“Buchi neri” di Alessandra Sarchi – Un estratto
Uscirà il 3 marzo nella collana L’invisibile dell’editore Industria & Letteratura il racconto “Buchi neri” di Alessandra Sarchi, di cui pubblichiamo un estratto in anteprima. Ringraziamo l’autrice e l’editore per la gentile concessione.
Rumori di rastrello che gratta tra foglie secche e terra, il cigolio della porta della rimessa per gli attrezzi, l’acqua che scende dal rubinetto nell’annaffiatoio di plastica e lo riempie, una volta, due volte, tre volte. Poi la voce di madre che parla con la vicina.
«Non dovrebbe piantarle così attaccate alla rete».
«L’ho fatto per avere del verde in mezzo alle due case. Le piace vedere la rete?»
«Non mi piace, ma non credo che un paio di piante di banano possano fare da siepe. Poco adatte, sono caducee, fra l’altro. In autunno e in inverno vedrà solo dei tronchi mezzi marci, ammesso che resistano».
«Il vivaista mi ha detto che il banano musa sopporta bene il freddo».
«In ogni caso perderà le foglie».
«Be’ io volevo un tocco esotico. Le auguro una buona serata, Giulia».
Silenzio.
Lavinia inclina la testa sullo schienale della sedia, ha il collo indolenzito e il sonno del tardo pomeriggio le invade la testa, vorrebbe dormire anche solo dieci minuti per riposarsi, prima della cena, ma sua sorella le si avvicina da dietro, ne avverte il calore corporeo e il profumo di mughetto in gran parte evaporato e disperso nei vari posti in cui è stata – l’autobus, l’aula universitaria, tra le braccia di Marco – poi si baciano, Alice le posa un bacio sulla fronte e le prende le mani.
«Banano» i suoni labiali s’impastano alle vocali sfiatate di Lavinia, ma Alice allenata da sempre a decifrarli coglie la nota di ironia, un accenno di risata, con cui la sorella emette la parola rovesciando la testa sullo schienale della carrozzina.
Sa che Lavina è stanca a fine giornata, e che la lavagnetta Etran potrà aiutarle a comunicare. La prende dal tavolo su cui era appoggiata e la dispone fra sé e la sorella, i loro occhi si inseguono sfiorando le lettere e ricuciono quello che è appena accaduto: madre che di nuovo se la prende con la vicina per questioni legate al giardino, piante di banano giudicate inadatte sul confine che separa le due case.
Alice solleva le spalle e sospira. Si sono trasferite da poco in quella nuova casa, una bifamiliare nella prima periferia di Bologna dove in teoria potrebbero godere di spazi più ampi e di verde, ma con i vicini le cose si sono subito guastate. Prima quelli hanno costruito un barbecue in muratura proprio a ridosso della rete divisoria – e per legge dovrebbe stare a cinque metri – tuona sempre madre quando la domenica attaccano a fare fuochi e fumi fin dalle 10 di mattina; poi c’è stato un contenzioso su una presa d’acqua da un vecchio pozzo, anch’esso sul confine e non chiaramente regolato dal rogito catastale, e adesso le piante di banano giapponese musa lungo la rete.
Quel tipo di banano non fa nemmeno i frutti, commenta Alice che ha già sentito un’altra volta la solfa delle piante, e con una mossa rapida ripone la lavagnetta sul tavolo. Guarda la sorella, le sorride, e di nuovo percepisce quell’ammiccamento: Lavinia vuole ancora dire qualcosa e ora lo fa con la bocca: madre ha bisogno di un banano, dice. Poi ride in quella sua maniera un po’ equina che le fa scoprire le gengive verso l’alto e si trasforma in una specie di singulto.
Alice ci mette un secondo di troppo a capire il doppio senso e a collegarlo all’ironia che ha letto sul viso di sua sorella.
«Lavinia!» esclama con le mani che battono davanti a sé, «Ma ti pare?!» Lavinia la ricambia con un’occhiata che vuole dire due cose insieme: quanto sei lenta a capire! E che male ci sarebbe?
Nel frattempo anche Giulia arriva in cucina. «Ah sei rientrata» fa, rivolta ad Alice, e subito si mette a cucinare, estrae verdure dal frigorifero, scalda padelle e fa bollire l’acqua, e per sovrastare quel tramestio accende la radio.
Alice accompagna sua sorella in bagno, l’aiuta a lavarsi le mani, la destra è sempre più rigida della sinistra e per evitare gli spasmi Alice sa di dover aspettare che l’acqua diventi calda.
«Che cosa hai studiato oggi?» le chiede, mentre le allarga e distende le dita insaponandole.
«Buchi neri» è la risposta, di cui Alice crede di aver percepito distintamente solo «bu» e «eri», il resto lo ha ricostruito e, a dire il vero, non saprebbe distinguere con quale organo, se udito, vista o altro che la tiene connessa alla sorella. Ricorda quando da piccola la madre per spiegarle la condizione di Lavinia le aveva detto che alla nascita era successo qualcosa per cui i fili del sistema nervoso che si allungano dal cervello al midollo spinale si erano ingarbugliati – gesto delle mani di madre che si contorcono – e così Lavinia non riusciva più a camminare, a reggere gli oggetti, a emettere suoni distinti. Tutto in lei era un po’ confuso e aggrovigliato.
«Però capisce» aveva esclamato Alice.
«Certo che capisce. A volte anche di più degli altri».
Sono vent’anni che Alice convive con quella confusione e la traduce; è diventata più brava di sua madre a terminare le parole di Lavinia, spesso a indovinarle prima ancora che le pronunci o a metterle in sequenza sintattica quando usano la lavagnetta Etran. Lei sa anche quando sua sorella ha caldo o freddo, quando ha bisogno di essere massaggiata nelle gambe o distesa su un letto, quando un cucchiaio di minestra è di troppo, e quando preferisce starsene da sola a risolvere complicati calcoli di matematica che la lasciano con occhiaie color indaco e un’aria di privatissima soddisfazione.
Ora per esempio mentre distende con delicatezza la mano sinistra di Lavinia sotto il rubinetto, Alice sente formarsi la parola calore, ma sa, e anche in questo caso non potrebbe dire come, che Lavinia non si riferisce all’acqua, ma ai buchi neri.
«Emettono calore. Mi stai dicendo che quella roba di cui non si conosce quasi nulla lascia uscire del caldo?»
Lavinia con la mano sinistra, quella che muove con minor difficoltà, mima un gesto schizzando l’acqua e gorgoglia: «n.t.i.c.h.e» che Alice presume stia per quantiche, poi Lavinia aggiunge: «T.e.o.r.i.a d.e.l.l.a r.a.d.i.a.z.i.o.n.e d.i H.a.w.k.i.n.g».
«Ma non mi avevi detto che non c’è nulla che possa uscire da quell’altra cosa che sta attorno al buco nero, com’è che si chiama?»
«O.r.i.z.z.o.n.t.e»
«Ecco, infatti volevo proprio dire quel nome così poetico: l’orizzonte degli eventi».
Alice asciuga le mani di sua sorella, sottili, quasi prive di fasci muscolari, le pettina i capelli – a Lavinia piace sentire passare i denti del pettine fra i capelli, è uno dei tanti gesti che non riesce a fare da sola – infine gira la carrozzina per uscire dal bagno.
«Buchi neri e galassie. Il solo pensiero m’inquieta. Lo so che stai per dirmi che tutto ciò che si può calcolare non fa paura. Eppure a me fa salire l’ansia».
«A m.e l’a.n.s.i.a v.i.e.n.e q.u.a.n.do n.o.n
p.o.s.s.o c.o.n.t.a.r.e»
Quest’ultima frase Lavinia l’ha pronunciata con uno slancio tale che l’ha resa spedita, come se si fosse liberata dall’aderenza di mucose impastoiate e nervi lesi che imbriglia il suo parlare come se per una volta tanto il suo pensiero si fosse calato dentro vocali e consonanti senza venirne azzoppato e mortificato.
Quand’è nato il suo amore per i numeri, forse quando ancora muoveva qualche passo e contare la rendeva meno incerta? Ha un ricordo tremolante di quell’epoca, i suoi primi tre o quattro anni, la moquette beige chiaro con le setole che le pizzicavano le piante dei piedi, due saponette sotto di sé, grassocce e instabili: andare dal letto alla scatola dei giochi, sulla parete opposta, una traversata che ogni volta la faceva sudare. Il problema non erano solo i piedi ma anche le gambe; non le sembravano fatte per avanzare, non abbastanza salde, non coordinate. Trampoli piantati su due saponette, questo erano stati i suoi arti inferiori. Madre sostiene che ha ruzzolato anche nella neve, ma Lavinia non ricorda l’appoggio delle suole – duro o cedevole sulla neve? – il rumore sì, quel comprimersi delicato e ottundente, di cotone. Ricorda bene cosa era per lei camminare, un’azione che desiderava tanto compiere e che le risultava via via meno naturale.
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