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diretto da Romano Luperini

Perché leggere “La morte moderna” di Carl-Henning Wijkmark

A questo punto qualcuno dei nostri ospiti comincerà magari a preoccuparsi. Dove vuole arrivare questo Persson? Non abbiate timore, non mi sono dimenticato di Hitler, non stiamo pianificando nessuno sterminio di massa di anziani e handicappati e altre bocche inutili da sfamare. E se l’avessi dimenticato, ci penserebbero i vecchi a ricordarmelo, perché loro erano giovani allora. Se c’è qualcosa che Hitler è riuscito a fare, è rendere tali pensieri impossibili in Occidente per un bel pezzo. Ma la domanda che ci si può fare è se il semplice nome di Hitler, con tutte le associazioni del caso, debba proprio bloccare anche delle forme estremamente caute e umane di selezione che potrebbero rendersi necessarie per salvare una nazione dalla rovina. Se è così, vuol dire che ci ha sconfitti, in definitiva.

Tutto questo complesso di pericolosi tabù può essere riassunto in una formula molto semplice: è proibito lasciare che l’economia condizioni le decisioni morali.  Che cos’è l’economia, le risorse materiali, se non la cornice di tutta la nostra esistenza? È più facile correre più veloce della propria ombra che rompere questa cornice. Non è altro che un’immane ipocrisia, questo tabù che viene infranto ogni momento, anche se continua a essere ritenuto sconveniente dirlo chiaro e tondo. Sono decenni che valutiamo i danni causati da alcolismo, incidenti stradali e suicidi in termini di costi sociali per cure e perdita di produzione. Perfino quelli che continuano a cercare di accaparrarsi i voti dei pensionati parlando di maggiori risorse per l’assistenza ai malati cronici, di valore stabile delle pensioni e via dicendo, ricadono alla fine su un’argomentazione economica: che gli anziani hanno diritto a una vecchiaia comoda perché hanno, come si usa dire, costruito questa società. Ma se la loro vecchiaia diventa così costosa che finiscono loro stessi per distruggere ciò che hanno costruito?

Per la critica alla società del calcolo

In un centro congressi dell’Oresund, si tiene un simposio a porte chiuse cui il governo svedese attribuisce grande valore, organizzato dal FATER, il “comitato interno del Ministero degli Affari Sociali che si occupa di questioni che riguardano la fase finale della vita umana”. Vi partecipano intellettuali, medici, teologi, economisti e burocrati esperti di sistemi, per discutere un tema delicato e complesso: le modalità per promuovere nell’opinione pubblica una visione dell’invecchiamento che metta l’accento sui costi sociali che comporta. A quest’operazione, potrebbe poi conseguire la proposta di leggi che regolino un’uscita dalla vita ispirata da principi di oggettiva convenienza collettiva, vincendo le resistenze dei singoli, legate ad una concezione morale dell’esistenza che la quasi totalità degli intervenuti considera superata.

Delle due giornate di lavori si narra nel libro di Hans Henning Wijkmark “La morte moderna”: nel 1979 argomenti simili sembravano aprire scenari futuribili, mentre costituiscono oggi dilemmi cruciali per le società industriali avanzate del turbocapitalismo. Ne troviamo un drammatico esempio recente nelle “Raccomandazioni di etica clinica per l’ammissione a trattamenti intensivi e per la loro sospensione in casi eccezionali di squilibrio fra necessità e risorse disponibili”, emanate dalla Società italiana degli anestesisti e dei rianimatori (SIAARTI) nella fase più cruenta del contagio da Covid.

Di queste società, neonate nel 1979, l’autore sottolinea l’asservimento a valori standardizzati e misurabili di efficienza e produttività economica, che mettono in dubbio l’esistenza dei diritti individuali intesi in senso assoluto, approdando a una concezione di diritti relativi, che concretamente possono essere riconosciuti quanto negati a seconda delle circostanze, anche in una società democratica. La logica del calcolo e della statistica spingono verso l’abbandono della tradizione etica umanistica, sostituita da una visione relativistica che mette al centro la convenienza del gruppo di appartenenza (prima di tutto la comunità nazionale): è questa dimensione che darà progressivamente vita, secondo Wijkmark, a una democrazia burocratica di sistema. Scopo del simposio, ricorda lo strenuo sostenitore della proposta governativa Caspar Storm, è demitizzare la discussione sui diritti, trasferendo il confronto sulla possibile selezione di gruppi e individui “dalla scala del valore umano, che in ultima analisi è metafisica e quindi arbitraria, a quella del valore sociale, molto più gestibile, e in cui tra l’altro è realmente possibile stabilire misurazioni razionali e quantitative, che possono essere standardizzate in routine di facile apprendimento”.

Si tratta a tutti gli effetti di quella che il filosofo Eric Sadin definisce, nel titolo di un suo libro famoso, “La vie algorithmique”, affermando nel solco del pensiero di Kant che è oggi necessaria una “critique de la raison numérique” (il traduttore italiano, nell’edizione LUISS University Press, preferisce rendere “Critica della ragione artificiale”).

Per la riflessione sulla “società che non riflette”

Non c’è violenza materiale, nel progetto che burocrati e intellettuali, complice l’istituzione ecclesiastica, si ripropongono di mettere in atto. La loro intenzione è invece provocare decisivi cambiamenti nell’immaginario, nell’approccio delle persone a sé stesse, al proprio corpo e alla comunità. La resa alla logica del determinismo sociale, con l’adesione spontanea ad un progetto eugenetico garbato travestito di belle parole, passa attraverso quello che il Moderatore definisce “marketing dell’idea”: si tratta di diffondere la percezione che sia giusto che l’individuo singolo muoia per consentire alla società di risparmiare il denaro e il lavoro che servirebbero alla sua sopravvivenza.

I promotori del progetto puntano sull’inevitabile aggravamento della crisi economica provocata dal contrasto insanabile fra ristrettezza delle risorse (naturali e economiche) e spinta verso una crescita infinita dei bisogni e dei consumi. Dopo aver creato le condizioni che rendono possibile aspirare a un indefinito prolungamento della vita, promuovono il senso di colpa nei vecchi che vogliono continuare a vivere, colpevoli di fronte ai giovani che fanno i conti con le difficoltà dello Stato e del mercato del lavoro.

Un ruolo decisivo, nel loro disegno, lo gioca la disabitudine dell’opinione pubblica a riflettere su temi morali complessi. Ronning, il personaggio cui Wijkmark affida la propria testimonianza, afferma che una “società che non riflette”, è il terreno ideale per fare attecchire questo genere di idee, contando sulla tendenza all’irresponsabilità e alla delega istillata nell’opinione pubblica dai media e dal mondo dell’informazione. In una delle sue battute spiega:

Non che ci sia un impulso naturale a compiere azioni buone e altruistiche. Più qualcosa del genere del daimon di Socrate, che ci fa ritrarre davanti a ciò che è palesemente male. O più concretamente un senso di ribrezzo, quasi fisico, davanti alla malvagità e all’inumanità. Ѐ vero che sono molti quelli che mancano di questa coscienza negativa. In una società sana non è detto che debbano necessariamente far danni. Ma se arriva una crisi profonda come evidentemente sta accadendo adesso, il disprezzo per l’essere umano può tornare in auge.

In anni non lontani da quelli della stesura del libro, Bruno Betthelheim immaginava una sorta di nazismo consumistico: nel saggio “Il cuore vigile” descriveva la società massificata dalla pubblicità, che sa imporre dolcemente e senza traumi apparenti la stessa rinuncia alla libertà e alla coscienza che nei campi di concentramento (come Betthelheim aveva sperimentato sulla sua pelle) veniva ottenuta con la tortura e la violenza.

Ѐ un processo che ci avvolge, ovunque ci volgiamo, e che di recente Marco Revelli analizza nel suo “Umano Inumano Postumano”.

Perché è un’operetta morale

Il libro di Wijkmark è un’operetta morale leopardiana, per la critica pungente ai luoghi comuni e la continua provocazione rivolta a chi legge.

Rispetto ai dialoghi delle “Operette”, la struttura dialogica è più formale che sostanziale: in realtà tutti gli interlocutori, ad eccezione del libero pensatore Ronning, condividono premesse e conseguenze esposte dal Moderatore. Su tutta la cronaca del convegno aleggia un alone di inquietante realismo, ma proprio questa posa di ostentata indifferenza di fronte all’enormità della posta in gioco – studiare la migliore strategia per spingere una categoria di persone a rinunciare volontariamente alla vita – produce lo stesso senso di straniamento e di sorpresa provato alla lettura di molte operette.

E leopardiana è, in primis, l’adozione di una prospettiva di minoranza. Ronning è infatti solo contro tutti, e la sua concezione morale della vita è oggetto di derisione più che di autentica critica: portavoce di ideali ormai superati nel contesto sociale dominato dal calcolo e dall’opportunità, egli diventa una sorta di Simplicio galileiano, in mezzo ai “saggi” che lo circondano e lo sovrastano in numero e in potere.

Ma proprio la solitudine e la derisione di cui è oggetto, in quanto ultimo superstite di un’idea di solidarietà fondata su ragioni diverse dalla ragione economica, rivelano che la filosofia morale sa ancora opporre la forza del dubbio alle facili certezze della democrazia burocratica (nella sua bella postfazione, Magris la definisce “totalitarismo progressista”). Di questo scontro impari, Wijkmark ci rende testimoni e giudici.

Aria leopardiana si respira infine nella frequente presenza di elementi deformanti, talvolta fino al grottesco. Se infatti il registro della narrazione non è mai apertamente comico, sono presenti diversi momenti umoristici. L’apice di questo procedimento è costituito dal clamoroso lapsus in cui cade Storm, famoso studioso di Bioetica, che difende la prevalenza del valore sociale di ciascun cittadino rispetto al suo valore umano citando “lo scienziato britannico Maidanek”: il vero nome, però, è Melinek, ed è la forza della psiche a portarlo a nominare un campo di sterminio, mentre afferma che le sue idee nulla hanno a che vedere con i campi di sterminio.

In generale, risulta inquietante la tendenza a utilizzare un linguaggio che oggi si definirebbe “politicamente corretto” per anestetizzare i risvolti drammatici delle questioni discusse, fino alla frase che conclude il libro, rivolta dal Moderatore a tutti i partecipanti: “Avrete presto nostre notizie”.

A chi legge viene spontaneo passare dalla cronaca della finzione alla storia recente, dal romanzo alla realtà: perché certo abbiamo avuto loro notizie, e le abbiamo ogni singolo giorno che passa.

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