Esperienze scolastiche che aiutano a crescere. Su “Terraferma” di Crialese
A seguito dell’eccidio di Lampedusa, di fronte ad una tragedia dalla dimensioni apocalittiche il mondo si è ricordato che sono più di seimila i migranti morti nel Mar di Sicilia e che occorre intervenire in modo concreto per impedire che gente in fuga dall’orrore trovi la morte proprio mentre cerca una possibilità di riscatto per la propria vita. I media hanno dedicato servizi ed approfondimenti al dramma dei migranti, ma la “vituperata” scuola non aveva avuto bisogno della notizia eclatante per riflettere sul fenomeno. Lo scorso anno scolastico i responsabili della biblioteca del liceo Santi Savarino di Partinico in collaborazione con i membri della commissione legalità, esulando dalla consueta prassi didattica, avevano proposto la visione dell’ultimo film di Emanuele Crialese “Terraferma”, per spingere i giovani a prendere consapevolezza che bisogna dare un nome e una dignità alle persone più deboli e meno tutelate. La visione del film non solo ha offerto agli studenti la possibilità di riflettere su un dramma, che i recenti fatti di cronaca hanno reso tristemente attuale, ma ha consentito di confrontare gli avvenimenti raccontati con le loro reminiscenze letterarie.
“Terraferma” infatti ha il merito di denunciare, attraverso esperienze di vita quotidiana, la superficialità con la quale l’occidente osserva e giudica il difficile problema dei clandestini. I ragazzi, spinti dalla visione di un film moderno e attuale sono stati invitati a riflettere sui contenuti e sulla forma con cui essi sono stati rappresentati. Trasformando il gruppo in una comunità ermeneutica è emerso che il film, incentrato sulle vicende di una famiglia di pescatori siciliani, inizia in medias res; un giovane ed un anziano, Filippo e il nonno Ernesto, sono a pesca nelle acque che circondano un’isola siciliana (i ragazzi si sono subito resi conto che l’isola, nonostante i paesaggi vulcanici, è identificabile con Lampedusa per le notizie di continui sbarchi di clandestini, tristemente noti all’opinione pubblica). Hanno poi sottolineato che la vicenda è ricostruita in modo indiretto: la commemorazione di un defunto infatti fa comprendere che un uomo, figlio e padre dei due personaggi comparsi inizialmente sulla scena, è morto in mare, il fratello, interpretato da Beppe Fiorello ha scelto una vita diversa: gestisce un lido e intrattiene i turisti giunti nell’isola, sminuendo, per interessi personali, il problema degli sbarchi clandestini. Il nonno, il bravissimo Mimmo Cuticchio, ancorato alle tradizioni ed il nipote, cresciuto nel rispetto di quelle tradizioni, continuano a praticarne il lavoro anche per rispetto verso il defunto, consapevoli che, come dice il figlio-zio “evoluto”, rottamare la barca sarebbe stato più fruttuoso che continuare a pescare. Seguendo un’analisi delle strutture narratologiche gli studenti hanno notato che il momento cruciale per la svolta della vicenda è rappresentato dal salvataggio in mare, durante una battuta di pesca, di un gruppo di clandestini, fra cui Sara una donna incinta. A complicare la fabula un giovane ufficiale della guardia di finanza, da poco giunto nell’isola, sequestra la barca perché impiegata per il trasporto dei turisti e perché ancora intestata al defunto.
Fondamentale per comprendere l’evoluzione della vicenda è il dibattito fra i vecchi e i giovani che si svolge dopo il sequestro della barca per scegliere una linea di azione comune; nel dibattito si contrappongono due idealità diverse: i vecchi sono depositari del sistema di cultura per cui il diritto di natura è superiore a qualunque altra legge, i giovani rappresentano la nuova classe emergente che, secondo il modello della civiltà odierna, è proiettata soltanto alla realizzazione dei propri interessi meschini e personali. Anello di congiunzione delle due classi sociali è Filippo; gli studenti hanno subito sottolineato che il giovane è l’emblema del personaggio in fieri del Bildungsroman. È Filippo il protagonista della vicenda, prima sottomesso al volere del nonno, di cui esegue meccanicamente gli ordini, sceglie poi, come antitetico Caronte, di battere col remo le “anime dannate” del mare, quelle che hanno cercato la salvezza e hanno trovato l’inferno della traversata. Nell’explicit, finalmente consapevole dell’atto di delirio della sua coscienza, si decide a portare sulla terraferma i tre clandestini, a lungo nascosti nella sua casa, divenendo pedina fondamentale per lo scioglimento del dramma. Filippo è l’anello di congiunzione di due mondi contrapposti: il mondo della tradizione e quello della modernità. Gli studenti, opportunamente guidati, hanno trovato un parallelo ne I Malavoglia di Verga, nel personaggio di ‘Ntoni. Anche lui è combattuto fra due sistemi di valori diversi: da un lato il legame con la tradizione e con ciò che essa rappresenta (cioè un sistema di valori ancorato alla cultura del passato, alle sue regole “naturali”), dall’altro il nuovo sistema legato alle emergenti dinamiche sociali, in cui conta solo l’utile (paradigma basilare delle scelte di vita moderna). Nel sistema dei personaggi il nonno, secondo lo schema di verghiana memoria, è depositario dei valori giusti per diritto di natura secondo cui i dispersi in mare vanno salvati, qualunque sia la loro provenienza, il loro status sociale o il colore della loro pelle. I ragazzi non sono riusciti a trovare antecedenti del personaggio di Giulietta (madre di Filippo) ma hanno sottolineato che la donna rappresenta la contrapposizione interna fra razionalità e naturalità. Secondo alcuni razionalmente Giulietta rappresenta la legge di mercato: opponendosi alle scelte del suocero e del figlio, decide di aprirsi alla modernità e affittare la casa ai turisti; ancestralmente rappresenta l’istinto naturale alla vita e alla sua difesa. Infatti, come ben evidenziato da alcuni interventi, sarà lei a far nascere la bambina della clandestina, figlia della violenza e dei soprusi che la donna ha subito in carcere in Libia, a cullarla quando piange e a difenderla dal fratello che vorrebbe farle del male perché ha assistito agli stupri in cui è stata concepita. Un giudizio assolutamente negativo è stato espresso sul commissario, interpretato da un bravissimo Claudio Santamaria. Se alcuni studenti hanno affermato che si è limitato a svolgere il proprio dovere, altri hanno sottolineato che questa è l’egida con la quale si sono difesi tutti coloro che hanno violato i diritti inalienabili dell’uomo. Per questi ultimi Il commissario rappresenta l’ufficiale ossequioso del legalismo, non della legalità, che si pone come garante dell’esecuzione delle regole anche quando esse vanno contro il diritto naturale alla difesa della vita. È il fantoccio di turno, che pensa di essere irreprensibile soltanto perché al servizio di una legge che, sebbene tale, è antidemocratica e ingiusta perché come scrive Don Luigi Ciotti in “La speranza non è in vendita” senza responsabilità individuale e giustizia sociale, la legalità si svuota di ogni contenuto etico, vale a dire umano. Diventa un concetto astratto, una pura facciata dietro la quale possono nascondersi ambiguità, pericoli, sopraffazioni. Gli studenti a partire da tali considerazioni hanno sostenuto che bisogna operare una distinzione fra la legalità del diritto e la legalità dei diritti. Se la prima è rappresentata da una ossequiosa applicazione delle regole, la seconda è il rispetto dei diritti inalienabili dell’uomo sanciti nella prima parte della Costituzione Italiana. Splendide le conclusioni a cui i giovani sono giunti: il film vuole dimostrare che nelle situazioni estreme alcuni uomini, ed in particolare coloro che sono meno succubi del diritto di civiltà, meno integrati nel sistema capitalistico, meno omologati agli interessi meschini e partigiani della società contemporanea (proiettata al mero conseguimento del proprio utile personale) riescono a comprendere che la costruzione di una nuova società passa attraverso la solidarietà e la lotta per i diritti.
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