Cesare Cases, L’opera – l’archivio – l’eredità. Siena 27-28 ottobre 2022
Articoli correlati
No related posts.
Commento
Lascia un commento Annulla risposta
-
L’interpretazione e noi
-
A che serve la poesia? Parole da Gaza -
Flatlandia e l’impensabilità dell’inconscio simmetrico di Matte Blanco -
Primo Levi controtempo -
La trasformazione di un mito: Robinson da Defoe a Vittorini -
-
La scrittura e noi
-
Perché leggere “La clandestina” di Lars Gustafsson -
Qualcosa di Terribile ci insegue. Sui racconti di Flannery O’Connor -
Una tovaglia ricamata all’ombra di Pinochet: su “Ho paura torero” di Pedro Lemebel -
Su “Il grande buio”, di Enrico Macioci -
-
La scuola e noi
-
Scuola e Gnac -
Tradire Manzoni? Una proposta didattica su “The Betrothed” di Michael Moore -
«Il carcere è farsi passare la voglia di sushi coi cracker». Dialogo con Tazio Brusasco sulla scuola in carcere -
L’italiano è il ragionare -
-
Il presente e noi
-
Due pensieri per un’amica: Alessandra Ginzburg -
Le parole dell’eterno studente Francesco Guccini -
Uno scambio di idee (interno) su Sanpa -
Guerra e pace: insegnare letteratura nel mondo in conflitto. A ottobre il nostro secondo convegno. -
Commenti recenti
- marcello polvaniNel 1970 ascoltai alla radio una delle sue prime canzoni “La tua libertà” che lui…
- Francesco OrtisiNel caso di Gaza, ogni parola di testimonianza, sia essa poesia o no, è un…
- Patrizia TabacchiniL’intensità delle vite esemplari. Un racconto prezioso e che non tradisce lo spirito di famiglia….
- Mario Massimo ManteroAnalisi profonda e godibile per il lettore
- CHIARA DANIELA PIRASmolto chiaro e illuminante,grazie
Colophon
Fondatore
Romano Luperini
Redazione
Antonella Amato, Emanuela Bandini, Alberto Bertino, Linda Cavadini, Gabriele Cingolani, Roberto Contu, Giulia Falistocco, Orsetta Innocenti, Daniele Lo Vetere, Morena Marsilio, Luisa Mirone, Stefano Rossetti, Katia Trombetta, Emanuele Zinato
Caporedattore
Roberto Contu
Editore
G.B. Palumbo Editore

L’opera di Cases è composta di omeomerie, parti molteplici che tendono a riflettere, in modo necessariamente simpleiadico, una totalità che è andata in frantumi. Del resto, egli ne era cosciente, giacché si vantava, come Antonio Labriola, di non aver mai scritto un libro (a parte la tesi di laurea su Junger). In quelle omeomerie, fatte di articoli, saggi, recensioni, raccontini e perfino poesie, si manifesta, all’insegna della classicità, un epigono di Karl Marx, di Thomas Mann e di Bertolt Brecht che reagisce con l’acido solforico dell’ironia e del sarcasmo alla fenomenologia sempre più oscena del tardo capitalismo. Della sua lezione etico-politica merita di essere ricordato l’intransigente antiamericanismo, da lui ravvisato quale preliminare e necessaria forma – l’unica intellettualmente e moralmente degna – di reazione e di opposizione al volto, per l’appunto osceno e spesso atroce, dello “Zeitgeist” che domina l’Occidente. E giustamente Cases ebbe a criticare Habermas, che nello “Historikerstreit” contro Nolte era giunto a prendere gli Usa quale modello di democrazia. Del suo contrastato maestro Giorgio Lukàcs gli rimase del tutto estranei il progetto di un’ontologia dell’essere sociale e, in buona sostanza, la lezione del razionalismo incarnata da Spinoza, da Kant e da Hegel. Cesare Cases proveniva in effetti da un altro ramo: quello corrispondente alle filosofie decadenti
critico-negative, di cui l’innocuo messianismo testimoniale di Benjamin e la involuta dialettica negativa di Adorno sono altrettante superfetazioni. E come tutti i corifei di quel ramo irrideva, con spirito goliardico, alle catene senza liberarsene.