suo modo, appartiene a questa discussione e alla riflessione sul significato di questo libro e delle reazioni che sta suscitando.

    Jack, il Re delle Zucche

  • @ Anna Drago
    Gentile Anna Drago,
    in realtà non avevo in mente tanto il suo commento quanto quello del commentatore Prosper, “fossi fesso”, che forse mi ha colpito in modo particolare perché è stato il primo a comparire, e che sembra interrogarsi sul diritto di un “privilegiato” intellettuale di parlare di un disagio dalle cui conseguenze concrete più difficoltose è tenuto al riparo dalla propria posizione. Ma vorrei precisare che la mia non è vera e propria indignazione, la definirei più impazienza.
    Per il resto, al contrario, trovo totalmente condivisibile il suo discorso sui limiti di visione che la nostra appartenenza storica e geografica necessariamente ci impone, e che la storia delle idee dell’ultimo secolo dovrebbe averci insegnato a tenere sempre in considerazione, mentre troppo spesso è messo da parte per foga di generalizzazione. Ma a me non è sembrato che questo fosse il caso del libro in questione: se c’è un elemento che giustifica la dimensione così marcatamente (fin troppo forse) autocentrata del discorso di Mazzoni è proprio la consapevolezza dell’esistenza di questi confini – i confini che riguardano la classe media occidentale, a cui per esempio apparteniamo noi che stiamo scrivendo su una pagina web dai nostri computer – confini da cui non è possibile uscire e che ci rendono, ad esempio, quasi impensabile il fatto che una guerra di religione (non basata cioè sugli interessi geopolitici che ci sono così familiari) si stia svolgendo a poche migliaia di chilometri da noi. Certo, l’ambivalenza è evidente: sono questi stessi confini che permettono di concepire il fastidio che l’autore prova nei loro confronti.
    Ma è un’ambivalenza che possiamo ragionevolmente sperare di superare in qualche modo? Lancio la domanda senza polemica, come punto di riflessione su cui mi piacerebbe avere altre opinioni.

    Jack, il Re delle Zucche

  • un insegnante
    Sono un insegnante. Il discorso che viene fatto nel libro di Mazzoni è ben condotto, ma limitato. Non vorrei far un’apologia dell’originalità a tutti i costi. E’ un libro ibrido che, senza dubbio, lascia inquieti. Nè letteratura, nè filosofia, nè sociologia, un po’ di tutto… molto lontano sicuramente dalle lucide analisi di studioso dei libri precedenti. E’ disarmante vedere come un docente universitario dichiari il fallimento del suo compito intellettuale e si autolegittimi a rinchiudersi cinicamente in quel fallimento. Nulla di sbagliato nel riconoscere il fallimento, ma eticamente molto scorretto autolegittimarsi. Un intellettuale sciolto, permettetemi di usare questa espressione, potrebbe farlo, ma un docente che lavora all’interno di un’istituzione dovrebbe farsi un esame di coscienza prima di assumere una posizione di questo tipo. La bibliografia critica su cui si basa Mazzoni è più che valita, ma limitata: ci sono molti altri testi di riferimento – oltre Pasolini, Lacan, ecc. – che vanno ben oltre, permettetermi di dirlo, una visione che oggi potrebbe essere abbastanza superata. L’occidente, le vite private, le solitudini individuali: prospettiva legittima, ma chiamarla ‘destini generali’? Forse è uno sguardo ancora tardo novecentesco a reggere tutto il discorso. In quanto al concetto di espressivismo, mutuato da orizzonti filosofici ben più esaustivi dello spazio di questo libro, mi sembra corretto, in fondo, ma anche in questo caso parziale e sicuramente non assolutizzabile. E mi domando, non è espressivista la posisizione di Mazzoni stesso che impone al lettore il ‘destino generale’? Perdonatemi la semplificazione. Come insegnante, se volessi affrontare didatticamente questa posizione intellettuale, mi trovo in difficoltà. La collana Solaris offre tuttavia altri esempi. Nel complesso, facendo risaltare le differenze, si può vedere una gamma di visioni interessante.

  • gli intellettuali esistono ancora?
    Salve a tutti.
    Anch’io sono un’insegnante, e vorrei intervenire in questa discussione per dire una cosa.
    Mi sembra vero quello che dice Luperini sul fatto generale che Guido Mazzoni pare un po’ ossessionato dall’ansia di non sembrare vecchio, e si sforza di girare attorno a tutte le sue stesse riflessioni per dimostrare che è consapevole dei loro limiti, del loro legame con il passato, come se volesse anticipare chiunque potrebbe fargli una critica, togliere in partenza qualunque terreno di confronto, e un po’ mettersi nella posizione di chi è “troppo intelligente” per fingere di credere a un programma di intervento concreto sulla realtà. O forse è solo troppo idealista per accettare di incanalare le sue energie in una proposta pratica che sarà per forza piena di compromessi scottanti e meno attraente della rivoluzione perfetta che lo stesso Mazzoni magari vorrebbe ma che non si realizzerà mai (altra cosa in cui dice di non poter credere senza offendere il suo realismo).
    Però vorrei dire una cosa. Spero di non sembrare offensiva, ma questo famigerato impegno degli intellettuali, almeno in Italia (non so all’estero), ultimamente non mi pare che abbia portato a grandi risultati e che sia in grado di produrre niente di concreto. Per lo meno finché si esprime nei modi con cui si è espresso finora: e non penso solo alle manifestazioni pubbliche, che come tutti hanno potuto vedere non sono approdate a niente, ma anche alle prese di posizione di alcuni rappresentanti della cultura su fatti concreti come, tanto per tirare in ballo una questione irrisolta, l’arruolamento degli insegnanti della scuola pubblica, su cui non si fa che discutere e avanzare proposte (sto pensando, per esempio, a Claudio Giunta) ma che alla fine resterà alla decisione del governo e degli interessi di turno.
    Vorrei anche fare presente un dato materiale. Come ho detto, sono un’insegnante, e ho la fortuna di lavorare in un liceo dove, alle materie umanistiche, è ancora concesso un minimo di respiro. Ma negli ultimi anni noto sempre più drammaticamente che, per gli studenti, l’idea stessa di fare riferimento a figure di “intellettuali” come poteva esserlo Fortini, tanto per dirne uno, sta semplicemente trasformandosi in un’astrazione come un’altra: anzi, la loro reazione ai miei sporadici discorsi su quello che era e che potrebbe essere il ruolo degli intellettuali è non solo distaccata e perplessa, ma a volte quasi infastidita! Come se delegare l’espressione del loro pensiero sul mondo e, per dirla così, “lasciarsi organizzare” da visioni del mondo ampie e sovrapersonali apparisse loro come un’imposizione. Anche se magari alcuni di loro si rendono conto che agire e pensare solo individualmente è un atteggiamento che non si può tradurre in una modifica reale dello stato delle cose. E questi sono i ragazzi a cui, tra non molto, dovrebbe essere affidato il compito di prendere in mano i “destini generali”. O almeno è quello che succederebbe se ci trovassimo in un paese privo delle anomalie che vediamo, purtroppo, tutti i giorni.
    E mi chiedo: non dovrebbe questo impegno, a parte essere richiesto per principio, provare a prendere una forma concreta con cui raggiungere i più giovani e tornare a essere percepito da loro come una possibilità di pensiero efficace? Proprio perché condivido il rifiuto di rassegnarsi a questa impotenza vorrei sapere se però qualcuno si sta effettivamente preoccupando di uscire da questa “età del disordine” con delle proposte di “ordine” che siano reali e aggiornate.
    Elena D.

  • Un libro nichilista
    Ho letto il nuovo libro di Guido Mazzoni, I destini generali, con una profonda sensazione di “disagio”, lo stesso disagio che l’autore mette a tema per comunicare al lettore la sua posizione di intellettuale completamente immerso nella cultura occidentale di cui vorrebbe essere diagnosta. Il mio disagio non è lo stesso di Mazzoni: ritenendo ancora plausibile un’idea di prassi che non sia scissa dall’elaborazione teorica, non so appagarmi di chi ritiene, come l’autore, che oggi siano possibili solo analisi e che anzi sia auspicabile un sano (e, direi, moderato) buonsenso. Ho quindi apprezzato l’esito surrettizio del libro dal titolo fortiniano, se non altro perché risulta utile per identificare le posizioni in campo: affidandosi alla massima neutralità in fatto di giudizio, Mazzoni si candida a far parte di quel folto gruppo di intellettuali italiani che una posizione vera e propria la prende, eccome. È la posizione del cosiddetto nichilismo di sinistra, che ormai rappresenta, per via di un mix mortifero di post-operaismo e lacanismo in salsa cattolica, la via maggioritaria della sinistra intellettuale del Belpaese. Ed è una posizione in cui persino le differenze si annullano in nome di un disimpegno che è anche seduzione e fascinazione da parte della società capitalistica: Mazzoni ha la posa di un adorniano che teme di esibire lo snobismo disilluso del maestro, che pesca da un armamentario teorico radicale (Bloch, Fortini, brandelli di marxismo qua e là) per annullarlo e disinnescarlo in un moderatismo ricco di contegno. Il rimando alla prassi, si sarebbe detto un tempo, è solo antologico: i destini generali sono i destini privati di una società corrosa nei legami, alla quale ci si può opporre solo librescamente, appagandosi del proprio privilegio intellettuale e manifestando un responsabile disimpegno. E allora Adorno, Horkheimer, Lacan e Marx possono sedersi alla tavola imbandita della “Cultura”: un enorme contenitore di nomi, pagine, citazioni, rimandi, senza alcun contatto con la realtà.
    Per ironia della sorte, l’esito del ragionamento di Mazzoni non è poi dissimile da quello dei libri che vorrebbe, in qualche modo, criticare: la mossa antifreudiana e antimoderna di Deleuze e Guattari è un utile arnese teorico per capire e analizzare lo stato dell’arte, ma è anche un elogio sottomesso della condizione capitalistica. Così, I destini generali descrive il mondo in cui ci troviamo, ma ne resta consapevolmente prigioniero (e sedotto). È vero, la lucidità teorica permette all’autore di evidenziare quanto certe elaborazioni culturali siano prigioniere di una risultante nichilistica (è il caso del post-operaismo, nella sua credenza in supposte moltitudini o in un capitalismo che è anche occasione rivoluzionaria): ma non basta contrastare queste argomentazioni con una paritetica teoria dell’adattamento, seppure farcita con un fantomatico richiamo all’Altro (sempre comunque in chiave lacaniana), o addirittura al Comunismo. In ciò rintraccio un altro punto debole del libro, forse persino irritante per un accanito lettore di Fortini come il sottoscritto: la lotta per il comunismo è una lotta che si costruisce giorno per giorno, che guarda al quotidiano come possibilità concreta di agire, che nulla ha a che vedere con la contemplazione sofferta, eppure tranquillizzante, dell’esistente – dare forma teorica al presente significa formare giorno per giorno, persino pedagogicamente, la possibilità della prassi. Finché ci attarderemo a pensare che il mondo ormai è chiuso autoreferenzialmente nella bolla della sua “mutazione antropologica”, non capiremo il carattere invece sistemico della nostra crisi di valori e il perpetuo dinamismo della Storia (tutt’altro che finita).
    Qual è dunque l’esito rischioso del libro di Mazzoni? Esso risiede, a mio parere, nella neutralizzazione politica della teoria, che è costretta a muoversi in un regime di ambivalenza e di costitutiva ambiguità: se le categorie del pensare non sono più adatte a capire il presente, non resta che crogiolarsi in un’aspettazione passiva e quietistica di una qualche forma di rivelazione. Qui il recalcatismo (sotterraneo, ma pulsante) del prudente Mazzoni: l’idea che una società senza legami e senza autorità simboliche, priva di inconscio e di desideri, si salvi solo grazie ad un’assicurazione altra che illumini improvvisamente il senso compiuto dell’esistenza. E va da sé che questa idea – che desumo qui da un ragionamento teso, in fondo, alla deresponsabilizzazione e al disimpegno – si sposi perfettamente con l’attuale vulgata socialdemocratica del nostro Paese, e si incarni, anzi, nel Pd renziano, nel suo cesarismo messianico, nel suo saper dire solo Io.

  • quale prassi
    Per prima cosa voglio mettere in chiaro che non sono un intellettuale. Sono un ingegnere informatico, che onestamente non ricorda più niente dei suoi anni di liceo classico, e ho letto I destini generali per caso, solo perché mi è stato prestato dalla mia compagna, che da alcuni giorni mi parla delle critiche che sta ricevendo su questo e su altri blog letterari.
    Confesso di non aver neanche letto per intero alcuni dei commenti di questa pagina, che sfoggiano un linguaggio e una sottigliezza di analisi sufficienti a scoraggiare un lettore casuale come me, nonostante il mio interesse per questo ambito di discorso.
    Ma mi stupisco di vedere l’incredibile quantità di sforzo cerebrale che si sta spendendo per criticare questo libro e il suo autore, e soprattutto rimango sinceramente allibito dal leggere paroloni da discorso del presidente della repubblica, neanche stessimo parlando di una dichiarazione di guerra di Obama.
    Qui si sta parlando di impegno, di responsabilità civile, di progetti di intevernto sulla realtà, addirittura di “destini generali” intesi nel senso (se ben capisco) letterale del termine, cioè di grandi masse di vite individuali che c’è bisogno di plasmare in un senso o in un altro. Ma non vi sembra di esagerare?
    Leggo che questo libro (che è disturbante e sicuramente antipatico in certi punti, ma che a me è piaciuto anche per il suo coraggio di mettersi contro tutti e anche contro se stesso) sarebbe “pericoloso” e avrebbe delle implicazioni “rischiose” perché vuole diffondere e legittimare una filosofia del disimpegno e della deresponsabilizzazione.
    E in particolare mi stupisce il commento di Marco Gatto, che, se è davvero lui, dovrebbe essere un mio coetaneo, e che invece si allinea a un modo di pensare che posso capire in Ennio Abate e in Luperini, che appartengono a una generazione da cui non sarebbe giusto aspettarsi che di punto in bianco abbandonino senza lottare le posizioni su cui hanno basato tutta la loro vita intellettuale, ma che è incomprensibile in una persona della mia età.
    Non voglio generalizzare, ovviamente, ma mi chiedo se siete veramente convinti di quello che affermate con questa furia politico-teorica. Scrivete commenti chilometrici per sindacare di quanti gradi la teoria di Mazzoni pende più verso Lacan o più verso Recalcati, come se (e mi pare di capire che fondamentalmente lo sostenete) questo potesse avere un qualche effetto sulla “realtà”.
    A me non risulta che Guido Mazzoni sia Fabio Fazio, o sia una twitter star o un web influencer (chissà se queste parole vi dicono qualcosa), e ne state discutendo come se si trattasse di una proposta di legge. Un libro che, con tutto il rispetto, quanto potrà vendere? 300 copie? 500? Alla mia compagna, per esempio, è stato regalato, e non penso che la gente stia correndo in massa in libreria per comprare I destini generali e venire lobotomizzata dal suo contenuto.
    Qualcuno di voi, mi chiedo, si è preso il disturbo di guardarsi intorno negli ultimi quindici anni, e rendersi conto che questi discorsi possono esistere solo nei dintorni dell’accademia? Parlate di prassi, di impegnarsi al cambiamento, persino di rivoluzione, ma come pensate di ottenere tutto questo? Come coinvolgerete i giovani? Andando in televisione? Dove tanto si sa come funziona, e si sa che se potrete dire certe cose è perché quelle cose non sono veramente pericolose, altrimenti non sareste lì. O via internet? Dove nessuno è tenuto a dare più credibilità a voi che a un meme con una citazione di Susanna Tamaro, e dove il vostro nome, che non necessariamente coincide con le vostre persone reali, non ha nessuna autorità per mettere le vostre opinioni al di sopra di quelle di chiunque altro? O continuerete a infervorarvi su libri e giornali che nessuno legge più, a parte voi stessi?
    E se proprio vogliamo dirlo, vi indignate tanto per un libro “nichilista”, perché un critico non pensa più che si possa, credendoci davvero, prendere in mano il destino del mondo, ma dove eravate voi in questi quarant’anni, mentre si formava un mondo in cui una persona può dire questo senza avere torto? Quando c’era da difendere l’autocoscienza collettiva di cui dovreste essere i tutori dagli effetti, per esempio, della televisione?

  • un altro punto di vista
    Vorrei segnalare questa recensione di Antonio Tricomi:

    http://www.ilponterivista.com/blog/2015/06/04/rimarrebbe-pur-sempre-spartaco/

    Tra tutte quelle che ho letto, finora, è secondo me la lettura che dimostra di aver capito meglio il libro di Mazzoni e di averne colto il vero nucleo di significato, la vera urgenza espressiva.
    Mi chiedo – e chiedo anche agli altri lettori – se questo non possa significare che [i]I destini generali[/i] configura necessariamente un conflitto di interpretazioni su base anagrafica, e che la sua posizione sia per principio inassimilabile da chi non condivide certe coordinate biografiche. Forse allora è il discorso generale che qui si sta facendo, e il tentativo di stanare i riposti “messaggi” e la sfuggente proposta politica che questo libro dovrebbe contenere, che, con il suo sguardo calibrato sul campo lungo, concentrato a cercare ciò che c’è “sotto”, si fa sfuggire il centro di questo esperimento saggistico, che non è dove lo vorrebbe o dove è abituato a trovarlo.
    Mi sembra proprio, anzi, che più si accumulano gli sforzi per collocare questo libro nel casellario delle posizioni o non-posizioni intellettuali della tradizione, più ci si allontani dal punto del discorso e si pattini via sulla superficie di un dibattito che intercetta veramente poco il discorso di Mazzoni, almeno per come lo capisco io, e per come evidentemente l’ha capito anche Tricomi.

    Jack, il Re delle Zucche

  • risposta a Beta (e appunto per Jack)
    Caro Beta, ho apprezzato molto il tuo commento. Dici sacrosante verità. A me sembra, però, semplificando, che il punto di tutta questa discussione, al di là dei paroloni, non voglia negare la possibilità a un libro di sostenere che oggi l’intellettuale vecchio stampo, il cosiddetto teorico-politico alla Franco Fortini, si sia estinto come i dinosauri. Niente di male nel sostenere questo. Ciò che fa rabbia, sinceramente, è il cinismo di Mazzoni. E se giustamente tu accusi gli intellettuali dinosauri per non essere stati capaci di far breccia in una società che stava cambiando (nulla di male nel cambiamento, non siamo certo moralisti…), di essersi arroccati nella ‘torre d’avorio della cultura’, mi domando come non si possa notare che il nichilismo di Mazzoni non sia estrema appendice di tutto ciò. Ti butto lì una domanda provocatoria: se avessi un figlio, ipotesi, vorresti che avesse un maestro il cui nichilismo-cinismo è integrale e che è pronto a farne didattica? Soltanto perchè, se esiste ancora la scuola, dovremmo porci molte più domande dello spazio di questa discussione. E con scuola non intendo soltanto un’aula, compiti a casa o esami…
    In calce: caro Jack, non si tratta di coordianate biografiche, non semplifichiamo troppo e non cerchiamo di fare genealogie di tradizione. Il punto non è questo. Io appartengo alla stessa generazione di Mazzoni. Non ho ancora letto la recensione di Tricomi, comunque, appena l’avrò fatto ti dirò…

  • risposta a un insegnante
    @ un insegnante

    La ringrazio dell’apprezzamento, e capisco quello che vuole dire.
    Non so se so rispondere alla sua domanda, però posso dire una cosa: nel mio liceo, come dovunque, c’erano sia buoni che cattivi professori, e tra i buoni c’era il nostro insegnante di matematica, che ricordo con grande affetto come una persona capace di trasmettere alla classe la passione per una materia complessa, pur avendo poche ore di lezione rispetto ad altri insegnanti. Posso addirittura dire che sia stata una delle persone più importanti per la mia vita e per le mie scelte profesionali. Eppure non saprei dire se questa persona era cinica o nichilista o se era pessimista o ottimista rispetto all’idea di cambiare la realtà. Non saprei neanche dire con certezza se questo professore fosse di destra o di sinistra, più tendente a conservare lo status quo o a cambiarlo. Invece mi ricordo perfettamente della sua bravura a farci capire a che cosa servissero materie difficili e “strane” come la matematica e la fisica, a spiegarci la loro importanza come strumenti per capire i meccanismi del mondo, cosa che mi sembra fondamentale se si vuole “intervenire” su qualunque piano, e penso che su questo dovremmo essere tutti d’accordo.
    Quello che voglio dire è che mi sembra che il nichilismo del libro I destini generali sia tutto sommato una questione personale di Guido Mazzoni, e che tutto questo dibattito invece sia un po’ come quelle fasi di rifiuto che capitano nelle scienze sperimentali quando una teoria che è stata considerata giusta per tanto tempo viene falsificata per esempio dai dati di un nuovo strumento che prima non esisteva. E se avessi un figlio, forse dirò una cosa banale, ma preferirei che avesse dei professori che lo spingano a “capire” e a essere sempre pronto a cambiare idea, anche se significa non potersi fare un quadro solido del mondo e di cosa fare nella vita, piuttosto che professori che magari hanno un grande ideale e una “prassi” coerente con quello, ma che poi non sono capaci di capire quando le cose cambiano, e quando una certa idea non funziona più.
    Insomma: capisco il discorso dell’insegnamento, ma continua a sapermi esagerato avere paura di chissà che danno potrebbe fare una persona che ha scritto un libro “nichilista” sui suoi studenti. Che cosa può fare? Un corso sul suo nichilismo personale come modello di vita? In base alla mia esperienza universitaria dubito che questa cosa sia fattibile. Farà passare il suo nichilismo dai corsi di letteratura? E allora? Quanti saranno gli studenti, non dico che ne saranno “traviati”, ma già solo che se ne accorgeranno? Alla fine, quanti professori cinici o seriamente depressi (anche in senso medico) ci sono nelle scuole italiane? Eppure non penso che i mali della scuola o della società dipendano da loro. Secondo me dipendono più dal fatto che non si insegna più (scusate se lo dico in un modo un po’ rozzo) l’importanza di non fidarsi delle idee pronte e di andare a guardare da soli come funzionano le cose, e così si crea una massa di studenti che si abituano a volere la pappa pronta, pensata da qualcun altro, neanche gli importa più se di destra o di sinistra. E questo, spero di non offendere nessuno ma è la mia opinione, è anche l’effetto di un modo di pensare che non si è mai aggiornato perché ogni volta che qualcuno ha proposto di rivedere qualche posizione è stato considerato un “attentatore” dell’ideale.

  • NO BETA-VERITA’
    [b]CONTRO LE “SACROSANTE” BETA-VERITA’[/b]

    @Beta

    Si ricordi:

    1. Lei è un intellettuale quanto quelli che, avendo completato gli studi umanistici, ricordano qualcosa in più dei loro anni di liceo classico. Non è di sicuro un “intellettuale di una volta” o “dinosauro” o, nel suo linguaggio soavemente sprezzante, incapace di capire «quando le cose cambiano, e quando una certa idea non funziona più».

    2. Alcuni commenti apparsi su questo blog non li sopporta, non perché «sfoggi[…]no un linguaggio e una sottigliezza di analisi sufficienti a scoraggiare un lettore» che finge di essere «casuale» o usino «paroloni» o rivelino «furia politico-teorica». No, le paiono esagerati e presuntuosi, semplicemente perché si oppongono al punto di vista del libro di Mazzoni – mi ripeto – «”psichico e antropologico”, ma allo stesso tempo pienamente *politico*» (e quindi niente affatto disimpegnato o deresponsabilizzante, ma teso ad affermare la cancellazione di una certa memoria storica anticapitalistica. (Lo so, la parola non le piace perché ancora paramarxista e dunque appartenente a « una teoria che è stata considerata giusta per tanto tempo» ma è stata falsificata dai dati di un «nuovo strumento che prima non esisteva»… come il liberismo!)

    3.Lei ha pieno diritto a manifestare la sua simpatia per il libro di Mazzoni ma non mascheri da conflitto generazionale (neutro e “naturale”) – che in parte c’è ma e, comunque, aspetto secondario – una contrapposizione che è – ripeto ancora – *politica*; e vede un certo tipo di giovani e meno giovani (o vecchi come me) da una parte e un altro tipo di giovani o meno giovani dall’altra. (Per quel che mi riguarda respingo la sua pelosa comprensione per il mio «modo di pensare». Luperini, se vorrà, dirà per sé).

    4. Del tutto secondario è anche che Guido Mazzoni non sia Fabio Fazio o non sia «una twitter star o un web influencer» o che il suo libro venda 300 o 500 copie. «Un qualche effetto sulla “realtà”», su una ristretta minoranza di persone ancora pensanti – e sapesse quanto contano le minoranze veramente pensanti in società fatte di semicolti non pensanti! – il suo libro (e quello di Giglioli) ce l’ha. Nessuno verrà di certo “traviato”. Eppure non è affatto secondario che delle minoranze pensanti accolgano certi schemi di lettura della realtà o vi si oppongano, cedano al sonno della ragione imposto via TV e Web o si appartino con sofferto «disagio» all’interno del «Western way of life» o trovino nuove e solide ragioni per criticarlo e opporsi.

    5. «ma dove eravate voi in questi quarant’anni?». Con ogni probabilità dalla parte opposta alla sua, quella che a lei (e non per età) risulterà sempre «incomprensibile»; e, posso dire senza depressione o retorica vittimistica, dalla parte del (vero) torto (Brecht): per tentare di proteggere come si è potuto «le nostre verità» (Fortini) e non un generico «grande ideale». E da chi? Dai barbari tecnologizzati e americanizzati (sicuramente da lei ammirati e agevolmente letti e assimilati).

  • risposta a Ennio Abate
    @ Ennio Abate

    Visto che è stato così preciso, voglio risponderle anch’io per punti:

    1. Dicendo che non sono un intellettuale volevo solo dire che non faccio parte dell’ambito accademico, e che, a parte poche eccezioni, la maggior parte delle persone che mi circondano ogni giorno non sono di formazione umanistica (o interessati a questioni come quella di cui stiamo discutendo qui). Non volevo iniziare una lotta tra intellettuali e scienziati. Volevo solo mettere in chiaro che intervenendo in questo discorso ci sono per forza delle prospettive che mi sfuggono, e che per voi sono scontate, e però anche degli aspetti che per una persona esterna come me sono più visibili che per voi. Tutto qui.

    2. Mi scusi se la contraddico, ma penso che lei si sia fatto un’idea di me completamente sbagliata: forse è colpa del modo in cui ho espresso certi pensieri, ma mi permetto di farle sapere che la mia famiglia è di origini contadine, mio padre è operaio (sì, si dà il caso che esistano ancora), e io ho passato fino a diciotto anni tutto il mio tempo libero in quello che restava di una sezione del partito (spero non ci sia bisogno di specificare quale), e non mi sento per niente rappresentato dall’immagine che mi sembra che lei abbia di me come di un estimatore del liberismo. Quindi no, i commenti a cui mi riferivo non mi sono sembrati esagerati solo perché si oppongono al libro di Mazzoni: non sono un fanboy, vorrei pensare di essere capace di valutare un commento anche a prescindere dal fatto che sia “pro” o “contro” quello che penso, e quello che penso è, per esempio, che “affermare la cancellazione di una certa memoria storica anticapitalistica” sia una frase sproporzionata per il discorso che stiamo facendo. Intanto perché non mi sembra che nel libro ci sia questa volontà (anzi, mi pare che ci sia un certo senso di dolore per il fatto che questa “memoria storica” si stia perdendo, che non esista più una posizione dalla quale sia possibile difenderla come cosa ancora attuale, e non come reperto archeologico, ed è uno dei motivi per cui il libro mi è piaciuto, ma può anche darsi che io sia un lettore superficiale), e poi perché non credo che un testo di neanche duecento pagine possa avere questo “potere”. Cioè, scusate se sono diretto, ma queste sono esattamente le cose che mi piacerebbe sentir dire, per esempio, al nostro attuale capo di stato, non a Mazzoni, che domani non andrà in parlamento a far passare a forza qualche nuova legge per togliere incentivi a chi mette i pannelli solari o per appaltare la posa della fibra ottica nazionale a una ditta che poi la vincolerà a chissà quali condizioni di uso.

    3. E’ vero che la contrapposizione è “politica” (anche se secondo me è più tra “politica” e “sfiducia nella politica”), ma lei pensa che si possa staccare la questione politica dalla questione generazionale? Non sarò mai tra quelli che fanno l’equazione giovane=buono e vecchio=cattivo, ma il fatto che da una certa età in giù un certo atteggiamento “politico” sia di massa vorrà pure dire qualcosa, no? Fare finta che questo non conti non mi pare una buona premessa per “agire sul presente”.

    4. Lei dice che l’atteggiamento negativo del libro di Mazzoni potrebbe essere imitato dalle “minoranze pensanti” che lo leggeranno. Ma mi viene da dire: bella stima ha delle minoranze pensanti! Scusi, ma non le sembra che ci sia una contraddizione tra sostenere l’importanza di queste residue minoranze intelligenti (e sono anch’io convinto che bisognerebbe investire su di loro e farle diventare sempre meno minoranze, come ho già scritto rispondendo a un insegnante), e poi pensare che non siano capaci di leggere un libro e di decidere autonomamente se essere d’accordo o no (o in parte sì e in parte no) con quello che dice e con la posizione che presuppone? Certo che i libri che uno legge “formano” il modo che uno ha di pensare, ma se una persona non è capace di prendere un minimo di distanza da quello che legge e si limita ad “accogliere certi schemi di lettura” così come gli piovono in testa, forse non fa proprio parte di quella “minoranza”. Io per esempio non so se ne faccio parte, ma posso dirle questo: io tra le altre cose mi occupo di fare informazione sui problemi legati alla privacy e alla tutela dei dati personali su internet, e ogni giorno cerco di far capire alle persone come funzionano i meccanismi che stanno dietro ai social network per fare in modo che stiano attente a non regalare le proprie identità alle aziende pubblicitarie planetarie, proprio perché costituiscono una struttura di potere alla quale io personalmente voglio oppormi, facendo quello che posso come individuo che può decidere cosa fare e che posizione prendere rispetto alle cose che lo circondano. E anche se non credo di appartenere all’elite pensante, posso dirle che aver letto I destini generali, e averlo anche apprezzato, non mi farà mollare tutto, anche se sicuramente sono disposto a dargli ragione quando dice che non si vede all’orizzonte un progetto capace di correggere lo stato delle cose agendo in modo “generale”. E non perché io sia un capitalista, ma perché si sta imponendo un mondo in cui è oggettivamente difficile trovare una posizione qualunque dalla quale uno abbia un qualche potere di convinzione sugli altri. Per esempio, sapeva che il 100% degli utenti del web (fa impressione eh? Viene arrotondata a cifra tonda perché ci vorrebbero quattro posizioni decimali per rappresentare le eccezioni) accetta senza leggere le condizioni di utilizzo e le informative sulla concessione dei dati dei siti che richiedono qualche tipo di iscrizione (quasi tutti ormai)? Sa che tutte le volte che qualcuno carica un contenuto su facebook o twitter o instagram, solo per nominare i più famosi, quel contenuto viene automaticamente regalato alle rispettive aziende, che lo rivendono alle agenzie di marketing secondo i termini del regolare contratto che tutti questi utenti hanno firmato senza neanche badarci? Sa che ogni volta che una ragazza pubblica una foto di se stessa, non importa quali setting di privacy ha impostato, questa foto viene istantaneamente copiata nel deep web, da dove può essere ripescata a piacere per alimentare, per esempio, la sitografia pornografica? E’ un discorso che fa una certa impressione, eppure la maggior parte di quelli a cui cerco di spiegare l’importanza di essere almeno consapevoli di questo sistema (per loro stessi, non per qualcun altro o per qualche idea astratta) quasi tutti mi rispondono scuotendo la testa e dicendo che non faranno comunque niente, “tanto…”. Per non parlare di quelli che semplicemente non ci credono o non vogliono pensarci. E io non ho nessun modo (e non sto parlando di autorità) per fare breccia in questo rifiuto massiccio di preoccuparsi di questo, o di qualunque altra cosa.

    5. Io non pretendo di sapere chi ha “il vero torto” o “la vera ragione”, e non ho nessuna mitologia americanista, come mi sembra che lei stia suggerendo. Ma il vostro stare dalla parte di questo eroico torto, che lei chiaramente non ritiene tale, che cosa ha prodotto di concreto? Cosa avete fatto per fare in modo che le vostre “verità” non fossero un tesoro di famiglia privato da proteggere contro il mondo cattivo ma fossero qualcosa da contrapporre a questo mondo? Non siete stati voi i primi a comportarvi da nichilisti quando vi siete messi in questa posizione difensiva, dando per scontato che la barbarie del capitalismo-liberismo potesse essere combattuta solo mandando mirati messaggi a una minoranza di eletti? Non volete che il nichilismo si diffonda, va bene, ma che strumenti concreti avete da proporre in alternativa a questa posizione? Quale strategia avete per raggiungere e conquistare le persone che dovrebbero fisicamente realizzare il cambiamento che auspicate?

  • Impressioni di lettura
    Il libro di Mazzoni ha diversi meriti, tra cui quello di aver suscitato un dialogo acceso su questo sito e su Le Parole e le Cose.

    Essendo nata e cresciuta in piena mutazione antropologica, non ho potuto non riconoscere miei pensieri e stati d’animo in molte parti dell’analisi. Come tutti, spero di non dover rinunciare alle libertà che generazioni precedenti non hanno avuto, alla ‘vita in tempo di pace’, a dare per scontato il soddisfacimento dei bisogni primari e la possibilità di esprimermi. Inoltre non rimpiango il modello Novecentesco dei partiti di massa – non è adatto a convogliare istanze che si spostano orizzontalmente in una dimensione sia globale che capillare, e che riflette i movimenti delle persone, l’immediatezza delle comunicazioni, l’accesso in tempo reale ad ogni tipo di informazione.

    Ci sono due tratti ‘universalmente umani’ che si oppongono: l’angoscia e lo spaesamento provocati dall’inattualità di idee che cinquant’anni fa sembravano indiscutibili, e dal constatare quanto la logica del consumo sia diventata una seconda natura, è evidentemente residuo del tratto che nel saggio è dichiarato sconfitto, schiacciato dalle ragioni immediate della vita privata, dall’animalità richiamata in chiusura. Qualsiasi presa di posizione nei confronti del bene comune, qualunque siano i mezzi pratici e teorici a disposizione, è destinata ad apparire ridicola, utopica, giovanilistica. Ecco, questo richiamo mi è parso imbevuto di un paternalismo non intenzionale, ma che ho percepito con crescente chiarezza durante la lettura.

    La generazione di Mazzoni appartiene a quella middle class che, pur con limitazioni, ha ancora delle tutele. I nati negli anni ’80 e ’90 si scontrano invece con un livello di incertezza che dai destini generali discende immediatamente su quelli particolari. L’impatto è traumatico ed ha conseguenze tangibili. In questo senso, abbandonarsi al torpore implica uno sforzo speculare a quello richiesto dall’esercizio della critica, del dissenso, del dialogo con chi rimane al di fuori del nostro privato ed ha difficoltà che non ci riguardano.

    Probabilmente i cambiamenti epocali prescinderanno dalla circostanza della nostra esistenza e non avremo forme di trascendenza da opporre all’inessenzialità: questo non significa che le nostre esperienze non possano essere trasmesse a chi verrà dopo e che si debba rinunciare a priori a costruire orizzonti di senso, per quanto fragili. Dichiarare la resa perchè non c’è, adesso, pronta per l’uso, una formula capace di opporsi con la stessa forza ai meccanismi del tardo capitalismo è un lusso che chi ha 20 e 30 anni non può permettersi.

    Inoltre, il disfattismo claustrofobico del tirare a campare non mi sembra razionalmente più giustificabile o accettabile, o anche solo ‘meno ridicolo’, di qualsiasi forma di resistenza all’apatia, al ‘non me ne frega un cazzo’. Nella schizofrenia della Western Way of Life non c’è e non ci sarà spazio per un’etica che ponga al di sopra del benessere individuale un bene che è condiviso o condivisibile: questa previsione, o scommessa, può essere ribaltata tenendo in considerazione realtà che non sono astratte, anzi, è legittimo pensare che faranno esplodere le contraddizioni su cui giustamente si sofferma l’analisi di Mazzoni.

    Queste realtà trasversali nascono in un margine interno alla forma di vita Occidentale ed in continua espansione: vi si ritrovano precari, la borghesia impoverita, i paesi sull’orlo della bancarotta, i nuovi emigranti che comprano biglietti aerei di sola andata per poche decine di euro – ammesso che sia sensato escludere da un simile campo di forze movimenti migratori e tendenze demografiche che non hanno origine in Occidente, ma lo influenzano comunque direttamente.

    L’uomo del ‘non me ne frega un cazzo’ è uno dei prodotti della Western Way of Life. Esiste anche l’uomo per cui il ‘non me ne frega un cazzo’ suona inconciliabile anche con il più basilare istinto di conservazione della specie. A me non sembra che questo ‘fondo universalmente umano’ sia meno significativo della sua controparte.

    Affossare questo tipo di uomo con la presunta lucidità della resa solo perchè la dimensione del mutamento ci sfugge di mano, o non ci riguarderà adesso o nei prossimi cinquant’anni, non basta a legittimare l’accondiscendenza glaciale nei confronti dell’impegno; che si tratti di lavorare per dare luce al rimosso (cosa che, mi sembra, sta accadendo anche senza il contributo di molti intellettuali, o membri delle classi che hanno a disposizione gli elementi culturali necessari per leggere e scrivere un libro come I Destini Generali) o di ribellarsi in qualsiasi modo all’assunto per cui la maggioranza è silenziosa, e comunque non gliene frega un cazzo.

    Invito Mazzoni a non arrendersi, fosse anche solo come rimedio contro la depressione e la noia che dominano la sfera del privato.

  • IL PROGETTO CHE NON C’È
    @ Beta

    Purtroppo sul Web capita di spesso di interloquire con fantasmi. Lei poi si
    è calato sul volto anche l’elmo di un nickname!
    Chiariti alcuni equivoci (intellettuali umanisti e scientifici, provenienza
    sociale, no filo americanismo, problema politico e/o generazionale),
    aggiungo che neppure io appartengo all’accademia (sono stato immigrato,
    telefonista, lavoratore-studente, militante in Avanguardia operaia dal ’68
    al ’76, insegnante di scuola superiore) e attenuo volentieri l’animosità
    della mia prima risposta precisando due cose:

    – sul suo punto 4.

    Da quanto ho scritto: «[…] non è affatto secondario che delle minoranze
    pensanti accolgano certi schemi di lettura della realtà o vi si oppongano,
    cedano al sonno della ragione imposto via TV e Web o si appartino con
    sofferto «disagio» all’interno del «Western way of life» o trovino nuove e
    solide ragioni per criticarlo e opporsi» è difficile dedurre che esse per me
    «non siano capaci di leggere un libro e di decidere autonomamente etc». Ci
    sono già su questo blog interventi di persone intelligenti che si
    rispecchiano in pieno nell’analisi e nella «proposta etico-politica» di
    Mazzoni. Mai pensato che lui o quanti condividono le sue idee non siano
    *intelligenti* o *pensanti*. Il nocciolo sta qui: la proposta di Mazzoni che
    va in direzione opposta a quella che io auspico, la contrasto e spero che
    una parte consistente delle minoranze pensanti la contrastino con buoni
    argomenti.

    – sul punto 5.

    Lei confonde la condizione di marginalità politica delle *minoranze
    pensanti anticapitalistiche* (uso per ora questa formula generica) con una
    orgogliosa e spocchiosa scelta fatta da pochi “eletti”. E si sbaglia.
    Perché non considera – qui il discorso sulla memoria storica! – quale
    disastro politico, sociale e culturale sia avvenuto in Italia a partire
    dalla metà degli anni Settanta con la proposta del compromesso storico, la
    cancellazione dalla scena politica della “nuova sinistra”, la sfida “folle”
    delle BR, l’uccisione di Moro, e poi la spaccatura e scomparsa del PCI,
    “Mani pulite”, ecc. È irrealistico, ingenuo, troppo giovanilmente
    baldanzoso chiedere a delle *schegge* di una diaspora politica (a me o a
    Luperini o ad altri “reduci”) «che strumenti concreti avete da proporre in
    alternativa a questa posizione [di Mazzoni]? Quale strategia avete per
    raggiungere e conquistare le persone che dovrebbero fisicamente realizzare
    il cambiamento che auspicate?».
    Imporsi di rispondere al suo polemico invito sarebbe il classico e sciocco
    mettere il carro davanti ai buoi o darsi la zappa sui piedi. Sono domande,
    infatti, che non hanno senso in questa fase di idee confuse e di assenza –
    così la penso – di un indispensabile *noi* politico capace di delineare un
    qualche accettabile progetto, anche minimo. Da decenni, per costruirne
    almeno le premesse, mi affanno tra Milano e il suo hinterland a organizzare
    con *intellettuali periferici* (insegnanti, poeti, “gente (ormai) comune”)
    una rivistina, un laboratorio, una lista civica. Amaramente devo dire che
    non si fa che oscillare tra *rifondazione* (della sinistra) e *esodo* (dalla
    sinistra). Né si rifonda alcunché né si esoda davvero. Non esiste,
    dunque, quella forza politica capace di proporre addirittura
    «un’alternativa» o «una strategia». O pensatore o gruppo intellettuale
    capace di reale influenza sulle stesse minoranze pensanti sulle quali tendo
    a scommettere. Il che rende la situazione tragica. E induce molti a
    starsene acquattati “all’ombra del PD in fiore” ( e che puzzo!) o a dare
    ragione a Mazzoni. Il che sarebbe per me – qui d’accordo con Luperini – una
    resa definitiva all’esistente.

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