Quando il pesce grande mangia il pesce piccolo. Su “Libercomunismo” di Emiliano Brancaccio
I. La tendenza alla centralizzazione del Capitale
Libercomunismo. Scienza dell’utopia (Feltrinelli, 2026) di Emiliano Brancaccio è un piccolo libro di economia politica, esito di un grande lavoro di ricerca collettiva, che condivide con i lettori una sfida, sconvolgente per almeno tre ragioni: 1) svela scientificamente la gravità della nostra catastrofe; 2) impiega uno stile saggistico, figurale ed efficace, capace di dar conto con chiarezza delle sue acquisizioni; 3) indica il compito, concretamente utopico, che ci sta davanti.
Queste tre ragioni forti del libro sono inattuali nel nostro presente, erede del pensiero debole. Per mezzo secolo l’economia “neoclassica” è stata patrimonio teorico del Capitale e l’intero sistema accademico ha propugnato il dogma delle invalicabili virtù del mercato: impossibile e indesiderabile del resto oltrepassarle, secondo il senso comune, dato il fallimento del “socialismo reale”. Se in questi decenni il capitalismo è stato considerato benefico e insuperabile, e se perfino i centri sociali sono stati intesi come un’intuizione del marketing, il termine comunismo ha potuto di contro diventare il significante di un cadavere, un’attardata, nostalgica e ridicola utopia.
Il primo sintomo che Brancaccio sospettosamente analizza sta sotto gli occhi di tutti: si tratta della “odierna ostinazione a dichiarare morto il comunismo per poi continuamente percuoterlo e ammazzarlo di nuovo” (p. 12). Ci si può chiedere: perché sprecare tanto denaro e tante parole per infamare un defunto inoffensivo? Da Berlusconi a Trump, la retorica politica recente è stata un susseguirsi di ingiurie rivolte ai “comunisti”, perciò il “persistente terrore del potere verso l’ipotetica minaccia comunista esige una spiegazione più scientifica” (p. 14).
Questa risposta non tarda a prendere forma nei tre brevi capitoli Tendenza, Centralizzazione, Inefficienza (pp. 15-40) dove viene comprovata empiricamente un’intuizione di Marx: la competizione tra capitali genera vincitori e vinti e, alla lunga, i vincitori fagocitano i vinti. Da questa dinamica, raffigurata con l’allegoria di Bruegel il Vecchio Pesce grosso mangia pesce piccolo, conseguono due paradossi: la competizione sfocia nel suo opposto, vale a dire nel monopolio di pochissimi ricchi; d’altro canto, questo processo di accumulazione “esocapitalista” (p. 41), sfruttatore della natura e del lavoro, è talmente intenso, veloce e soverchiante che non passa più, come prevedevano i teorici dell’economia, attraverso i prezzi.
Il binomio “scienza” e “utopia” del titolo è l’ossatura metodologica del libro perché quella di Brancaccio è una visionarietà pragmatica e materialista: egli alterna squarci in distopici alla forza dei suoi numeri, verificati con tecniche di analisi “di network”, desunte dalla fisica. Con questi strumenti di calcolo, che Marx non possedeva, si indagano le ramificazioni e i circuiti finanziari mondiali e si scopre che oggi oltre l’ottanta per cento del capitale azionario è sotto il controllo del meno dell’uno per cento degli azionisti mondiali.Si tratta di un risultato violento e catastrofico: ma soprattutto si tratta della scoperta oggettiva di una tendenza generale dei processi economici che li rende prevedibili, conoscibili e criticabili proprio là dove per mezzo secolo gli economisti à la page (come del resto i filosofi postmoderni) hanno viceversa negato ogni conoscibilità e trasformabilità del mondo. Davanti alla potenza di questi dati restano sconcertati gli stessi “cardinali” dell’economia, accreditati dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale: come il premio Nobel Daron Acemoglu, professore del MIT, accanito antimarxista e “nemico epistemologico delle tendenze” oggi costretto invece ad ammettere che esiste una tendenza alla centralizzazione e che questa “sta mettendo la democrazia sotto assedio”. (p. 35)
II. Il ritorno della guerra
In effetti, il tempo storico in cui siamo entrati, l’epoca del grande capitale centralizzato, sembra preferire l’autoritarismo e l'”oltrefascismo” alla democrazia liberale. Il “ceto medio” (celebrato in Italia fin dalla “marcia” dei 40.000 quadri Fiat del 1980) si assottiglia sempre più, cedendo la sua ricchezza diffusa al club esclusivo degli ultraricchi (p. 65) e, depauperato, s’imbarbarisce e invoca la protezione di un “qualche condottiero (…) che intimi agli immigrati di levarsi di torno, alle donne di ripiegare nel focolare domestico”: gli indici formulati dalla Economist Intelligence (p. 79) mostrano una rapida recessione della democrazia a livello mondiale. Insomma: parallelamente all’accentramento inusitato dei capitali anche il potere politico si accentra a sua volta in poche mani e diventa allergico alle assemblee e alle mediazioni parlamentari.
Ma le circostanze che rendono del tutto attuale il “memento Lenin”, cioè la geniale – e ignorata – diagnosi di primo Novecento sugli esiti imperialisti della concorrenza fra capitali, sono quelle inerenti il ritorno della guerra: la crescita record dell’indebitamento americano genera il frenetico terrore di un’inversione verso Oriente della freccia della centralizzazione. Grazie ai dati sul debito accanto a quelli sulle spese militari, si può toccare con mano la crisi egemonica dell’impero: la guida americana dell’ordine mondiale è messa per la prima volta in discussione e ciò dà inizio al conflitto supremo della nostra epoca: un’America indebitata, aggressiva e protezionista contro una Cina creditrice e paradossalmente liberista (p. 111). Al contempo l’Europa si riarma, passando da una “resilienza” apparentemente mite e green agli investimenti massicci nell’industria di morte: e ogni aumento dell’1% della spesa militare comporta una riduzione dello 0,62% della spesa sanitaria pubblica. Tutte le spiegazioni “geopolitiche” delle guerre odierne finiscono in tal modo col coprire maldestramente queste ragioni strutturali: la stessa guerra in Ucraina (o in Iran) altro non sono che “pretesti locali per uno scontro globale sull’ordine capitalistico del pianeta” (p. 112). E “per capire il movente ultimo dei massacri compiuti dal governo Netanyahu occorre rispettare la medesima regola moderna: bisogna seguire il denaro” (p. 113) dato che Israele è la forza armata prioritaria che gli Stati uniti oppongono, in Medio oriente, al flusso commerciale cinese.
III. Libertà individuale e piano collettivo
L’avanzare di questa tendenza, tuttavia, destabilizza a fondo il funzionamento generale del sistema capitalistico, come mostrano ancora una volta i dati verificabili: la connessione, esplicitata in un grafico, fra centralizzazione del capitale e declino del tasso di profitto (p. 154). La centralizzazione, la crisi ecologica, il riarmo e la guerra sono in questo libro i fattori-chiave che, producendo squilibrio e barbarie crescente, fanno convergere perfino alcuni economisti liberali sulla necessità di una qualche pianificazione collettiva, fin qui bandita dal neoliberismo. Sta insomma diventando evidente– dopo decenni in cui ogni sia pur timida ipotesi socialista è stata oggetto di derisione – che “la soluzione di un tale disastro può risiedere solo in una pratica cooperativa” (p. 118).
Ma con quali tattiche e strategie si può mettere in atto questa prassi tanto urgente di pianificazione in un contesto così accanitamente “anticomunista”?
L’ utopia scientifica di Brancaccio è lapidaria: consiste nell’affermare l’estrema attualità della più negata e vilipesa fra le tutte le sinergie, quella fra comunismo e libertà. La possibilità di rendere dicibile e auspicabile una tale “bestemmia” consegue, ancora una volta, dalla stessa tendenza del capitale, securitaria, liberticida e guerrafondaia: più il capitale tende a centralizzarsi più gli individui vengono deprivati di decisione e di socialità, fino al punto (grazie all’uso del digitale come strumento di controllo e di dominio) di essere “cerebralmente demansionati” (p. 121). In un simile contesto, il “capitalismo liberaldemocratico” (come del resto, a scuola, la retorica pedagogica che convive allegramente con quella aziendale del “capitale umano”) è oggi ormai una vera e proprie contraddizione in termini e chi ha a cuore davvero la libertà dell’individuo, esito storico delle rivoluzioni borghesi, si troverà a dover lottare per “il blocco della libertà di movimento dei capitali e per il governo politico degli squilibri internazionali”.
Dopo aver pronunciato il più scandaloso e il più coraggioso degli auspici (“Per un tale compito occorre un’intelligenza collettiva”, “serve creare una nuova forma del partito”, p. 127) nei conclusivi Appunti per un manifesto, più vicini alla prassi, lo stile di Brancaccio si caratterizza per una intrinseca letterarietà, evidente nelle citazioni da Dante e da Shakespeare. Questo intreccio tra scienza e utopia, tra figuralità e critica conoscitiva, che ricorda la struttura mirabile dello stile letterario di Marx (“gioiosa eutanasia”, “folle girotondo finanziario”, “arcano rivelatore”…), si fa tanto più saldo e arguto quanto più ciò che viene argomentato sembra temerario. Gli Appunti finali, infatti, si aprono così: “Lasci ogni speranza il coltivatore dell’ottusa e rassicurante illusione di una democrazia liberale capitalista destinata a durare in eterno (p. 157); e, punto dopo punto, divengono lapidari: “L’ecologia di mercato è fallita (…) l’ambientalismo del futuro è comunista oppure non è” (p. 163). La conclusione, in tal modo, chiude il cerchio aperto dalla Premessa, in nome dell’auspicata unità fra pianificazione collettiva e libertà individuale: il “libercomunismo“, appunto. Vale a dire l’eredità di ciò che, per un secolo, ha mosso donne e uomini a una dura lotta di classe le cui intime ragioni, come i morti della poesia di Vittorio Sereni, nell’odierna catastrofe parleranno. Si delinea così, senza alcuna nostalgia, il compito immane che attende la “futura forma del partito”: “per vendicare le promesse tradite bisogna non negare ma raccogliere e trarre spregiudicata sintesi dalle rispettive eredità. Dai liberali, l’obiettivo moncato della libertà individuale. Dagli stalinisti, l’ambizione traviata del piano collettivo” (p. 9).
Articoli correlati
No related posts.
Comments (11)
Rispondi a Lorenzo Galbiati Annulla risposta
-
L’interpretazione e noi
-
«Memoria e racconto», la fotografia di Ferdinando Scianna -
Delitto e castigo dell’intellettuale: a proposito di Faranno di me un criminale di Javier Marías -
Quando il pesce grande mangia il pesce piccolo. Su “Libercomunismo” di Emiliano Brancaccio -
La scrittura democratica -
-
La scrittura e noi
-
Inchiesta sulla letteratura Working class / 15 – Alberto Prunetti -
“Le Leonesse di Vergine Maria” e la pedagogia civile di Ambrosecchio -
Inchiesta sulla letteratura Working class /14 – Sandro Frizziero -
Perché leggere Cecità di Saramago: il realismo dell’allegoria -
-
La scuola e noi
-
Catullo alla sbarra. Il «processo a Clodia» come esperienza di didattica attiva -
Ridere della scuola -
I giovani alla sbarra -
Leggere per diventare, tra letteratura e filosofia. -
-
Il presente e noi
-
Un “collegio dei docenti” nazionale contro la riforma degli Istituti tecnici -
Guerriglie culturali sotto il vulcano:Manzoni e la riforma degli istituti tecnico-professionali -
La pagella del ragazzo africano -
Romano Luperini e noi -
Commenti recenti
- Marisa Burchi su Un “collegio dei docenti” nazionale contro la riforma degli Istituti tecnicinoooo assolutamente no alla riforma. cambiano le scuole che funzionano!!!
- Maria Ventola su Un “collegio dei docenti” nazionale contro la riforma degli Istituti tecnicino alla riforma
- Lisa Scocchia su Un “collegio dei docenti” nazionale contro la riforma degli Istituti tecniciAndiamo sempre più verso un mondo dove la metà dei lavori che esistono oggi non…
- Cinzia Riccarda Gavazzi su Guerriglie culturali sotto il vulcano:Manzoni e la riforma degli istituti tecnico-professionalifinalmente un intervento ragionato e di buon senso: nessuno legge realmente le linee guida dei…
- Stefano Nicosia su Ridere della scuolaGrazie, davvero. Ho trovato nelle tue parole quello che rimuginavo dentro da mesi, giusto quest’anno,…
Colophon
Direttore
Romano Luperini
Redazione
Antonella Amato, Emanuela Bandini, Alberto Bertino, Linda Cavadini, Gabriele Cingolani, Roberto Contu, Giulia Falistocco, Orsetta Innocenti, Daniele Lo Vetere, Morena Marsilio, Luisa Mirone, Stefano Rossetti, Katia Trombetta, Emanuele Zinato
Caporedattore
Roberto Contu
Editore
G.B. Palumbo Editore

Che recensione trionfalista e da fan. “la guida americana dell’ordine mondiale è messa per la prima volta in discussione e ciò dà inizio al conflitto supremo della nostra epoca: un’America indebitata, aggressiva e protezionista contro una Cina creditrice e paradossalmente liberista” Non c’è stato nessun inizio di conflitto supremo tra Usa e Cina come dimostra il fatto che la guerra all’Iran, voluta da Netanyahu, non da Trump, ha messo in crisi l’Occidente, non la Cina. L’America indebitata non più egemone e la Cina creditrice è una situazione che c’è da decenni. “Al contempo l’Europa si riarma, passando da una “resilienza” apparentemente mite e green agli investimenti massicci nell’industria di morte: e ogni aumento dell’1% della spesa militare comporta una riduzione dello 0,62% della spesa sanitaria pubblica.” l’Europa si riarma per via della guerra in Ucraina e del fatto che gli Usa di Trump minacciano di uscire dalla Nato. “Tutte le spiegazioni “geopolitiche” delle guerre odierne finiscono in tal modo col coprire maldestramente queste ragioni strutturali”. Non c’è nessuna ragione strutturale (di quale struttura?), i motivi delle guerre attuali vanno studiati senza pregiudizi, guardando tutti gli aspetti storici, ideologici, religiosi, culturali, ed economici, non parlando vagamente e astrattamente di sistema, struttura, memento leniniano. “la stessa guerra in Ucraina (o in Iran) altro non sono che “pretesti locali per uno scontro globale sull’ordine capitalistico del pianeta” Questa affermazione generica e astratta è totalmente priva di ogni contatto con il reale, priva di ogni studio empirico della realtà e di come si sono succeduti gli eventi. “E “per capire il movente ultimo dei massacri compiuti dal governo Netanyahu occorre rispettare la medesima regola moderna: bisogna seguire il denaro” (p. 113) dato che Israele è la forza armata prioritaria che gli Stati uniti oppongono, in Medio oriente, al flusso commerciale cinese.” Queste conclusioni non hanno alcuna connessione con lo studio concreto delle cause del genocidio di Gaza, attenendosi ai fatti storici e di cronaca, che testimoniano non essere di natura economica. E il rapporto che c’è oggi tra Usa e Israele non è quello descrivibile con il concetto di imperialismo americano dato che Israele e le sue lobby determinano gran parte della politica americana in Medio Oriente. Anche qui si preferisce allo studio un pregiudizio ideologico. In pratica, per credere a queste astrazioni senza alcun potere esplicativo, euristico, perché sono credenze a priori, dovrei semplicemente lobotomizzare il cervello e disinteressarmi della realtà, dei fatti di cronaca politica, dello studio del sionismo e dell’ebraismo e delle lobby israeliane in America e cercare di diventare del tutto ignorante, tanto la ricetta si sa già prima, capitalismo fa produrre guerre, ogni guerra si produce per il denaro, l’imperialismo, Lenin, punto. La prossima guerra? Sarà sempre dovuta alla crisi dell’egemonia dell’imperialismo americano, dovuta al capitalismo accentratore ecc. non è necessario aspettare che avvenga per deciderne le cause. Ma io mi chiedo, siamo sicuri che Marx sarebbe contento di leggere queste cose? Io ho molti dubbi.
A proposito della ricerca di Brancaccio è stato giustamente osservato che, quando dall’astrazione logico-numerica si atterra al livello della qualificazione politica e categoriale dei processi realmente in atto, il passaggio è inficiato da un’idea “fantasmagorica” di “capitale”: in altri termini, da un’idea astratta e astorica, cioè, in definitiva, non materialistica. È un difetto epistemologico che, diventando un problema politico, si riscontra spesso nel marxismo sia nella sua forma accademica che nella sua forma vulgata. Ci si dimentica che per Marx ogni divisa (nel senso di moneta) ha una divisa (nel senso militare), o che il commercio internazionale (tra l’altro, detto di sfuggita, controtendenza alla caduta del saggio di profitto) è regolato da rapporti di forza. La simmetria tra debito e credito viene meno quando si leggono le cose dal punto di vista del ‘sistema-mondo’, proprio perché, per usare due fondamentali categorie storico-logiche di Arrighi, tra Potere del Territorio e Potere del Denaro non c’è nessuna simmetria e non li lega un rapporto meccanico ma dialettico. E per fortuna, altrimenti non ci sarebbe speranza, non ci sarebbe spazio per l’azione politica. Al più sarebbe concepibile solo l’azione redistributiva, tradunionistica, magari travestita da politica (quanto spesso ci si dimentica che dopo Marx c’è, storicamente e logicamente, Lenin!). Occorre perciò riflettere politicamente e materialisticamente sui fenomeni, dove la materialità non si riduce alla sfera economica. Il socialismo è indissolubilmente legato alla lotta di classe. La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, d’altra parte, mostra che “il modo di produzione capitalistico trova, nello sviluppo delle forze produttive, un limite che non ha nulla a che vedere con la produzione della ricchezza in quanto tale; e questo particolare limite testimonia del carattere ristretto, semplicemente storico, transitorio, del modo di produzione capitalistico”. Il motore della produzione capitalistica è il saggio di profitto, e questo non può essere sostenuto senza la correlativa distruzione del capitale stesso come capitale. Orbene, la proprietà privata e la sua protezione sono sancite dalla Costituzione. Sennonché dietro questo diritto alla proprietà privata dei mezzi di produzione vi è un’enorme apparato statale. Ciò significa che non si può aprire la via al socialismo senza un’intensa lotta di classe tra coloro che possiedono i mezzi di produzione e coloro che sono privi di proprietà. Lenin, dal canto suo, ha chiarito che i socialisti nel mondo possono essere divisi in due grandi categorie: coloro che accettano la teoria marxista della lotta di classe, la funzione direttiva della classe operaia e la dittatura del proletariato, e coloro che negano tutto ciò. Queste due concezioni del socialismo possono essere definite, in base alla terminologia leninista, socialismo proletario e socialismo non proletario. Nel nostro paese, ad esempio, l’anno 1956 segnò, con la cosiddetta “via italiana al socialismo”, la divisione tra i sostenitori del socialismo proletario e i sostenitori del socialismo non proletario. Recentemente, come si può vedere anche in questo sito, la letteratura comunista è sommersa da un’ondata di scritti di accademici marxisti. Costoro propongono riflessioni più o meno approfondite sul marxismo e la sua rilevanza per il ventunesimo secolo. Sennonché si può notare che evitano di affrontare due argomenti importanti che dividono il giovane Marx dal Marx della maturità, vale a dire la caduta del saggio di profitto e la dittatura del proletariato. Che dire? Per chi vuole evitare di discutere (o anche esorcizzare) la teoria e la pratica della dittatura del proletariato, il giovane Marx fornisce ottimi spunti, così come risulta congeniale per coloro che, simili a struzzi, desiderano ignorare il fenomeno, perfettamente osservabile e documentabile, del calo del saggio medio di profitto. Questo è però un grave danno per la ripresa della classe operaia. Dal canto suo, Brancaccio dimentica un piccolo particolare: che non si dà pianificazione alcuna senza la conquista di quel potere politico di Stato che si trova, come lui ben sa, nelle mani della borghesia imperialista, e non si dà alcuna conquista del potere politico di Stato senza una rivoluzione socialista che abbatta quel potere di classe e lo sostituisca con un potere di classe radicalmente alternativo. La classe operaia rivoluzionaria è il sale della terra e il sapore di questa sostanza ci dà il vero marxismo. Citando allora quello che Engels una volta ha chiamato “il nostro vecchio amico Gesù Cristo”, sarà lecito formulare, rivolta ai costruttori di utopie ‘libercomuniste’, la cruciale domanda che il Messia, traendo la inevitabile conclusione, rivolse ai suoi seguaci : “Ma se il sale perde il suo sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Matteo, 5-13).
@Eros Barone
credo che il libro di Brancaccio superi gli steccati dell’accademismo. Non è un caso che nel punto più alto del suo ragionamento, rinvii alla necessità della prassi (“una nuova forma del partito”). Inoltre – come si argomenta con lucidità in questa recensione uscita su Contropiano – il libro buca finalmente la cappa di quello che Romano Luperini chiamava “nichilismo morbido” delle epistemologie postmoderniste
https://contropiano.org/news/cultura-news/2026/02/27/solo-un-piano-ci-puo-salvare-su-libercomunismo-di-emiliano-brancaccio-0192301
@Galbiati attenzione a non scambiare l’attualizzazione di Brancaccio (controcorrente) delle diagnosi di Lenin sull’imperialismo con le molte caricature in circolazione, presenti e passate.
Alta recensione di un libro eccezionale, che fa una sintesi eccelsa dei fatti in un mondo privo di coordinate. Chi lo critica non sa scrivere e quindi non sa nemmeno pensare. Rob
@eros barone, forse stai commentando un libro che non hai letto. Nel suo bellissimo libro, ben commentato dal prof Zinato, il prof Brancaccio discute anche di declino del saggio di profitto.
@ Emanuele Zinato
Caro Zinato, riscontro che nella sua recensione del libro di Brancaccio è assente qualsiasi riferimento alla classe operaia e/o al proletariato, nonché al ruolo di avanguardia che queste forze sociali svolgono oggettivamente nel processo socio-economico e potrebbero svolgere soggettivamente (attraverso la mediazione del partito comunista) nel processo
politico-ideologico. I comunisti, a differenza dei riformisti, non si propongono di apportare “cambiamenti” al sistema capitalistico, ma di rovesciarlo. Come? La risposta è quella classica, dettata dal marxismo-leninismo: mediante la conquista, ad opera del proletariato e dei suoi alleati, del potere politico di Stato, abolendo la proprietà privata dei mezzi di produzione, liberando la società dallo sfruttamento capitalistico e instaurando la pianificazione socialista. Questo hanno insegnato Marx, Engels, Lenin e Stalin. È dunque il cammino tracciato dai classici del socialismo scientifico e aperto dalla Rivoluzione d’Ottobre che va ripreso, combattendo con la massima energia il revisionismo, l’opportunismo e l’eclettismo che, nella situazione specifica del nostro Paese, ostacolano e impediscono l’appropriazione e l’applicazione, da parte del proletariato, di un patrimonio teorico, ideologico e politico gigantesco. Dal canto suo, la socialdemocrazia, anche quando si propone (per la verità, piuttosto raramente) di far pesare la volontà dei popoli, non è in grado di rappresentare un’alternativa alla barbarie del capitalismo. Per questa fondamentale ragione è urgente e indispensabile costruire il partito indipendente del proletariato rivoluzionario, cioè, in buona sostanza, il partito comunista. Perché ad azioni e idee duramente di destra non si può rispondere con azioni e idee blandamente di sinistra, ma solo con azioni e idee duramente di sinistra. Anche se la situazione non è rivoluzionaria, il comunismo, come ha capito anche Brancaccio che, spaventato dalla scoperta, lo ha trasformato in “libercomunismo” (?), è, oggettivamente, all’ordine del giorno. Prima lo si capirà, traendone tutte le necessarie conseguenze, e meno sofferenze saranno necessarie alla società umana per liberarsi dai mali che l’affliggono. La mia convinzione di fondo è che una teoria rivoluzionaria non può abbandonare il momento della discontinuità e della rottura. Questo momento, a mio avviso, ha ancora una collocazione forte in un fatto decisivo di portata universale, le cui risonanze non sono affatto esaurite a distanza di più di cento anni dal suo prodursi: la Rivoluzione d’Ottobre, ‘terminus a quo’ della crisi generale del capitalismo. Così, il momento della rottura va ribaltato anche nella prospettiva, quale duplice garanzia non solo della tensione verso il socialismo, ma anche della distanza di classe, ossia della non-integrazione al sistema, da parte del soggetto rivoluzionario. Non è quindi accettabile che torni a prevalere, in un’epoca di crescenti e dirompenti antagonismi sociali, bellici, culturali e ideologici, una visione e una pratica della politica che tende, magari ammantandosi di una fraseologia scarlatta, a fare del superamento del modo di produzione capitalistico una sorta di ‘focus’ ideale perennemente spostato nella immensa lontananza del futuro, giacché questa, e non altra, è la prospettiva socialdemocratica della “sinistra radicale”, ben lontana dalla prospettiva rivoluzionaria della sinistra comunista in cui dovrebbe riconoscersi un intellettuale “brillante e onesto” (duplice predicato caro a Ernesto Che Guevara). Se il professor Brancaccio si è avvicinato ad alcune posizioni leniniste, me ne compiaccio, ma rammento anche, per citare un proverbio inglese, che il sapore del ‘pudding’ si conosce mangiandolo e che è giusto diffidare di quegli osti che per troppo tempo hanno servito dei gatti facendoli passare per conigli.
Caro @Eros Barone, io leggo da anni i suoi commenti, spesso interessanti. A differenza della livorosa confusione di un @Lorenzo Galbiati tu poni questioni di metodo e di lotta. Ma questa volta ho paura che abbia ragione il commentatore che sospetta che tu non abbia nemmeno sfogliato il libro di Brancaccio. Così non fai una gran bella figura. Leggi l’appendice “Il caso dalla necessità”, alla fine del “brillante e onesto” volumetto di Brancaccio. Capirai che in quel volumetto innovatore, la “lotta di classe” per la “rivoluzione” resta il centro della sua dialettica. Poi, se il tuo problema è difendere il “tradimento stalinista”, forse allora sei tu che forse pecchi delle capacità storico-dialettiche che ci si attenderebbe dal leninismo. Saluti
Caro Kugelmino (ma non ti puoi firmare con nome e cognome?), ti ringrazio per l’interesse con cui segui i miei commenti. Tralascio la questione del giudizio sul (e della lettura del) libro di Brancaccio, osservando che non mi sembra destinato a diventare un classico del socialismo scientifico del XXI secolo, e mi soffermo sul ‘kakosyntheton’ con cui, nel più contorto stile avvocatesco, cerchi di esorcizzare quel riferimento a Stalin che ti ha tanto irritato. Così, per limitarmi al solo aspetto logico, evocando un inesistente “tradimento stalinista” sei riuscito a mettere assieme almeno tre argomenti scorretti: la fallacia ‘plurium interrogationum’ (ovvero questione complessa), il ‘circulus in probando’ e la ‘ignoratio elenchi’. La fallacia ‘plurium interrogationum’ è quella che commetti quando, riducendo la molteplicità delle questioni implicate nella tua definizione e pretendendo una sola risposta alla questione complessa, ti comporti come quell’avvocato che, interrogando un testimone, usando un linguaggio pregiudizievole e rivolgendogli una questione complessa al fine di confonderlo o incriminarlo, gli chiede, per esempio: “Dove ha nascosto le prove?”, “Che cosa ha fatto del denaro rubato?”. Affido alla tua buona volontà di autocorrezione il riconoscimento delle altre due fallacie che rampollano dalla prima. Infine, riguardo al contenuto, ossia al giudizio su Stalin, dopo aver sottolineato che l’oggetto del giudizio è, comunque, un gigante della storia e un maestro del leninismo, credo che si debba concordare, per la sua aderenza alla realtà, con il giudizio formulato da Mao Zedong sulla direzione di Stalin: corretta al 70% e scorretta al 30%.
@Kugelmino, abbiamo visto giusto. @eros barone è un altro che commenta il prof Brancaccio senza leggere il prof Brancaccio. Ma che possiamo aspettarci da uno che propone analogie da processo penale su un giudizio su Stalin che dovrebbe essere tutto politico? Come se Mao avesse tirato fuori quella battuta sul 30% da un’istruttoria basata sulle impronte digitali…. Proprio Mao, poi, cioè quello che si è mosso in direzione ostinata e contraria a Stalin proprio sulle ‘leggi di tendenza’ di cui discute Brancaccio. Quante chiacchiere buttate a caso sotto una bella recensione a un bellissimo libro.
Ci sono commenti che non meritano risposta: lasciamo dunque che i pifferai continuino a suonare i loro pifferi. A chi nutre interesse per le importanti questioni che ho evocato nei miei interventi mi permetto di segnalare i seguenti contributi:
https://sinistrainrete.info/teoria/14680-eros-barone-nove-volte-stalin.html e
https://www.sinistrainrete.info/marxismo/29580-eros-barone-il-fondamentale-contributo-di-mao-al-pensiero-comunista.html.
@erosbarone, la definizione di “pifferai” si addice bene a quelli che ricicciano Stalin e Mao come se fossero due santini, e negano addirittura che quei due sono entrati in aperto contrasto sul modo di interpretare la rivoluzione. Lasciamo stare questo modo schematico e antiquato di discutere di Marx. Complimenti al prof Zimato per la sua recensione scritta sul sito fondato da Luperini.