Due pensieri per un’amica: Alessandra Ginzburg
Bisogna continuare a sperare che finiremo col rivederci
e tante emozioni si comporranno e si smorzeranno nel ricordo,
formando di sé un tutto diventato sopportabile e coerente.
(Leone Ginzburg)
Letteratura e psicoanalisi
La mia grande amicizia con Alessandra ha due nuclei focali, distinti tra loro ma con un comune asse luminoso. Il primo riguarda il nesso fra letteratura e psicoanalisi: inizia con la mia presentazione all’Università per Stranieri di Siena del suo libro Il miracolo dell’ analogia (2011) e prosegue con la creazione di un gruppo di studio informale e semiprivato, con Pietro Cataldi e Valentino Baldi, seriosamente da noi quattro denominato “gruppo Infinito”. Il secondo è cadenzato in nove meravigliosi soggiorni – io e Morena – nella sua casa-idillio umbra del “Pantanello” e nelle sue visite nella nostra casa a Padova. Un balsamo e un ristoro annuali: grande e naturale calore umano, gracidio delle rane, vignette, racconti reciproci di sogni, molti film, qualche gita giornaliera a Orvieto, Todi, Amelia, Avigliano.
In tutte queste occasioni lei, incline all’introversione e alla reticenza, si apriva: all’entusiasmo, al sorriso, all’ironia e si abbandonava al ricordo e al racconto, sempre per brevi aneddoti.
Ci legava innanzitutto il comune magistero di Francesco Orlando, da lei frequentato a Pisa, da me a Venezia: un serbatoio inesauribile di brevi narrazioni aneddotiche, alcune serie (fu lei a far conoscere a Orlando il pensiero di Ignacio Matte Blanco, il grande psicoanalista postfreudiano cileno) altre facete (amava dire “io e Francesco ci siamo stesi sullo stesso lettino” dato che la loro amicizia ha avuto origine negli anni Sessanta dalla condivisione del medesimo analista, Giovanni Hautmann, a Firenze). Per il pensiero di Matte Blanco, Orlando ha sempre manifestato sconfinata ammirazione: “si deve a Orlando e al suo carismatico insegnamento se il modello matteblanchiano si è diffuso fra gli studiosi di letteratura” (scrive Alessandra). Il “gruppo Infinito”, con le sue riunioni itineranti (a Roma, a Malta, a Padova, a Siena) nasceva dall’ambizione smisurata di riformulare l’intera teoria freudiana della letteratura, e dunque l’intera interpretazione dei testi letterari, alla luce dell’Inconscio come insiemi infiniti e di Pensare, sentire essere. Alessandra vi portava tutta la sua esperienza e intima passione – ci narrava di quando, tremante sul lettino analitico, aveva ricevuto da Matte Blanco, come gesto di protezione e di cura, una copertina calda – e poteva coniugare finalmente, senza timori, la sua autorevolezza di analista (le categorie di Klein, di Bion e di Matte Blanco maneggiate con grande perizia) all’acume della lettrice introversa (gli amatissimi Proust e Balzac, sondati in tutti i loro sterminati anfratti). La clamorosa enormità degli intenti, delle applicazioni e delle letture (Tasso, Leopardi, Svevo, Ungaretti, Proust, Kafka, Tozzi, Morante, Coetzee, …) era garantita dalla forma liberamente privata, seria ma lieve e talvolta giocosa, dei nostri colloqui. Solo in un caso quell’esperienza si è riversata in una pubblicazione: il fascicolo XVII (2015) della rivista “Moderna” diretta da Romano Luperini, dal titolo Emozioni e letteratura. Ma Alessandra ha proseguito splendidamente quel lavoro in proprio: con il volume La Recherche di Proust e gli esiti del bacio negato (2025) e con i racconti balzacchiani I martiri ignorati (2022) e Adieu (2026), tradotti e finemente curati assieme all’amica Mariolina Bertini, continuando ad argomentare pubblicamente come la grande letteratura preannunci e descriva qualcosa di fondamentale sul funzionamento della mente, qualcosa che la psicoanalisi avrebbe messo in luce solo molto più tardi. In particolare, per Alessandra, a partire dalla scoperta del “miracolo dell’analogia” Proust ha edificato una intera teoria estetica, trasformando un complesso edipico personale nello stimolo alla creazione di un’opera d’arte universale.
L’acqua e la storia
Nel settembre 2013, a Malta, nuotavo al largo con Alessandra. In mare sembrava più sicura e meno maldestra che in terra e con la sua ferma, discreta, dolcezza psicoanalitica mi rassicurava: nonostante la “fine dei viaggi” (annunciata da Lévi-Strauss) e lo sfacelo pubblico e privato, valeva la pena viaggiare e soprattutto fare esperienze durature, piacevoli e sensate, perché la crescita e la trasformazione sono sempre possibili. Quel prefigurato approdo è stato coronato, nel 2023, dalle mie nozze con Morena, celebrate da Alessandra, con indosso la fascia tricolore del comune di Padova: sulla nostra relazione lei ha vegliato davvero amorevolmente e autorevolmente, come davanti al compimento di una verità.
La sfera del privato mette in moto inevitabilmente le genealogie famigliari: le nostre, pressoché comuni e popolari, la sua borghese e di altissimo rilievo culturale, storico e politico. Eppure nei nostri soggiorni in Umbria si stava assieme in modo del tutto paritario: ciò che davvero contava era del resto la condivisione delle speranze e delle sofferenze primarie, perché ad accomunare gli esseri umani è “la stoffa di cui sono fatti i sogni e le emozioni”, la corporeità, le origini biologiche e le conflittualità intrapsichiche, con i loro terrori fiabeschi da portare a coscienza (quante volte l’abbiamo sentita nominare la Baba Jaga, la strega ambivalente della tradizione slava, più spesso mangiatrice di bambini, a volte saggia aiutante!). Così Alessandra ci rese partecipi del suo inguaribile senso di esclusione; del suo grande amore per Carmelo Samonà, a cui Il miracolo dell’analogia è dedicato; del suo tenace, segreto e insoddisfatto desiderio di “casa”.
Qualche volta ci raccontò alcuni episodi della sua prima infanzia, gli stessi di cui la madre Natalia fa cenno in Lessico famigliare:
quando nacque la mia figlia Alessandra, mia madre rimase a lungo con noi. Non le andava di ripartire. Era l’estate del ’43. Si sperava in una fine prossima della guerra, fu un periodo sereno e furono gli ultimi mesi che passavamo insieme (…). Venne poi il 25 luglio, e Leone lasciò il confino e andò a Roma. Io restai ancora lì. Avevo l’animo pieno dei più tristi presentimenti. (Lessico famigliare, p. 142)
Nel 1943 al confino di Pizzoli, i primi mesi di vita di “Maria Temporala” (così la chiamava scherzosamente la nonna Lidia Tanzi) coincidono con la breve esultanza dell’armistizio, interrotta dall’arrivo dei tedeschi. Alessandra ci disse di come la gente del paese avesse aiutato Natalia rimasta sola con i suoi tre bambini, convincendo i militari che si trattava di una sfollata di Napoli che aveva perduto i documenti e di come avessero lasciato Pizzoli diretti a Roma nientemeno che in un camion nazista. Soprattutto ci narrò dei frammenti della storia di suo padre, di cui si sforzava inutilmente di ricordare il volto: da Odessa a Viareggio a Torino, fino all’Abruzzo e a Roma, pestato a morte a Regina Coeli. La figura del padre per lei coincideva con quella di Pizzoli, il luogo dove è stata concepita. In seguito, davanti al fuoco acceso al “Pantanello”, conversando sulla dilogia di Vasilij Grossman, ci raccontò di come nel febbraio del ’43, pochi giorni prima della sua nascita, i suoi genitori avessero gioito fino alle lacrime alla notizia della vittoria dell’Armata Rossa sui tedeschi, a Stalingrado.
Della famiglia materna ci narrò, passeggiando per Amelia, di Drusilla Tanzi, di Adriano Olivetti, del cugino Roberto e dello zio Mario Levi. Le storie olivettiane si intrecciavano alla vicenda di quello che lei sapeva essere il mio Autore: Paolo Volponi. Le avventure di Mario, invece, erano destinate a colpirmi per l’audacia anticonformista dell’azione antifascista: in contatto con Carlo Rosselli, nel 1933 era stato fermato al confine con un pacco di volantini contro il plebiscito e si era sottratto all’arresto gettandosi da un ponte (“col paltò”) nelle acque del lago di Lugano da dove fu tratto in salvo dalla guardia federale svizzera. Lo zio Mario, rocambolesco militante giellino e economista, è morto a Calvi in Corsica negli anni Settanta, per un malore in mare: come, mezzo secolo dopo, Alessandra. Voglio convincermi che questa terribile analogia sia di specie allegorica, collettiva e rasserenante: che lenisca il vuoto e il dolore immedicabile della perdita della mia cara amica; che non riguardi la sfera irrazionale delle “predestinazioni” ma quella storica, dell’adempimento.
Per me, con la morte, Maria Temporala è ora intimamente connessa alla sua storia famigliare, di cui parlava poco e con umiltà, e distesamente solo in iniziative pubbliche come quelle del comune e della biblioteca di Pizzoli. Un filo rosso la salda al nonno Giuseppe che nel ’26 aveva nascosto in casa Turati diretto in Francia e che, nel ’34, dopo il tuffo temerario dal ponte Tresa del figlio Mario, era stato a sua volta arrestato assieme a Leone Ginzburg, libero docente di letteratura russa, futuro marito di Natalia Levi. Un altro filo la lega saldamente al padre Leone che scriveva da Roma a Natalia la celebre, tenerissima, ultima lettera (compresa fra Le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana) chiedendole di aver cura “soprattutto della piccola” e in cui, a ben guardare, si fa già cenno all’intensità del sentire e alla logica delle emozioni, terreno di lavoro, letterario e psicoanalitico, etico e civile di tutta la vita di Alessandra: “bisogna continuare a sperare che finiremo col rivederci e tante emozioni si comporranno e si smorzeranno nel ricordo, formando di sé un tutto diventato sopportabile e coerente”.
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Caporedattore
Roberto Contu
Editore
G.B. Palumbo Editore

L’intensità delle vite esemplari. Un racconto prezioso e che non tradisce lo spirito di famiglia. Natalia Ginzburg con Lessico famigliare ci ha donato una lingua nuova per parlare di famiglia e la prosecuzione di Alessandra nel lavoro psicoanalitico e politico è come una sintesi straordinaria di chi ha elaborato una storia familiare che in qualche modo permea la Storia di tutti noi in questo Paese.