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diretto da Romano Luperini

La natura ostile di Paolo Lago

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo un estratto dal volume La natura ostile. Visioni e prospettive nella narrativa contemporanea, Terracqua, 2023.

Introduzione

La letteratura, fin dai tempi antichi, ha sempre raccontato l’ostilità della natura nei confronti degli uomini. Basti solo pensare alle peregrinazioni degli eroi epici: ad esempio, Odisseo, Giasone ed Enea hanno dovuto affrontare non solo l’avversità degli dei ma anche molti ostacoli naturali (luoghi di difficile passaggio, naufragi, mari sconosciuti, deserti) anche se – è bene ricordarlo – si trattava di una natura che di naturale aveva ben poco. Quella che affrontano gli eroi epici è pur sempre una natura ‘divinizzata’, resa ostile dall’intervento delle divinità. Dovremo aspettare Lucrezio, con il suo De rerum natura (I sec. a. C.),per poter leggere di una natura ostile che, modernamente, non appare segnata dal volere divino: così è la descrizione della peste di Atene del 430 a.C., descritta anche da Tucidide, la quale porta con sé una devastazione che annienta non solo la vita ma anche qualsiasi lembo di umanità.

E se in tempi più vicini a noi, in pieno Romanticismo, la natura ostile serviva a conferire una caratterizzazione più forte e ‘titanica’ agli stessi uomini, è Leopardi a rendere questi ultimi più ‘umani’, preda di una natura “matrigna” come, ad esempio, nella Ginestra o il fiore del deserto, da cui sono tratti i versi posti in epigrafe a questo saggio o nel Dialogo della Natura e di un Islandese. Con Leopardi, l’uomo riacquista i suoi connotati ‘terreni’, legati alle difficoltà e alle durezze quotidiane. Anche la letteratura contemporanea offre spessissimo l’immagine dell’uomo alle prese con una natura ostile e “inimica”. In questo saggio, che si concentra esclusivamente sulla narrativa, è stata effettuata una fondamentale divisione in due parti: una post-apocalittica ed eco-distopica e una non distopica. Sulle orme del genere della science fiction, la narrativa contemporanea, come vedremo, si evolve nel nuovo genere della climate fiction, che affronta, spesso con distorsioni distopiche e apocalittiche, tematiche legate alla stringente attualità come l’inquinamento e il cambiamento climatico. L’analisi qui condotta si inserisce entro l’ambito degli studi di ecocriticism, che fa la sua comparsa negli Stati Uniti tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, che possiamo rendere in italiano con “ecocritica”. Essa si concentra su uno studio della letteratura e dell’ambiente prendendo in esame testi che esprimono preoccupazioni di tipo ambientale. Secondo Serenella Iovino, l’ecocriticism si configura come “una critica militante, in senso anti-ideologico, che cerca nella cultura uno strumento che affini la nostra consapevolezza della vita e dei cambiamenti nella società contemporanea”[1]. Gli studiosi di ecologia letteraria – continua Iovino – non si limitano ad analizzare i testi, ma “cercano anche di sollecitare un cambiamento e una maggiore consapevolezza delle questioni ecologiche”[2]. Per cui, anche questo saggio cercherà di non configurarsi soltanto come un’analisi critico-letteraria ma di assumere anche un piglio militante cercando di affinare la consapevolezza dei lettori per mezzo di una mappa letteraria divisa in due parti, le quali si suddividono a loro volta in due diversi percorsi.

La prima parte è dedicata alla natura ostile raccontata in forma eco-distopica e post-apocalittica, mentre la seconda a narrazioni non segnate dalla marca della distopia. Se nella prima incontreremo romanzi che raccontano storie ambientate in futuri più o meno lontani, in cui il mondo appare devastato da sconvolgimenti climatici e inondazioni, da pestilenze, da distruzioni il più delle volte provocate dall’uomo e dal suo sfruttamento indiscriminato del pianeta, le opere analizzate nella seconda parte mostrano la nostra realtà, segnata da una natura ‘nemica’ agli esseri umani che sembra comunque già presentire in sé le possibili catastrofi future. Anche dove non c’è il focus distopico e post-apocalittico, le devastazioni sembrano in agguato dietro l’angolo ed avanzano giorno dopo giorno.

Ho scelto di dividere la prima parte in due sezioni, “terre desolate” e “terre sommerse”, che rappresentano i due possibili scenari raccontati dalla narrativa eco-distopica e post-apocalittica. Le “terre desolate” sono appunto segnate da devastazione e desolazione, dall’imbarbarimento e dalla violenza che si diffondono quando cadono i simulacri della civiltà umana, gli apparati statali e l’economia e quando il cambiamento climatico ha ormai sconvolto le normali condizioni di vita. Le “terre sommerse”, invece, rappresentano uno scenario alternativo: quello, cioè, di un universo sommerso dalle acque oceaniche sempre per motivi legati agli ormai irreversibili cambiamenti del clima. Come vedremo, la principale causa scatenante di entrambe le tipologie di devastazione è l’avidità umana, rappresa nella forma di un capitalismo avanzato che non guarda in faccia a niente e a nessuno (e meno che mai all’ambiente e alla natura) pur di raggiungere migliori prospettive di guadagno. Anzi, la natura – nota Stefano Righetti – appare come un vero e proprio “limite” nell’evoluzione tecnica patrocinata dal capitale[3]: l’impostazione postmoderna del rapporto natura-cultura (libertà di connessione, politica della rete, liberazione delle soggettività negli apparati di comunicazione) è fondata su una prerogativa indiscutibilmente antropocentrica, che relega la natura in secondo piano, sfruttata esclusivamente per trarne materie prime per l’industria[4]. Come scrive Fabio Deotto in un interessante reportage di viaggio attraverso il mondo, volto ad indagare i risvolti più terribili del cambiamento climatico (dallo scioglimento dei ghiacci fino agli eventi catastrofici estremi e all’innalzamento del livello mare), infatti, “l’uomo è solo una delle componenti interconnesse del mondo in cui vive, e pertanto non è nella posizione di esercitare alcun effettivo controllo su di esso”[5].

La seconda parte è invece divisa in “spazi estremi e lontani” e in “spazi antropizzati”. Vedremo quindi in che modo l’uomo si rapporta con la natura in due universi opposti: nell’estrema solitudine o, comunque, in luoghi estremi, segnati da un ambiente naturale estremamente ostile e in luoghi che sono segnati nel profondo dalla presenza umana: la città e i suoi spazi, strade, periferie, parchi pubblici. Nei romanzi contemporanei analizzati incontreremo una natura ostile non solo negli spazi estremi e lontani ma anche in quelli antropizzati, quando la natura stessa sembra ribellarsi ad un eccessivo e sbagliato sfruttamento da parte dell’uomo. Quando quest’ultimo va a toccare e a sconvolgere determinati equilibri che provocano inondazioni, frane e disastri, eventi che nella realtà fanno parte della cronaca quotidiana.


[1] S. Iovino, Ecologia letteraria. Una strategia di sopravvivenza, Edizioni Ambiente, Milano, 2015, p. 17.

[2] Ibidem.

[3] Cfr. S. Righetti, La ragione ecologica. Saggi intorno all’Etica dello spazio, Mucchi, Modena, 2017, p. 113.

[4] Cfr. ivi, pp. 117-123.

[5] F. Deotto, L’altro mondo. La vita in un pianeta che cambia, Bompiani, Milano, 2021, p. 125.

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