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Scuola neoliberale: pars construens e pars destruens. Una replica

Lunedì sul nostro blog è uscito un intervento di Davide Racca, La scuola neoliberale: contro, ma come?, sul volume a cura di Mimmo Cangiano, Contro la scuola neoliberale, nottetempo, 2026, del collettivo Consigli di classe. Pubblichiamo la replica del collettivo.

La riflessione proposta ha il merito di prendere sul serio l’impianto critico di Contro la scuola neoliberale e di riconoscere la centralità del nesso tra trasformazioni della scuola e dinamiche del capitalismo neoliberale. È un punto decisivo: senza questa consapevolezza il dibattito sulla scuola resta prigioniero della consueta polarizzazione – nostalgici dell’autorità contro pedagoghi dell’inclusione – che finisce per occultare la questione strutturale. Tuttavia, la critica secondo cui al volume mancherebbe una vera pars construens rischia di sottovalutare la natura stessa del problema che il libro prova a mettere a fuoco.

In primo luogo, non è affatto evidente che oggi sia possibile proporre un modello compiuto di “altra scuola”. La scuola è una istituzione profondamente intrecciata alla forma sociale in cui opera. Se è vero – come l’introduzione suggerisce – che le trasformazioni degli ultimi decenni derivano dall’inserimento della scuola nella razionalità neoliberale (logiche di mercato, competizione, rendicontazione, managerializzazione), allora è difficile immaginare che una soluzione pienamente alternativa possa emergere semplicemente come progetto tecnico o pedagogico. In questo senso, la pars destruens non è un limite accidentale ma una condizione preliminare: prima di costruire bisogna comprendere e disarticolare i dispositivi che oggi definiscono ciò che appare possibile. Il rischio, altrimenti, è quello che lo stesso autore della critica segnala: la nostalgia. Non perché il volume la proponga esplicitamente, ma perché ogni proposta positiva rischia facilmente di scivolare nel ripristino implicito di un modello precedente di scuola – la scuola pre-autonomia, per esempio – che era però funzionale a un’altra fase del capitalismo e non costituisce quindi una reale alternativa.

Su questo punto la riflessione proposta coglie un nodo interessante: la possibilità di lavorare criticamente sui concetti stessi che oggi strutturano il discorso educativo, anziché semplicemente rifiutarli. L’esempio delle competenze è emblematico. È vero che nella prassi scolastica il linguaggio delle competenze viene spesso utilizzato per giustificare l’adattamento della scuola alle esigenze del mercato del lavoro. Ma è altrettanto vero che, nella sua definizione teorica, una competenza implica l’integrazione di conoscenze e abilità nella soluzione di problemi complessi. In questo senso non è necessariamente opposta al sapere disciplinare. Proprio qui potrebbe aprirsi uno spazio critico: non limitarsi a denunciare l’uso aziendalista del concetto, ma riappropriarsene, mostrando come una competenza autentica presupponga profondità teorica, autonomia intellettuale e capacità critica — qualità che difficilmente coincidono con la mera adattabilità richiesta dal mercato.

Più in generale, la strada indicata nella critica – quella della decostruzione dei concetti dominanti – non appare in contraddizione con il progetto del volume, ma piuttosto come una sua possibile prosecuzione. Decostruire significa infatti sottrarre parole come competenza, personalizzazione, orientamento o aggiornamento alla loro interpretazione neoliberale, riaprendone il campo semantico e pratico.

Dove può avvenire concretamente questo lavoro? Qui la riflessione individua forse il punto più promettente: la dimensione collegiale della scuola. Non perché il collegio docenti rappresenti di per sé un luogo di emancipazione, ma perché è uno dei pochi spazi istituzionali in cui le logiche di governance non sono ancora completamente automatizzate. Se quella struttura venisse realmente abitata da un corpo docente consapevole del proprio ruolo, potrebbe diventare – per usare l’immagine citata – un piccolo “sassolino nell’ingranaggio”. Naturalmente questo richiederebbe qualcosa che oggi spesso manca: una coscienza professionale e politica condivisa tra docenti, capace di trasformare gli strumenti normativi esistenti (autonomia, progettazione dell’offerta formativa, interdisciplinarità) da dispositivi di competizione tra scuole a strumenti di elaborazione collettiva del sapere.

In questo senso, forse la pars construens non può essere pensata come un modello già definito di “altra scuola”, ma come un processo di riappropriazione delle pratiche educative da parte di chi nella scuola lavora. Se il volume riesce a fornire categorie critiche per comprendere la razionalità neoliberale che attraversa l’istruzione, e se discussioni come questa iniziano a interrogarsi su come trasformare dall’interno i concetti e gli spazi istituzionali esistenti, allora forse la costruzione di un’alternativa è già iniziata — non come progetto compiuto, ma come apertura di uno spazio di conflitto e di un immaginario.

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