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Perché leggere “Quaderno proibito” di Alba De Céspedes

· Luisa Mirone · · 2 commenti

                                                      26 novembre 1950

Ho fatto male a comprare questo quaderno, malissimo. Ma ormai è troppo tardi per rammaricarmene, il danno è fatto. Non so neppure cosa m’abbia spinto ad acquistarlo, è stato un caso. Io non ho mai pensato di tenere un diario, anche perché un diario deve restare segreto e, perciò, bisognerebbe nasconderlo a Michele e ai ragazzi. Non mi piace tenere qualcosa nascosto; del resto, in casa nostra c’è tanto poco spazio che sarebbe impossibile riuscirvi. È andata così: quindici giorni fa, era domenica, uscii di casa piuttosto presto al mattino. Andavo a comprare le sigarette per Michele, volevo che, svegliandosi, le trovasse sul comodino: la domenica dorme sempre fino a tardi. Era una giornata bellissima, calda, nonostante l’autunno inoltrato. Provavo un’allegria infantile nel camminare per le strade…

(Alba De Céspedes, Quaderno proibito, Mondadori 2022 [1952¹], p.3; con una Prefazione di Nadia Terranova)

Perché suscita e disambigua la tematica di genere

Difficile immaginare Alba De Céspedes alzarsi di buon mattino alla domenica per andare a comprare le sigarette al marito. Ne ebbe due: dal primo (il conte Giuseppe Antamoro) si separò assai presto, dopo la nascita del suo unico figlio; al secondo (il diplomatico Franco Bounous) la legarono anche le vicende drammatiche che precedettero e seguirono in Italia la caduta del fascismo, l’armistizio, la ricostruzione, con fughe precipitose ed esperienze intense di resistenza civile e intellettuale, come quella della redazione di Radio Bari (la prima radio libera dopo l’8 settembre, alla quale collaborarono, fra gli altri, Arnoldo Foa e Ubaldo Lay) o della redazione del Mercurio (il mensile romano “di politica, arte e scienza” che diresse fino al 1948 e intorno a cui si raccolsero figure come Eugenio Montale, Sibilla Aleramo, Paola Masino, Natalia Ginzburg, Alberto Moravia, Renato Guttuso, Giorgio Morandi…). Dunque: la vita di una intellettuale e non di una casalinga tradizionale. Peraltro, quando pubblica Quaderno proibito (1952), De Céspedes ha già pubblicato (tra l’altro) Nessuno torna indietro, il romanzo che nel 1938 le era valso, ex aequo con Vincenzo Cardarelli, la vittoria al Premio Viareggio, poi annullata dal regime: un romanzo scomodo, che, anche in epoche meno turbolente e nonostante l’enorme successo di pubblico, faticò ad avere altro riconoscimento che non fosse quello di scrittrice che «discorre, da donna, di donne, saggiando la propria sensibilità su temi e personaggi che era in grado di conoscere e quindi assegnandosi dei limiti e muovendosi dentro di questi con una coscienza sicura di sé» (L. Gigli, sulla quarta di copertina dell’edizione Mondadori del 1959).

Questi limiti sono in realtà presunti, e presunti solo in ragione dell’essere quel romanzo scritto “da una donna che discorre di donne”: Nessuno torna indietro, a una lettura meno faziosa, non rappresenta soltanto (e già non sarebbe poco) l’infrazione del modello femminile imposto dalla cultura fascista (al quale, peraltro, non viene mai contrapposto un modello unico e drasticamente alternativo), ma il tentativo (riuscito) di rinnovare dall’interno e profondamente gli strumenti della narrazione (e del romanzo di formazione in particolare), ad esempio con l’introduzione di una visione multiprospettica del reale (il gruppo delle otto collegiali protagoniste) o di una voce narrante rigorosa e disciplinata, che programmaticamente sospende il giudizio sulle scelte delle giovani amiche. In Quaderno proibito quei limiti sono tutti presenti – o del tutto assenti, a secondo di chi legga: e ci auguriamo che lettori e lettrici di oggi indossino lenti diverse da quelle di allora. Quella che muta profondamente è la voce narrante.

Viene raccontata in prima persona e in forma di diario – involontario e intermittente – la storia di Valeria, una modesta impiegata, nata in una famiglia altolocata, a cui le vicende belliche hanno sottratto fondamentalmente la giovinezza e la libertà di scegliere e pensarsi diversamente:

Pensavo “Valeria” e vedevo una ragazza diciottenne, bella, alta, con un vestito lungo, di organza, e un morbido cappello di paglia di Firenze, una ragazza quale io non sono stata mai perché ho compiuto diciotto anni nel ’25, quando si usavano le brevi gonne, la vita bassa, i capelli tagliati in foggia mascolina. In questi giorni spesso mi accade, pensando a me stessa, di immaginarmi in quell’aspetto giovanile e romantico, anche se ho una figlia grande e un figlio che…sì, insomma, anche se tra poco sarò nonna. Saprei essere quella ragazza, come soltanto le nonne sanno esserlo nei ritratti… (p.222)

Del resto, di questa libertà è stato privato anche il marito, Michele, segnato dalla guerra (prima quella d’Africa, poi il secondo conflitto mondiale) e necessitato, al suo rientro da reduce, ad accettare un lavoro in banca per rendersi indipendente e mantenere la famiglia; un lavoro che non lo soddisfa e sotto cui cova una inquietudine inespressa, che il matrimonio argina appena e che finisce per incanalarsi in una confusa aspirazione artistica, alimentata dall’incoraggiamento avventato e mondano di Clara, un’attrice avvenente, amica di giovinezza di Valeria. Ma «il denaro corrompe tutto» (p.201) e il cinema è un prodotto come un altro, merce da vendere a un pubblico che deve comprare: nessun produttore vede nel soggetto di Michele un buon affare, il sogno sfuma, come la prospettiva ingenua di guadagni favolosi; e la coppia inesorabilmente entra in crisi: Michele si infatua di Clara, Valeria si innamora, ricambiata, di Guido, il suo elegante, affabile, malinconico (e ricco) direttore.

La tematica “di genere”, intesa come percorso di ricerca della identità femminile, inaugurata da De Céspedes insieme alla fitta schiera delle scrittrici sue coetanee (Masino, Morante, Ginzburg, Banti, Cialente…), sembra già declinarsi qui in una chiave del tutto nuova, che lascia presagire gli esiti della generazione di scrittrici immediatamente successiva (Ramondino, Sanvitale, Maraini…), cresciuta «in un mondo in trasformazione, in cui la realtà e la coscienza femminili si sono giocate tra la spinta sociale all’emancipazione e il desiderio di una ricerca profonda attorno alla propria identità differente, elementi patiti entrambi soggettivamente, ma anche comunicati e verificati collettivamente» (Zancan, 1986): in Quaderno proibito il ripensamento della condizione femminile avviene infatti in una cornice più ampia di quella (solo apparentemente) angusta tracciata dal quadro familiare e diventa occasione e strumento per ripensare ai valori tradizionali e alla loro durata; il punto di vista della donna assume gradatamente credibilità paradossalmente per le stesse ragioni per le quali quella credibilità le è stata lungamente negata: la dimensione femminile, meno compromessa di quella maschile con gli scenari cinici e spietati dell’economia, della guerra, del potere, diviene postazione privilegiata per osservare la solitudine e lo scontento dell’uomo moderno, il deteriorarsi dei ruoli convenzionali, l’esplosione del conflitto sociale, la mercificazione dell’esistenza – la mela avvelenata nella favola degli anni Cinquanta. Così Valeria annota in una delle pagine più intense del suo diario:

Michele (…) ha preso a parlare con sprezzo del marito di Clara (…), citava i lusinghieri successi di lei, e le cifre che guadagna, mentre il marito non è mai riuscito a uscire dal piccolo impiego ove fu assunto appena laureato. «C’è un diritto» egli diceva «che deriva dal valore intrinseco di ognuno di noi. Sicché quello che per uno può essere colpa, per altri non lo è. A un certo punto, nella vita, bisogna essere consapevoli della propria condizione e affermarla; anche questo è uno dei nostri doveri.» (…) Trascinata da un istintivo timore gli ho fatto notare che se Clara ha conquistato l’indipendenza, e anche la notorietà e il benessere materiale, ha tuttavia perduto qualcosa di più importante. «Che cosa?» egli ha domandato, incredulo. Con un sorriso che voleva essere condiscendente e che invece, mio malgrado, era venato d’albagìa, ho detto che si parla di lei come di una che abbia avuto molti amanti. Michele s’è messo a ridere. (…) «Clara è una donna libera, ancora giovane, non fa male a nessuno.» Volevo replicare che fa male a se stessa, ma sentivo che non era un principio morale a farmi parlare così sibbene una meschina animosità contro qualcosa che mi pareva ingiusto nella mia vita. (p.140)

Perché imposta in modo spregiudicato la riflessione sui ruoli

Nel rappresentare – come si diceva – il cambiamento epocale dei ruoli tradizionali (tutti: di genere, familiari, sociali), De Céspedes adotta in questo romanzo una prospettiva spregiudicata (e, per l’epoca, sostanzialmente inedita), osservando le relazioni tra i personaggi messi in campo attraverso la lente della sessualità. Peccato, desiderio, liberazione, ripetizione, evasione, emancipazione: qualunque sia il predicativo che le venga attribuito ora da Valeria, ora da Michele, ora da Clara, ora da Guido, ora da Riccardo o da Mirella (il figlio e la figlia della coppia protagonista), la sessualità è terreno di prova del mutamento individuale e collettivo, implicando ugualmente e contemporaneamente pulsioni naturali condivise e mediazione intellettuale, giudizio morale e rapporti di forza, natura e società, io e noi.

Al lettore, alla lettrice di oggi appare quasi scontato osservare, nella crisi matrimoniale fra Valeria e Michele, la crisi della sessualità tradizionalmente intesa: non lo era nel 1952, e certamente non lo era in questi termini:

Eppure c’è stato un episodio che forse non avrei dovuto dimenticare. È una cosa di molti anni fa. Allora io usavo trattenermi a lungo in camera dei bambini, la sera (…). Michele rimaneva sempre solo in salotto a leggere e una sera, quando infine lo raggiunsi, mi rimproverò acerbamente. (…) Dovevo avere i nervi molto scossi perché ricordo che risposi con violenza, accusandolo di non apprezzare la prova d’amore che gli davo, curando i suoi figli. Lui disse che non era amore, che sbagliavo, che mi aveva sposata perché fossi la sua compagna, non una bambinaia; queste parole mi offesero e scoppiai in lacrime. (p.165)

Ma la mise en question della sessualità investe nel Quaderno anche altri ambiti, diversi da quello matrimoniale o genericamente “di coppia”, in primis il rapporto dei figli con le figure parentali. Riccardo, il figlio maggiore di Valeria e Michele, studente universitario saccente, maschilista e fragile, si trova costretto a rinunciare a un promettente impiego oltreoceano alla notizia dell’inattesa gravidanza di Marina, la fidanzata melensa e inetta della quale ha insopportabilmente millantato le virtù. Informato da Valeria dell’accaduto, Michele ha per il figlio parole di disprezzo:

«Che cretino!». La qualità del suo riso non mi piaceva, sembrava esprimere una dispettosa soddisfazione. (…) Seguitava a sorridere ripetendo «Cretino!» (…) Poi subito ha aggiunto: «E non potrà più andare in Argentina (…) Riccardo è giovane, non sa ancora che si deve sempre pagare per l’amore, in qualche modo» (p.221)

In maniera ancora più vistosa, la diversa concezione della sessualità segna la frattura fra Valeria e la figlia Mirella: studentessa brillante, emancipata, inquieta, Mirella si lega ad Alessandro, un avvocato divorziato, che la ama e la stima («È difficile fare capire a una madre che sua figlia è una creatura straordinaria» p.180); e è difficile per una madre «ammettere che molte cose nelle quali ella ha creduto non contino più per sua figlia» (p.178), soprattutto alcune, che Valeria individua con la sincerità gonfia e goffa concessa ai diari:

Quando eravamo fidanzati, io peccavo con Michele, ma fingevo di farlo malvolentieri, trascinata da lui, senza acconsentire. Così è stato anche la sera delle nostre nozze, e dopo, ogni volta che Michele, la notte, mi si avvicinava. (…) Questa è la differenza tra Mirella e me; mi pare che, accettando consapevolmente certe situazioni, ella si sia liberata per sempre dal peccato. (p.187)

È significativo che all’idea di «debolezza» (siamo ancora nell’area semantica della fragilità e del peccato) Valeria ascriva anche il suo rapporto con i libri che, insieme al diverso modo di concepire il sesso, diventa la cifra del conflitto madre-figlia:

A volte penso che, se non fosse mia figlia, mi sarebbe difficile volerle bene. Non s’accontenta solo di lasciarsi andare a vivere, di essere amata, come io facevo alla sua età. Forse dipende dal fatto che gli studi erano molto diversi, allora, per le ragazze. Io non avrei mai pensato di fare l’avvocato: studiavo letteratura, musica, storia dell’arte. Mi facevano conoscere solo quello che è bello e dolce, nella vita. Mirella studia medicina legale. Sa tutto. I libri sono stati per me una debolezza che ho dovuto vincere a poco a poco, con gli anni; a lei, invece, hanno dato quella spietata forza, che ci divide. (p.145)

Ma è il “soggetto” cinematografico di Michele a rivelare la portata metaforica della dimensione sessuale, coniugando insieme – in un cortocircuito semantico – peccato e coraggio, torbidezza e forza, minestra scaldata e strade malfamate, realtà e finzione:

«Il soggetto ha uno spunto interessante, non ti pare?» Io ho risposto vagamente: mi dispiaceva confessare che non ne so nulla.(…) Clara continuava (…) «L’intreccio, certo, è molto torbido, molto scabroso.» Io dicevo: «Già…già…». (…)  «Quell’uomo che a ogni donna racconta di essere una persona diversa, è riuscitissimo. E poi quando lui va per la strada malfamata, e la scena seguente, quando torna a casa e trova la moglie che gli dice “Ti ho tenuto in caldo la minestra”… Vi sono spunti bellissimi, se ne potrebbe fare un film importante. Ma temo che non vada, che nessun produttore sia abbastanza coraggioso. Ho consigliato a Michele di alleggerirlo, lui dice che non è possibile e in fondo non ha torto: il suo carattere è proprio in quella febbre, quell’ossessione sessuale» Poi ha detto: «Peccato.» (p.158)

Perché condanna e celebra la scrittura

Marito e moglie dunque scrivono per dirsi la verità, ma Valeria non sa niente del soggetto di Michele e Michele non sa niente del quaderno di Valeria: è come se, anziché provare a guardarsi l’un l’altra, si guardassero nello “specchio delle mie brame” della favola di Biancaneve. E in entrambi i casi la scrittura (come lo specchio) finisce per rivoltarglisi contro: il soggetto verrà respinto, il quaderno sarà bruciato, portatori entrambi di una verità insopportabile. Tanto Valeria quanto Michele sono personaggi in cerca di un’identità nuova, che nella vita reale («le azioni», scrive significativamente Valeria) stenta a prendere corpo e nella scrittura prova allora a trovare una forma che la rappresenti. Il fallimento della scrittura è dunque – per entrambi – la sigla del fallimento esistenziale:

Adesso io mi domando dov’è che sono stata più sincera, se in queste pagine o nelle azioni che ho compiuto, quelle che lasceranno di me una immagine, come un bel ritratto. Non lo so, nessuno lo saprà mai. (…) Bisogna che bruci il quaderno al più presto, subito, senza neppure rileggerlo, senza dire addio. Questa sarà l’ultima pagina: in quelle seguenti non scriverò e le mie giornate future saranno, come quelle pagine, bianche, lisce, fredde. (p.251)

Non lo fu per Alba De Céspedes, tuttavia; a cui (ci racconta Sandra Petrignani in Le signore della scrittura, 2022, p.56) il padre, prima di morire, aveva raccomandato: «Escribir! Escribir! Non devi pensare ad altro che scrivere». Lo fece e lo fece fino all’ultimo (Con gran amor, la sua opera estrema, una sorta di saga familiare intrecciata alle vicende politiche cubane, fu pubblicata postuma, nel volume dei Meridiani del 2011); ma fu, quella di De Céspedes, una scrittura in qualche modo ancora “privata” come quella di un diario, ancora “proibita” perché isolata, come lo fu la scrittura delle sue coetanee, quasi storicamente impossibilitata a essere solidale e in dialogo con la scrittura delle altre, e anche per questo probabilmente tanto più necessaria a segnare, in qualche modo a celebrare, il passaggio difficile e sofferto da una scrittura “da donne” a una scrittura per tutti.

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