Exploded view: fare a pezzi la realtà per ricostruire
Johannesburg: anatomia di una frattura
L’insieme delle parti, o The Exploded view nel titolo originale, racconta l’Africa post apartheid. Ma non dobbiamo aspettarci una narrazione cronachistica, tantomeno un realismo sociale di protesta. Ivan Vladislavić, scrittore sudafricano di Pretoria nato da genitori croati, sceglie l’ironia e strutture narrative frammentarie per svelarci le contraddizioni quotidiane di una Johannesburg che diventa metafora delle promesse mancate di democrazia e di inclusione legate alla fine dell’apartheid.
Pubblicato nel 2004 in lingua inglese, L’insieme delle parti esce per Utopia nel 2025, nella traduzione di Carmen Concilio, esperta di Sudafrica, conoscitrice della scrittura di Vladislavić, di cui ha già tradotto La distanza, pubblicato sempre per Utopia nel 2023, e capace di conciliare la lingua inglese con l’afrikaans, la lingua di origine europea parlata in Sudafrica.
Nonostante sia scritto poco meno di dieci anni dopo la fine dell’apartheid, quando la Commissione per la Verità e la Riconciliazione sembrava garantire una possibile rinascita del paese, il libro di Vladislavić non intende indagare sugli esiti di questo tribunale, non passa in rassegna le memorie, le confessioni o le gravi violazioni dei diritti umani commesse dai governi precedenti, ma si dedica al tema della ricostruzione e dello sviluppo, rivelando un sistema che, sebbene stia tentando di trasformare il volto del Sudafrica aprendo nuove prospettive, non è ancora riuscito a cancellare le eredità sociali e culturali del passato e a sanarne le forti contraddizioni.
Quattro sguardi su una città
Per raccontarci questo Sudafrica, l’autore sceglie quattro storie di solitudine con quattro uomini come protagonisti: tre uomini bianchi e un giovane nero. Tutti tentano di idealizzare il futuro, riponendo speranze nella fine dell’apartheid e nella possibilità che le cose comincino ad andare per il verso giusto, ma nessuno di loro sembra soddisfatto della propria esistenza. Nemmeno l’artista di talento, l’unico nero, se la passa troppo bene, e riciclare souvenir sembra la sua vera abilità: anche l’arte è incapace di restituire al paese un’identità.
Ciascuno a suo modo si fa dunque interprete del senso di insoddisfazione e di delusione di un’intera nazione che non si riconosce più nel cambiamento post-apartheid. Il protagonista del primo racconto, Villa Toscana, è un modesto impiegato statale incaricato di compilare le domande per un censimento nazionale. Sembra capace di interpretare la realtà soltanto attraverso i numeri e le statistiche, e si innamora, non corrisposto, di una presentatrice televisiva conosciuta durante le sue rilevazioni, che vive in un quartiere chiamato appunto Villa Toscana. La parte più interessante di questo racconto è infatti quella in cui si descrive l’architettura di questo luogo, un complesso circondato da torri e mura di difesa come una città medioevale: «L’architetto aveva dato all’ingresso un tocco medievale. Sotto le ruote dell’auto le traversine rendevano il viale d’accesso rumoroso come un ponte levatoio, le cancellate di legno erano pesanti e sinistre, costellate di bulloni e cerniere, c’erano grate di metallo nei muri a secco. Un addetto alla sicurezza lo scrutava attraverso la feritoia di una guardiola, e poi, rassicurato dal fatto che non costituisse una minaccia imminente, uscì con in mano un registro» (p. 10). Un tentativo di mimare l’architettura europea, nello specifico quella italiana, che rivela la perdita di identità che sta attraversando il Sudafrica, e che produce nel protagonista un senso di straniamento «Una strana sensazione lo aveva sopraffatto quando si era avvicinato alle cancellate di Villa Toscana la prima volta, una visione come di sogno per metà familiare e per metà straniante» (p. 9)
Anche nel secondo racconto, Salsa Afritudine, l’architettura assume un aspetto determinante. Questa volta il protagonista è Egan, un ingegnere idraulico incaricato di controllare fogne e servizi igienici in un insediamento popolare in costruzione e destinato a sostituire una vecchia township creata durante la segregazione per relegare la popolazione non bianca. Il cambiamento è in corso, eppure sembra difficile sottrarsi alla stereotipizzazione. Il nome della salsa piccante, denominata afritudine, che Egan si verserà sui pantaloni durante la cena con alcuni impresari locali ne è un esempio. Non è da meno la maglietta con il volto di Madiba indossata per non sentirsi troppo distante dai commensali neri, e che invece lo farà sentire ridicolo di fronte ai loro completi con giacca e cravatta.
Curioser è l’unico racconto che ha un protagonista africano, Simeon Majara, ed è un artista inserito nella nuova classe borghese tra i quartieri più ricchi, dove sta celebrando il finissage di una mostra intitolata, appunto, Curioser, che allude esplicitamente ai curio, cioè ai souvenir. La sua arte si realizza, infatti, manipolando oggetti prodotti in serie nei mercatini locali sudafricani. Il progetto artistico perde dunque la sua originalità e smaschera la logica di profitto che sta alla base anche dell’arte. Majara è l’artista che si è fatto strada rappresentando i genocidi, «Simeon era un artista. Il resto veniva da sé. Si era fatto un nome – «S. Majara» – con tre mostre sul tema del genocidio» (p. 77), ma per le sue opere utilizza antiche maschere comprate a prezzi bassi e anch’esse senza nessuna pretesa di originalità. Del resto di una mostra di successo «il momento saliente era stato senza ombra di dubbio la performance della ministra della cultura. Era venuta per il discorso d’apertura – c’era da trarne un beneficio politico, il Sudafrica era coinvolto nelle trattative di pace in Ruanda – e arrivò su una sedia a rotelle. Ufficialmente si era slogata una caviglia giocando a tennis, ma tutti sapevano che alzava spesso il gomito» (p. 87)
La stessa ironia amara caratterizza l’ultimo dei quattro racconti, Crocodile Lodge, nel quale il protagonista si occupa di cartellonistica. Specializzato in pubblicità di lotti adibiti a zone verdi, a condomini di lusso, o spazi per uffici e centri commerciali, la sua vicenda rimanda al titolo del libro e dunque al senso dell’intera lettura. Nel corso del racconto veniamo infatti a sapere che il protagonista era stato un lettore della rivista americana degli anni Cinquanta Popular Mechanics, che insegnava ad assemblare le parti e i componenti degli oggetti venduti sparsi: «In quelle pagine tanto sfogliate, ogni oggetto era l’insieme delle sue parti» (p. 123)
Quest’ultimo racconto, che ci riporta con una sorta di circolarità alla storia di apertura, in quanto Villa Toscana è uno dei complessi architettonici sponsorizzati dai cartelloni pubblicitari del protagonista, è probabilmente il più amaro e disilluso, perché ci rivela ansie e paure di un uomo spaesato nella pericolosa giungla urbana di Johannesburg. E non si limita a denunciare la realtà del Sudafrica, ci spinge a ricomporre il difficile puzzle che si nasconde dietro a questa immagine per ricostruire “l’insieme delle parti”.
“L’insieme delle parti” come metafora del Sudafrica
Il titolo originale del libro, Exploded View – vista esplosa –, allude infatti a una rappresentazione grafica tridimensionale in cui le varie parti che compongono un oggetto vengono mostrate separatamente e distanziate tra loro, come se l’oggetto fosse appena esploso dall’interno. In questo modo vengono rivelate tutte le componenti meccaniche dell’oggetto e sono messe in evidenza le connessioni, anche se continuano ad essere separate. Il messaggio di Vladislavić è allora di decostruire per comprendere e ricostruire. Il puzzle si può ricomporre e dargli un senso, ma non senza avere prima riconosciuto le parti che costituiscono il tutto («In quelle pagine tanto sfogliate, ogni oggetto era l’insieme delle sue parti. […] Sulle istruzioni per il montaggio fai da te, l’oggetto solido viene osservato da ogni lato, come esplodesse, con grazia, nelle sue parti costitutive, tavole, molle, binari, chiodi, rivestimenti, isolanti, tacchetti, filettature. Ogni componente si discosta appena da quelli con cui dovrebbe combaciare, con spaziature minime e precise tra le parti. Basterebbe un tocco, una spinta con la punta di un dito, per far convergere il tutto e dare vita a un insieme perfetto, dalla superficie compatta e indivisibile. Fino a quel momento ogni elemento rimane in attesa dell’atto definitivo, come in sospeso», pp. 123-124).
L’Exploded View diventa quindi una metafora del Sudafrica: la nazione è mostrata nei suoi elementi separati perché si possa comprenderne la complessità. La trasformazione di Johannesburg – dove continuano ad esserci forti disuguaglianze economiche, paura per la criminalità, zone urbane ricostruite senza identità – e la vita quotidiana di personaggi appartenenti a gruppi sociali e culturali diversi rivelano una realtà frammentata che non ha ancora del tutto fatto i conti con il passato.
La ricostruzione democratica del Sudafrica, il progetto di ridare voce e vita a un paese e di mostrarne un’“africanità” intesa come multiculturalità e globalizzazione, ma anche come promozione e difesa della tradizione locale non è quella raccontata da Vladislavić, che invece ci mostra la complessità di una nazione che cerca una nuova identità incapace di dimenticare la propria storia.
Pagina dopo pagina viene da chiederci se all’apartheid razziale si sia sostituito, o aggiunto, quello economico. Attraverso la trasformazione dello spazio urbano emerge soprattutto il sistema capitalistico. Johannesburg è una metropoli segnata da consumi, pubblicità, speculazione edilizia e mobilità economica. E Vladislavić dedica molta attenzione agli oggetti quotidiani, agli edifici, alle insegne luminose, tutti elementi che non sono semplici dettagli realistici, ma che ci parlano di una realtà urbana e di una cultura dominata dal mercato, meccanismo che a sua volta crea profonde disuguaglianze. La libertà politica del post-apartheid non sembra dunque avere eliminato le contraddizioni e le disuguaglianze sociali prodotte dal capitalismo.
Vladislavić rifiuta le facili risposte consolatorie della politica, e dimostra, con la sua ironia fredda e tagliente, capace di fare a pezzi la realtà come una exploded view, che per la vera elaborazione del trauma occorre destrutturare, fare i conti con i frammenti, le memorie, le parti. Solo allora si può tentare di ricostruire l’insieme. La scomposizione e la decostruzione sono la fase che precede il riassemblamento che può restituire un senso: «Alla fine trovò conforto nella sua idea […] La catastrofe non era un male, era una benedizione, un’opportunità per purificare il corpo sociale, per eliminare il grasso in eccesso degli ultimi secoli e ritornare all’ossatura di base. Una disintossicazione globale» (p. 140).
Articoli correlati
No related posts.
-
L’interpretazione e noi
-
Exploded view: fare a pezzi la realtà per ricostruire -
Il poeta delle 300 copie -
Gli intellettuali italiani e la Grande Guerra/ 2 -
Gli intellettuali italiani e la Grande Guerra/ 1 -
-
La scrittura e noi
-
Su Anne Carson -
Non fate la guerra, andate per mare! Su “La saggezza del mare” di Björn Larsson -
Il realismo sperimentale di Roberto Bugliani. Un’intervista su “Fisiologia delle situazioni” -
Ereditiamo anche il dolore: “Malbianco” di Mario Desiati -
-
La scuola e noi
-
Le “misure urgenti” del decreto legge 170/2026 sulla scuola e lo sgabuzzino delle scope -
Insegnanti sovversivi. Riflessioni su un vecchio libro sempre (più) attuale -
Percezione poetica e incontro con l’altro -
«Guardare a sé stessi dall’esterno». Lavorare nei margini, ovvero: dialogo con Alfredo Palomba -
-
Il presente e noi
-
L’Occidente e il suo doppio -
Italofoni e elefanti -
Destini individuali e collettivi nel romanzo d’esordio di Lukas Rietzschel “Battere i pugni sul mondo” -
Diaz, non pulire questo sangue. Il film, la sceneggiatura, le foto. Conversazione con Daniele Vicari: «Uscire dal reducismo per superare la sconfitta di Genova 2001» -
Commenti recenti
- R. Selmisu Le “misure urgenti” del decreto legge 170/2026 sulla scuola e lo sgabuzzino delle scopeottima analisi
- R. Selmibellissima
- Lorenzo Prencipeoh quale poesia della ” non poesia” fluisce impietosa a smascherare la sua impotenza! Tutto…
- Eros BaroneNelle formazioni economico-sociali in cui predomina il modo di produzione capitalistico e nelle costituzioni materiali…
- Stefano RossettiIl commento non va oltre l’esposizione talvolta esibita di informazioni risapute e interpretazioni politiche, in…
Colophon
Fondatore
Romano Luperini
Redazione
Antonella Amato, Emanuela Bandini, Alberto Bertino, Linda Cavadini, Gabriele Cingolani, Roberto Contu, Orsetta Innocenti, Daniele Lo Vetere, Morena Marsilio, Luisa Mirone, Stefano Rossetti, Katia Trombetta, Emanuele Zinato
Caporedattore
Roberto Contu
Editore
G.B. Palumbo Editore

Lascia un commento