Giovanna Sicari. Stella di terra
“…io ero una stella di terra…
Ero d’altro stampo, per questi guai mortali
ero una forma di aprile
che non riusciva”
(G. Sicari, Angeli ti vorrei spedire)
La casa editrice Interno Poesia ha recentemente pubblicato Tutte le poesie di Giovanna Sicari, poetessa di origini tarantine, ma che si è formata a Roma. Alla città eterna è dedicata la raccolta Roma della vigilia: al centro si colloca “l’avventura di una Roma sparita / raccontata minuziosamente sul quaderno di scuola” (in Poi quelle facce della periferia andando). Roma è ricordata non solo come luogo fisico, ma soprattutto come una dimensione mitica alla quale si ancora la memoria di un alfabeto primitivo (p. 118): la lingua di un’epoca non ancora diventata “immobile” e stagnante come quella contemporanea. Epoca immobile è il titolo di una delle fondamentali raccolte poetiche pubblicate in questo volume. Il presente viene descritto come preda di un’ipostasi del sempre uguale (“cupissimo tutto si ripete/egregiamente ogni volta”, in Le ferite, dimmi, dove sono), segnato dalla perdita irrimediabile di giorni che non torneranno mai più.
La “parola totale” e la densità stilistica di Sicari
La scrittura di Sicari interpella eticamente il lettore e ne chiede la collaborazione interpretativa. Si tratta di versi a tratti inafferrabili, come sottolinea Sara Vergari nello studio La carnalità tra corpo e parola, saggio introduttivo al volume da lei curato insieme a Milo De Angelis, compagno di vita di Sicari, prematuramente scomparsa nel 2003 e a cui il poeta ha dedicato la raccolta di struggente intensità, Tempo dell’addio. La parola di Sicari, nell’interpretazione di Vergari, ha una corposità che la fa aderire alla realtà con una nettezza radiografica. Tuttavia tale precisione non si traduce in una comunicazione aperta. Il titolo Sigillo scelto da Sicari per una delle sue raccolte più note, allude proprio a un codice espressivo che porta un’impronta personale nel rimaneggiare il lessico quotidiano e superarne l’ordinarietà.
Dai classici pare derivare il ricorso a callidae iuncturae (“stella di terra”, “alfabeto primitivo”, “bastardi per gli altri”, “diabolica scienza”, “bianco stupore”, ricorrenti nelle sue poesie) capaci di sintetizzare in modo originale una personale prospettiva sull’essere umano, sulla necessaria lotta contro l’inferno del nulla, sul bisogno di sacro sempre contrastato da un prepotente logos scientifico e catalogante. Queste sintesi lessicali si innestano su una trama linguistica che spesso si chiude in un’orfica oracolarità. G. Linguaglossa la definisce “di difficile ricezione, ostica, quasi impenetrabile”. Del resto, come scriveva Fortini, “ferma dentro il verso resta/la parola che senti o leggi/e insieme vola via”. Con la sua personalissima capacità espressiva, la voce di Sicari si è “distinta per l’ardore e la passione, e la furia, anche, della sua intonazione” (Roberto Galaverni, Canti dalla battaglia e dal macello, in «La lettura – Corriere della Sera», 01.03.2026) e soprattutto per la tensione verso una “parola totale” che accalora la vista” e che sappia dare voce al “grido di tanti anni fa” (in E poi verrà aprile).
La pubblicazione dell’opera omnia di Sicari comprende anche testi inediti, alcuni dei quali sono stati scritti nei giorni dei ricoveri ospedalieri. Si tratta di componimenti che costituiscono l’approdo a una pacificazione con l’esistenza e accentuano la vicinanza di G. Sicari alla profondità dei classici antichi, anche nelle sintesi gnomiche: “il bambino è felice / perché solo lui vede la luce che verrà”, si legge in uno dei componimenti Per Milo, datato al 20 dicembre 2000, e quindi composto solo tre anni prima di morire. Si tratta di versi che con lapidaria brevità indicano due componenti fondamentali della poetica di Sicari: la fiducia nel cambiamento, nonostante il dolore, e la speranza rappresentata dall’innocenza dei bambini, i soli a saper vedere oltre le cortine del contingente. “E l’infanzia è stata davvero uno dei suoi temi centrali: il senso sacro dell’infanzia, della sua fine, del suo ritorno dentro un verso, quel ritorno, quella vigilia, quel perdurare così invocati” (Milo De Angelis).
La carnalità e l’ostinato restare
Nel saggio che apre il volume, Vergari individua nella carnalità la chiave interpretativa dell’intera poetica di Sicari. Si tratta di un concetto dalle sfumature molteplici: non è riconducibile solo alla centralità del corpo come sede della malattia né può essere ridotto semplicemente alla dimensione dell’eros. Rappresenta piuttosto la palpitante vitalità di una generazione che negli anni ‘70 ha lottato per realizzare ideali di cambiamento e di giustizia. Dall’intervista di Milo De Angelis su «la Repubblica» del giorno 08.04.2026, si apprende del duraturo legame di amicizia tra G. Sicari e la brigatista Teresa Scinica: lo slittamento di alcuni verso estremismi violenti è stato un errore commesso da certi esponenti di una tumultuosa generazione, ma non cancellano il fatto che pur nella diversità delle scelte e nelle distanze marcate, si possa parlare un alfabeto comune, che è quello della lotta contro la disillusione e il nichilismo.
Questo slancio ha tuttavia subito battute d’arresto di fronte alle derive storiche e al definitivo tramonto di ogni ground. Si sono infatti inceppati quei “prodi macchinari” (in Le ferite dimmi dove sono), gli strumenti collettivi (politici, filosofici) che un tempo sembravano dare un indirizzo alla storia e che invece ora non forniscono più risposte a un mondo profondamente trasformato. Dalla loro caduta non è però derivato un senso di liberazione dal fardello della tradizione, bensì ne è nato un baratro: la vertigine dell’insostenibile leggerezza dell’essere, il peso schiacciante del vuoto. “L’insegna si spegne” e resta un’ “era senza usignoli”: la storia è dominata dal nulla, le relazioni sono segnate dall’incomunicabilità, “ognuno aderisce a una parola” (in E poi verrà aprile), si procede solipsisticamente: “siamo anche noi i primi/ assai lontani gli uni dagli altri” (in Stringevo nel pugno la carta).
Eppure, a questo nulla che aliena, Sicari oppone una risposta vitalistica, un radicamento nella storia, l’eros in tutte le sue possibili accezioni: è spinta pulsionale (Vorrei baciarti il sangue), intimità che va oltre la pelle, oltre gli approcci meramente sessuali, ma diventa anche radicale passione civile.
Una “stella di terra”: l’impegno civile
I dodici anni di attività didattica a Rebibbia hanno lasciato in Sicari un segno indelebile e hanno generato testi come Rebibbia e Speranza speranza, in cui la carnalità – oltre alle accezioni esaminate – si traduce in un coinvolto spendersi per gli ultimi, è la fisicità di restare aderenti alla storia e di impegnarsi in un concreto sforzo etico-civile per rivitalizzare il senso dell’humanitas.
La definizione più calzante per Sicari è quella che lei stessa ha scelto per sé: io ero una stella di terra (in Angeli ti vorrei spedire): se la stella rimanda tradizionalmente a ciò che è alto e luminoso, lontano, questa stella è invece “di terra”: non appartiene al cielo, ma è piantata nel fango, nella malattia e nel disordine della storia che con il suo impegno civile, nel carcere in particolare, Sicari ha cercato di medicare. Essere una “stella di terra” significa possedere una luce che non serve a posizionarsi in intermundia distanti dalla storia e a fuggire dalla realtà, ma a illuminarla dall’interno, nel caos e tra guai mortali (in Angeli ti vorrei spedire). Questa fedeltà alla terra è una forma di resistenza dell’humanitas, è un ostinato restare nonostante tutto, come fa Bernard Rieux nella Peste di Camus, esattamente come fa Sicari nel suo lavoro con i reclusi di Rebibbia, per ritrovare il sacro “dove più turpe è la via”, direbbe Saba.
I detenuti di Rebibbia sono da lei definiti “parenti di cella”, perché l’esperienza comune del carcere ha fatto nascere tra loro legami di reciprocità e fratellanza. Le detenute in Speranza speranza sono strappate al “vestito di cronaca nera”: la poetessa si rifiuta di identificarle con il reato da loro commesso o con la fredda narrazione che ne danno i giornali. Sicari restituisce ai reclusi e alle recluse una scintilla di umanità. La fiducia verso un futuro di cambiamento si fa strada anche tra le oscure celle: “penetrerà maggio nelle prime luci dell’alba”
Il linguaggio della speranza si serve sia di metafore luminose (“il pulviscolo scintilla nel sole”, in Speranza speranza) sia di richiami messianici (“A uno a uno i detenuti pregano il messia/di portare il giubileo”, in Rebibbia). Il senso del sacro che i lampioni della scienza (in Quaresima) hanno spento, si ravviva proprio tra i dimenticati e i reietti. Sebbene i frequenti riferimenti a Dio nei versi di Sicari possano anche suggerire un bisogno di spiritualità tradizionale (“Gesù salva la mente!”, in Ora d’aria), tuttavia il concetto di sacro si incarna piuttosto in un’energia divina (in C’è qualcosa di buono in noi) che appartiene propriamente all’infanzia. Scrivendo che “c’è qualcosa di buono in noi / che si chiama Dio” Sicari allude a una forza più articolata rispetto al Dio trasmesso dalla catechesi cristiana: si tratta di uno slancio vitale che si manifesta in un “bambino che picchia la palla”(ancora in C’è qualcosa di buono in noi) o nei “colori segreti” (in Volevo quei gerani bianchi e rosa) che solo i piccoli sanno scorgere. Il sacro, dunque, risiede nell’innocenza aperta alla meraviglia, è lo sguardo dei bambini, libero da filtri e ipocrisie, capace di creare nel gioco nuove possibilità, proprio come sognava Elsa Morante nel suo libro più rivoluzionario, Il mondo salvato dai ragazzini.
Il dialogo con i maestri della letteratura
Un aspetto fondamentale della poesia di Sicari è il dialogo costante con i grandi maestri della letteratura, A. Rosselli, Pasolini, Villon, Montale. Rosselli e Pasolini sono esplicitamente citati in epigrafe rispettivamente alla raccolta Sigillo e alla sezione omonima della silloge.
In Polvere medievale dove sei, Sicari instaura un dialogo serrato con François Villon, riprendendo chiaramente il celebre tema dell’Ubisunt presente nella Ballata delle dame del tempo che fu. Se il poeta francese si interrogava malinconicamente sul destino delle grandi donne del passato attraverso l’anaforica domanda “dove sono le nevi dell’altr’anno?”, Sicari riprende da Villon l’insistente “dove sei?” / “dove siete?” per richiamare icone del Novecento come Marlene, Gilda, Cleopatra e Lola (protagonista dell’Angelo azzurro). Tuttavia, sebbene la struttura ricalchi il catalogo di eroine tipico di Villon, il senso dell’operazione si sposta dalla nostalgia esistenziale alla denuncia politica, poiché queste figure di femmes fatalesnon sono rievocate per la loro bellezza svanita, bensì vengono richiamate come archetipi di una femminilità incastrata negli stereotipi dello sguardo maschile. Pertanto la “polvere medievale” del titolo è il residuo di ombre non ancora sconfitte, diventa il simbolo di un “sangue eterno” che unisce le donne di ogni epoca in un unico “inferno” storico. Prevale in Sicari l’atto d’accusa contro l’incapacità degli uomini di comprendere la complessità femminile. In tal modo, il legame con Villon funge da solida impalcatura formale per dar voce a una forma di resistenza contro il “sinistro rovello”, l’oscuro tormento della subordinazione e della persecuzione in varie forme subita dalle donne nella storia.
Il componimento E poi verrà aprile si apre con una citazione esplicita del verso montaliano: Forse un mattino andando in un’aria di vetro. Nel suo testo Montale esprime l’angoscia di un’epifania negativa: la percezione del nulla e del vuoto, rivelazione tragica che egli è condannato a custodire come un segreto incomunicabile, un disvelamento che non può essere compreso dall’uomo comune, il quale, incapace di squarciare il velo di Maya, resta convinto che “la realtà sia” solo “quella che si vede”, per usare le parole del poeta ligure. La medesima presa di coscienza del nulla caratterizza la poesia di Sicari. Anche in questo caso, nonostante il desiderio di instaurare un rapporto di comunicazione con l’altro, l’io lirico constata amaramente come ogni individuo sia chiuso nel proprio microcosmo.
Tuttavia, emerge una differenza fondamentale nelle risposte esistenziali dei due autori. Al “male di vivere” Montale oppone la divina Indifferenza, ovvero un distacco stoico necessario a non farsi travolgere dall’angoscia. Sicari mette in atto invece una silenziosa resistenza dell’umano contro ogni tentazione nichilista. Nel corpo del testo, la poetessa scrive che “poi ancora verrà aprile”. L’uso dell’avverbio “ancora” suggerisce l’innegabile assurdità di un eterno ritorno del sempre uguale che evoca l’impotenza umana di fronte a quello che T.S. Eliot definiva “the cruellest month”, un aprile caratterizzato dalla pienezza di una primavera esteriore che contrasta però ferocemente con la fragilità spirituale dell’uomo. Eppure, un dettaglio fondamentale si affaccia nel titolo: la scomparsa dell’avverbio “ancora”. Resta solo il “poi”, che apre lo sguardo verso l’avvenire. Questa scelta suggerisce come in Sicari sia predominante, in ultima istanza, una fiducia simile a quella di Pasolini, in un “futuro aprile”. Contro la tirannia del non-senso, la poetessa riafferma così la possibilità di una sfida tutta umana alla distruzione valoriale procurata dalla Dopostoria, come la chiamerebbe Pasolini.
Molto sentito è poi il riferimento a Dostoevskij. La poetessa si identifica nel personaggio del principe Miškin (in Sono io il principe Miškin), il celebre “idiota” dostoevskijano. Miškin è un uomo dall’assoluta purezza, che rifiuta di piegarsi alle logiche corrotte del mondo e che perciò viene scambiato da tutti per un folle. In questa poesia emerge chiaramente l’analogia tra la figura di Miškin e quella dell’intellettuale/poeta. Allo stesso modo del principe, anche il poeta è un diverso che sceglie di vivere e scrivere “sui margini” in una condizione di estraneità e misconoscimento. Tuttavia, proprio da questa distanza il poeta trae la sua forza, distinguendosi come “libero veggente”. Di conseguenza, la marginalità dell’outsider, da condanna alla superfluità in un mondo dominato da una cultura mercatista sempre più spiccata, si trasforma in un privilegio prospettico. Dalla sua posizione periferica, il poeta guarda oltre le apparenze, riuscendo a scorgere molto più dell’uomo comune e conformista: con la sua parola quasi profetica, è il solo che riesce a dire “l’ultima vicenda della terra”.
Il “Sigillo”
Quello descritto da Sicari è un mondo privo di direzione. La poetessa, in Angeli ti vorrei spedire, descrive persino se stessa come “una forma di aprile che non riusciva”, e nel componimento Il parlatoio tace si definisce “caos umano”, preda di un’esistenza alienata e scissa, alla continua, forse inutile, “ricerca di una definizione” (in Tento il volo). Eppure, in questa profonda amarezza, emerge una vitale capacità di reazione che propone valori solidi a cui ancorarsi: tra questi spiccano gli affetti e, in modo particolare, l’amore per Milo De Angelis a cui sono dedicati intensi testi.
A questa dimensione privata si intreccia la nostalgia per valori collettivi, una fede incrollabile nella solidarietà, intesa come capacità di condividere un orizzonte ideale, il solo antidoto per resistere a una realtà immiserita. La poesia Solidarietà recupera la memoria del conflitto civile degli anni ’70: il punto di partenza è un’immagine d’archivio, una foto di manifestanti e blindati in cui compattamente da una parte ci sono i “giovani per sempre” – simili ai “felici pochi” celebrati da E. Morante – che sognano un mondo nuovo; dall’altra si delinea chi reprime, i “nemici per sempre”. Per Sicari la solidarietà possiede la stessa forza di coesione della “social catena” leopardiana: è una forma di resistenza civile contro un nemico comune, la repressione dei blindati allora, il vuoto esistenziale della deriva nichilista oggi. L’invito è quello di continuare a essere “bastardi per gli altri”, convintamente e ostinatamente pronti – anche solo con la forza della poesia – a sovvertire un sistema ingiusto.
Questo cammino nelle parole di G. Sicari, – per citare la definizione usata da Milo De Angelis nella quarta di copertina del volume curato con S. Vergari – tocca uno dei suoi vertici più alti nel componimento Volevo quei gerani bianchi e rosa, che si potrebbe considerare il vero Sigillo della poetessa tarantina. La poesia va letta attraverso un contrasto stridente tra il dato biografico e la percezione interiore: nonostante sia stata composta in ospedale il 21 novembre 2003, a un solo mese dalla morte, l’autrice scrive che “è già primavera”. Anche se la vita “si avvicina al tramonto”, lo splendore del girasole, i colori dei gerani e i “riccioli rossi” dei bambini innescano una rinascita che scavalca la malattia. La coscienza della fine resa con l’immagine del tramonto si colloca tra due parole significative: il verbo alla prima persona “guardo” e il termine “attenzione”.
Il destino di finitezza accomuna tutti gli esseri umani, Pindaro, nell’ottava Pitica, scriveva che siamo creature di un solo giorno. Ma forse è proprio la coscienza della fine che dà senso al tempo e orienta il nostro sguardo verso il valore racchiuso nelle piccole cose: “le cose importanti stanno sempre nascoste e non bisogna spaventarle”.
Addentrarsi nei versi di G. Sicari e cogliere la vitalità delle sue parole, conservata persino nei momenti estremi dell’esistenza, costituisce forse la realizzazione del suo desiderio più profondo: “essere riconosciuta” in quella sua poesia “di sangue e di tormenta” (in Non sono niente).
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