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Storie d’estate. Appunti per un anno di lavoro

Episodio 1

A margine della presentazione del Rapporto Invalsi 2026 alla camera dei Deputati, il ministro Valditara constata che dal 2022 sono stati recuperati “520.000 ragazzi che non andavano a scuola, che stavano per strada, che stavano a casa a non fare nulla” e sottolinea che si registra un significativo miglioramento degli esiti. In particolare al Sud, le riforme avviate, il Decreto Caivano, l’Agenda Sud, il docente tutor, il Piano Estate “hanno consentito di abbattere la dispersione esplicita, implicita, gli abbandoni e la carenza di competenze”.

Episodio 2

Al termine della maturità il professor Massimo Sabbatini, docente al liceo classico di Vivona, scrive ai suoi studenti appena diplomati invitandoli a non cedere alla disumanità e a ricordare il massacro di innocenti in corso a Gaza. Sulla base del racconto di questo fatto presentato dal quotidiano “Il Tempo”, l’Ufficio Scolastico Regionale avvia un’ispezione, nel corso della quale vengono ascoltati studenti e personale della scuola per evidenziare eventuali “criticità” nel suo comportamento.

Episodio 3

Fra le norme innovative del nuovo Contratto Nazionale, spicca la possibilità di tenere online Collegi dei Docenti a carattere deliberativo. Pur nella consapevolezza dei problemi tecnici e culturali che una simile decisione potrebbe comportare, la norma è ampiamente condivisa fra i soggetti della contrattazione e viene presentata dalla maggior parte dei sindacati come necessaria e coerente con una concezione non discriminante e moderna del lavoro.

Episodio 4

Durante settimane in cui sui media dominano i temi della sicurezza, sul versante politico interno, e della gestione dei flussi migratori, su quello della politica estera, il Ministero dell’Istruzione prende parte attiva nel dibattito pubblico, lanciando idee e parole d’ordine su un ampio fronte: dal divieto del burka all’integrazione scolastica assicurata dal tetto massimo di studenti stranieri per classe, ai corsi di lingua italiana per genitori e alle sanzioni durissime per i genitori di studenti stranieri che non mandano a scuola i figli.

Logiche di potere

Uniti fra loro, questi episodi raccontano una storia piuttosto coerente, che lascia poco spazio all’interpretazione.

Parlano di diffidenza, punizione, divisione e competizione; in una prospettiva in cui quest’ultimo termine non è mai inteso come “tendere insieme” ad uno scopo, ma sempre in senso ideologico, come “combattere contro”.

Alludono in modo tutt’altro che velato all’intimidazione e al timore suscitati nei soggetti più deboli del processo di apprendimento (minoranze linguistiche e culturali, genitori stranieri, fino ai leggendari “maranza”) e in chi fra i docenti semplicemente segue la sua coscienza e esercita la libertà di insegnamento. Lo fanno in un quadro normativo che insiste con forza sugli obblighi di chi insegna (ultimo quello relativo alla formazione), ma non altrettanto sui suoi diritti (ad esempio, essere retribuiti per la formazione svolta fuori dagli obblighi orari previsti dal contratto). Un quadro in cui nemmeno stavolta è stato affrontato il problema di un’azione disciplinare dove in larga misura l’accusatore e il giudice coincidono, caso più unico che raro nella legislazione sul lavoro.

Forniscono una plastica rappresentazione, infine, della greve propaganda che sommerge l’opinione pubblica in molti ambiti, primo fra tutti quello del riarmo e della guerra, utilizzando le armi di sempre e quelle più attuali: l’esaltazione trionfalistica di chi detiene il potere; le brutali semplificazioni concettuali veicolate in una comunicazione social in cui coerenza e responsabilità sono merci sempre più rare; la riduzione di chi la pensa diversamente a un nemico; l’occupazione dei mezzi di comunicazione.  

Quale battaglia combattere?

Sembrano dunque abbastanza chiari tanto il campo sul quale è necessario combattere una convinta battaglia etica e culturale quanto i valori intorno ai quali costruire solidarietà e condivisione.

Sono infatti evidenti le antitesi inconciliabili che servono a riconoscere chi non vuole la scuola della Costituzione: pubblico contro privato; libertà contro obbedienza; collegialità e collaborazione contro individualismo e competizione; uguaglianza contro discriminazione.

Altrettanto chiari appaiono i fattori che possono unire le diverse sensibilità in gioco: l’esigenza di adottare un metodo critico che tenga sempre al centro l’argomentazione, contro chi nega la complessità e propone soluzioni semplici a problemi complicati; la scelta di confrontarsi attraverso libri, saggi, articoli, convegni il più possibile plurali e aperti al dissenso, sfuggendo alla trappola social che alimenta camere dell’eco al cui interno la critica è sostituita dal narcisismo; il netto rifiuto di qualsiasi forma di odio e violenza nei confronti di chi la pensa diversamente.

Perché questi principi non si risolvano soltanto in un’etica puramente teorica della comunicazione occorre un orizzonte politico e culturale condiviso. Su questo versante – inutile negarlo – la costruzione di una posizione unitaria fra i “progressisti” sembra un obiettivo molto lontano: le antitesi citate in precedenza spesso sfumano fino a scomparire, traducendosi in altre più evanescenti e insidiose, come quelle fra innovatori e conservatori, “autentici” o “finti” democratici, insegnanti e pedagogisti, tecnofili e tecnofobi. Queste divisioni si traducono in posizioni distanti e talvolta opposte proprio quando entrano in gioco concetti-chiave del dibattito pubblico sulla scuola: “competenze”, “digitale”, “classismo”, “autoritarismo”, “scuola democratica”, “neoliberismo”, “intelligenza artificiale”.

Di questa distanza e incapacità di dialogo sembra possibile individuare origine e responsabilità, legate a un tempo non lontano in cui la sinistra progressista e liberale ha abbracciato posizioni e intenzioni caratteristiche di una scuola tecnocratica, concepita come un supermercato del sapere, a disposizione di interessi e scopi che le sono (o dovrebbero esserle) estranei.

Ne consegue direttamente un obiettivo fondamentale del nostro lavoro di insegnanti, anche nell’anno che ci aspetta: lottare per una definizione chiara, coerente con i valori costituzionali, delle parole e dei concetti che toccano la scuola, il suo posto nel mondo, la sua capacità di comprendere e formare l’immaginario e la libertà di coscienza delle persone. Una capacità unica, che bisogna cercare di salvaguardare dalla violenza, dal risentimento, dall’odio: cioè esattamente i sentimenti che mira a suscitare chi vuole fare della scuola pubblica un luogo di individualismo, di divisione e di diffidenza reciproca.

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