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Perché leggere e ricordare Luis Sepúlveda

 Ricordare Luis Sepúlveda significa tenere viva la memoria di uno scrittore che ha raggiunto il grande pubblico sapendo toccare le corde di questioni universali senza essere banale;

significa entrare dalla finestra nel mondo di quella narrativa latinoamericana che ha avuto proiezione europea, senza però dimenticare le radici;

significa ricordare che si può essere convincenti per un pubblico adulto e per un pubblico di bambini;

significa tenere presente che uno scrittore che abbia avuto delle esperienze di vita radicali, come la prigionia, la tortura, l’esilio, il confronto con culture diverse da quella di origine, può essere veramente incisivo;

significa ammettere che una letteratura senza ideali, senza l’ambizione di contribuire a realizzare una comunità in cui homo non sia più homini lupus ha una breve sopravvivenza;

significa ricordare un autore che, nonostante abbia raggiunto il grande successo, lo ha sempre considerato frutto di un duro lavoro, e pertanto non si è mai sovrastimato;

che ha coltivato generi letterari popolari senza però nutrirli di genericità, in quanto sempre vi si leggeva l’eco di esperienze vissute e assimilate, mai mero esercizio letterario;

significa ricordare una persona in cui il risentimento per le violenze che gli esseri umani, i regimi, hanno inflitto ai loro simili, non ha mai preso il sopravvento, ma si è trasformato in sfida per contribuire alla creazione di un mondo diverso.

Ricordo l’emozione suscitata dalla lettura di Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, posteriore alla domanda che mi posi: “Non ha osato troppo, sfidando Gabriel García Márquez?” A cui seguì la risposta: si possono sfidare i grandi, tenendo presente che non saranno mai uguali a noi e che ciascuno scrittore propone qualcosa di nuovo.

Ricordo le domande critico-letterarie poste dall’uditorio presente alle sue conferenze, all’Istituto Italo Latino Americano di Roma, se riteneva di porsi nel solco del realismo magico, e le risposte disarmanti che dava, guardando sempre negli occhi l’interlocutore, stringendo sempre la mano con forza, a testimonianza della sua presenza reale, fisica, unita alla rivendicazione della realtà di tutto ciò che chiamiamo “immaginario”. Ricordo il grande rispetto, non formale, che dimostrava per il pubblico dei suoi lettori.

Ricordare Luis Sepúlveda significa non dimenticare che difficilmente si può essere scrittori universali se non si esce dalla propria comunità di origine, se non si ritrovano le radici comuni dopo aver esplorato il continente natale e gli altri continenti. Così hanno fatto prima di Sepúlveda Pablo Neruda e Gabriela Mistral, poeti e scrittori cileni premi Nobel per la Letteratura, la cui fama non è mai abbastanza valorizzata in patria, a causa delle posizioni politiche o ideologiche sposate o come se l’esperienza in terra straniera avesse contribuito a snaturarne la radice della vena creativa;

significa ricordare che bisogna andare oltre l’appartenenza ideologica dell’autore, per sondare lo spessore umano delle questioni affrontate.

Ogni libro di Sepúlveda che veniva pubblicato suscitava in me la domanda: dove piegherà? Quale genere letterario utilizzerà? Perché preferisce rivolgersi ad un pubblico infantile? Usa gli animali per distanziarsi dalla crudeltà degli umani?

Oltre a Marquez, Sepúlveda ha emulato nel genere giallo Roberto Bolaño, altro grande scrittore cileno espatriato e più apprezzato all’estero che in patria. La parabola di Luis di Sepúlveda inoltre mi fa tanto pensare ad un altro grande artista cileno, il cineasta Raúl Ruiz Fabre, espatriato in Francia e amato molto dai cinefili italiani, benché poco noto al grande pubblico. Una sola è l’appartenenza degli scrittori universali, che sanno toccare le corde profonde del cuore e le vene aperte della società. Quello che pensiamo abbia fatto Luis Sepúlveda e per cui ci mancherà.

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