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diretto da Romano Luperini

Il nome della “cosa”: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus

C’è qualcosa di sottilmente ironico nel fatto che, nel 2026, lo Stato italiano abbia avvertito come urgente l’esigenza di restituire all’esame conclusivo della secondaria di secondo grado il nome di “maturità”. Come se, nel pieno di una stagione politica che ama le operazioni nominalistiche, bastasse riattivare una parola sedimentata nell’immaginario collettivo per restituire spessore a un rito civile che da anni appare oscillare tra adempimento burocratico e quella che si potrebbe definire “pedagogia motivazionale”.

Il DL 127/2025, convertito in L. 164/2025, ha formalizzato una serie di modifiche che — prescindendo in questa sede dall’analisi puntuale dei loro risvolti applicativi — al di là delle dispute tecniche su commissioni e colloqui, sollevano una questione più profonda: che cosa intendiamo, oggi, quando pronunciamo la parola “maturità”? E, soprattutto, chi è chiamato a maturare? Lo studente? L’istituzione scolastica? Il Paese?

Il nome e la cosa

In un celebre passo delle sue Ricerche filosofiche, Ludwig Wittgenstein osserva che il significato di una parola è insito nel suo uso nel linguaggio. “Maturità” non è mai stata solo una mera etichetta amministrativa: è un dispositivo simbolico. Evoca un passaggio, una soglia, o, meglio ancora, il suo attraversamento, una responsabilità nuova verso sé stessi e verso la comunità. È, per riprendere un concetto di Hannah Arendt, un momento in cui si è chiamati a rispondere del mondo, non soltanto a dimostrare di possedere delle competenze.

Che cosa accade, allora, quando il legislatore interviene sul nome? In superficie, poco: del resto la consuetudine lessicale interiorizzata aveva già provveduto a mantenere viva la parola “maturità” anche durante la stagione dell’ “esame di Stato”. Ma proprio per questo l’operazione rivela, sia pure sottotraccia, una tensione ben più sottile: l’idea che il consenso simbolico possa essere ricostruito per via lessicale, che il mutamento del segno preceda — o addirittura sostituisca — quello della sostanza.

Viviamo in un’epoca in cui la politica italiana sembra oscillare tra nostalgia e presentismo: da un lato il recupero di parole che promettono continuità, dall’altro una riformistica episodica, spesso affidata allo strumento del decreto-legge, che per sua natura non favorisce la sedimentazione del dibattito. La maturità, come categoria culturale, chiede invece tempo lungo, confronto, conflitto argomentato. Insomma: chiede ciò che il decreto, per definizione, comprime.

Maturità come esposizione di sé

Ulteriori disposizioni attuative per l’anno in corso sono state precisate dal DM 13/2026. Tra le novità più discusse vi è l’avvio del colloquio con una riflessione dello studente sul proprio percorso, alla luce del curriculum personale. L’intento dichiarato è valorizzare la soggettività. Ma qui si apre un nodo filosofico, e non solo, che attraversa la nostra contemporaneità: la trasformazione dell’io in oggetto permanente di una narrazione, per così dire, “pubblica”.

Viviamo nell’epoca dell’ “autobiografia perenne”: dai social network ai colloqui di lavoro, tutto sollecita l’individuo a raccontarsi, a tematizzare la propria identità e gli eventi della propria vita, a trasformare l’esperienza in discorso performativo. In questo senso, l’“autobiografia intellettuale” richiesta all’orale non è un’eccezione, ma forse il sintomo di una cultura che ha interiorizzato il paradigma dell’auto-esposizione.

E tuttavia la maturità, se la pensiamo in chiave classica, non coincide con la mera capacità di raccontarsi. Non è esercizio di auto-rappresentazione, ma, forse paradossalmente, un gesto di scarto: la facoltà di prendere le distanze da sé, di sottoporre le proprie convinzioni a vaglio critico, di esporsi al rischio del pensiero. Maturare non significa semplicemente trasformare l’esperienza in narrazione, bensì emanciparsi dall’immediatezza del vissuto, sottrarsi alla confortevole coincidenza con le proprie impressioni. Essere maturi implica il coraggio del giudizio, la disponibilità a misurarsi con criteri che eccedono il proprio io, la responsabilità di assumere una posizione argomentata nello spazio comune.

Qui il rischio è sottile: che la maturità venga scambiata per autenticità espressiva. Ma un’opinione, per essere matura, non basta che sia “sentita”, ovvero viscerale: deve essere argomentata, capace di entrare nello spazio pubblico senza ridursi a gesto. La questione non è impedire la critica — anzi, una scuola democratica dovrebbe saperla accogliere sempre — ma evitare che la scena dell’esame si trasformi in una sorta di improbabile teatro dell’identità.

Serie A e serie B: luguaglianza dei vari percorsi scolastici davanti allo Stato?

La differenziazione tra percorsi liceali, tecnici e professionali — già strutturale nel nostro sistema — appare accentuata da alcune scelte recenti. La questione non è meramente organizzativa: è simbolica. In un Paese che, secondo i dati più recenti raccolti dall’ISTAT, continua a registrare profonde disuguaglianze territoriali e sociali, la scuola rappresenta ancora uno dei pochi luoghi in cui l’uguaglianza formale davanti allo Stato può davvero diventare esperienza concreta. L’esame conclusivo, proprio perché “di Stato”, aveva una funzione livellatrice: tutti sottoposti alla medesima prova, dunque allo stesso sguardo istituzionale.

Se questo principio si attenua, anche solo nella percezione, si incrina qualcosa di più grande dell’idea della strutturazione di una griglia o della composizione di una commissione: si incrina l’idea repubblicana che il titolo di studio sia un bene pubblico certificato con criteri comuni. In questo senso, la maturità non è da intendersi soltanto come un passaggio individuale, come il metaforico attraversamento di una soglia cui si accennava, ma come un atto politico: è il momento in cui la Repubblica riconosce formalmente un cittadino come adulto.

Il presente italiano e la tentazione dell “immaturità”

Forse la domanda è un’altra, e ben più inquietante: non sarà che la nostra scuola rifletta un Paese che fatica esso stesso a maturare?

L’immaturità collettiva emerge attraverso un ventaglio eterogeneo di evidenze empiriche: nella difficoltà a sostenere un confronto non polarizzato; nella tendenza a ridurre questioni complesse a slogan da urlare; nell’uso inflazionato del concetto di “urgenza” come giustificazione per evitare la discussione e, ancor più in generale, qualsiasi forma di dialogo e di confronto. Una riforma adottata per decreto su un tema che tocca la formazione delle giovani generazioni sembra iscriversi proprio in questo clima.

La maturità, invece, è (o dovrebbe essere!) capacità di sopportare, di sostenere, di accogliere la complessità. È (o dovrebbe essere!) riconoscere che le istituzioni educative non possono essere oggetto di interventi tecnico-politici intermittenti, ma di scelte strutturate che richiedono visione, e una visione di lungo raggio. È (o dorrebbe essere!) accettare che la crescita — individuale o collettiva che sia — implica conflitto, lentezza, e, talvolta, persino fallimento.

In un famoso intervento pubblicato sulle pagine del «Corriere della Sera» il 10 giugno 1974, Pier Paolo Pasolini introduceva il concetto di “mutazione antropologica”, con riferimento specifico ai cambiamenti strutturali occorsi nell’Italia del boom economico. Oggi potremmo chiederci se non siamo di fronte a un’altra mutazione: quella di una società che confonde la visibilità con la profondità, l’annuncio del cambiamento con il cambiamento reale.

Una parola da riconquistare

Forse, allora, la questione non è se l’esame conclusivo si chiami “di Stato” o “di maturità”. La questione è se siamo ancora disposti a prendere sul serio la parola. Prenderla sul serio significa accettare che la maturità non si esaurisce in una performance nei mesi di giugno e luglio. Ma che è un processo che attraversa l’intero percorso scolastico e, più radicalmente, l’intero spazio pubblico. È la capacità di abitare la libertà senza ridurla a capriccio, di esercitare il dissenso senza trasformarlo in spettacolo, di riconoscere l’autorità senza scivolare nell’obbedienza cieca e acritica.

Se la scuola vuole essere all’altezza di questo compito, deve poter contare su istituzioni che maturino con lei: che sappiano discutere, progettare, ascoltare. Che non temano il “tempo lungo” della riflessione, ma che al tempo stesso non smarriscano il contatto con la realtà concreta della scuola di oggi, con le sue aule affollate, le sue fragilità sociali, le sue trasformazioni culturali, le sue disuguaglianze territoriali. Perché nessuna idea di maturità può dirsi credibile se non si misura con la materia viva dell’esperienza educativa quotidiana.

Altrimenti, il rischio è che la maturità resti una parola restaurata, lucidata per l’occasione, ma incapace di incidere sulla sostanza. E che i nostri studenti, chiamati a dimostrare di essere diventati “adulti” davanti a una commissione, si trovino a farlo in un Paese che adulto non è ancora o non ancora del tutto.

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