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diretto da Romano Luperini

Su “Pensa il risveglio” di Alessandro Cinquegrani

Pensa il risveglio (Terrarossa, 2021) di Alessandro Cinquegrani comincia come una distopia: in un futuro dominato da un’oligarchia che assoggetta per scopi riproduttivi i corpi di alcuni umani giovani e belli, il professor Morini è chiamato dalle alte sfere a disegnare un palazzo ufficiale sullo stile dell’architetto nazista Albert Speer. Morini è un progettista famoso, ma in crisi di produttività; desidera compiacere il potere, non è un cuor di leone, vorrebbe conservare il suo posto all’interno di una privilegiata cerchia di funzionari, ma sente che non può più continuare a fare il suo mestiere come in passato. La sua crisi è legata al dissenso che sente nascere dentro di sé contro il regime, e al disgusto per un’architettura trionfalistica che vorrebbe sfidare le leggi della decadenza e del tempo. Vorrebbe concepire qualcosa di diverso – di profondamente diverso, qualcosa di morbido ed etereo –, ma non sa come, e se ne avrà il coraggio.

Il romanzo comincia come una distopia, ma presto ci accorgiamo che è solo uno dei livelli di una narrazione piena di doppi fondi e di trompe-l’-oeil. Senza voler guastare al lettore le svolte che gli si preparano, diciamo che lo scenario dove Morini si muove è una finzione dentro la finzione. Morini è infatti protagonista di un film, dal titolo Albert Speer è morto, che il regista Lorenzo e il suo migliore amico e assistente hanno girato. Ma il fatto è che Lorenzo è scomparso. Dal secondo capitolo il testo, che gioca consapevolmente con le regole dei generi e gli orizzonti d’attesa del lettore, ci catapulta in un secondo scenario: quello della moglie Caterina e dell’assistente, che indagano insieme sui motivi della sparizione. Chi narra in prima persona, in questo e nei successivi capitoli, è proprio l’assistente di Lorenzo che, come topica vuole, non solo è il suo migliore amico e più fidato collaboratore, ma anche un alter-ego in minore, l’aiutante che vive all’ombra del genio. Tanto all’ombra da assumerne per sovraimpressione i tratti – sbiaditi, naturalmente; e ancora la più classica delle topiche verrà sfruttata per far sì che, dal momento che Lorenzo non si trova, l’amico ne prenda il posto nella casa, nel letto della moglie e nel lavoro.

Tutto accade velocemente: mentre la ricerca di Lorenzo si trasforma in un deliberato e artificiale giro di giostra, mentre gli indizi e le false piste si moltiplicano, e l’amico colonizza lo spazio dello scomparso, affiorano nella realtà incongruenze, coincidenze, crepe che ad ogni pagina sviano il lettore, lo illudono e lo deludono. Come in un teatro di ombre, c’è qualcosa nel modo intermittente che i personaggi hanno di apparire e scomparire, nelle loro risposte e nelle ricostruzioni degli eventi – come se mancasse sempre una tessera del mosaico, o ce ne fosse una di troppo – che impedisce di prendere del tutto per buono quello che sta accadendo. Come se di una trama segreta non ci venissero mostrati che gli effetti, dentro uno specchio e attraverso un enigma.

Il romanzo procede accumulando misteri; l’assistente, mentre cerca sempre più svogliatamente le tracce di Lorenzo, deve riprendere il suo lavoro, portare a compimento il seguito del film che nel frattempo ha avuto successo, prendersi cura del suo rapporto con Caterina – rimasta incinta, non si sa se di lui o dell’altro. In tal modo, un romanzo che si presenta, almeno all’inizio, come incentrato su una successione lineare di eventi (distopia, quête dello scomparso, accenno di una trama d’amore), rivela presto molteplici livelli; un sotto e un sopra tra cui chi parla continuamente oscilla. Le cose intorno al protagonista si fanno infatti perturbanti, accadono eventi inaspettati, i personaggi si trovano dove non dovrebbero, ma soprattutto comincia a delinearsi un profilo dell’assente Lorenzo: è ossessionato, nelle sue ricerche per il soggetto cinematografico, dal mito della perfezione, dall’architettura nazista e dalla figura di Albert Speer. E alcune delle pagine più belle del romanzo sono proprio quelle dedicate alla ricostruzione dei diversi ‘stili’ di gestione del dopo (dopo la sconfitta, dopo la morte di Hitler, dopo la fine del Reich che si voleva Millenario) da parte di due dei più alti funzionari nazisti: il fuggitivo Josef Mengele, incarnazione del male, e il mellifluo Albert Speer, che sopravvive a Norimberga grazie alla sua capacità di adeguarsi, di cambiar pelle, di manipolare ricordi e verità.

A stare a questo resoconto sintetico ci si può chiedere che cosa cementi una struttura romanzesca che, con gesto deliberato, apre piste per poi lasciarle cadere, che intervalla il racconto dell’assistente con la finzione di Morini e la vita di due gerarchi nazisti. Anche in questo caso, basti dire che tout se tient, e non per un mero espediente di trama: il legame investe gli strati profondi del testo e ha a che fare con una lotta segreta che percorre sottopelle tutta la narrazione. L’assistente di Lorenzo vive al posto dell’amico scomparso la vita che ha sempre desiderato, una vita per molti versi ideale, ma che non è la sua; Morini dovrebbe fare quel che fa per continuare ad avere successo, ma sente che non lo vuole davvero; Speer si salva mistificando il ruolo che ha giocato nel costruire il male assoluto.

Tutti questi personaggi si trovano davanti a una sfida che possono vincere o perdere: quella di essere diversi dall’io che li ha tenuti a galla; tutti e tre sono posti davanti alla scelta se essere per sempre quel che sono, o mutare. Per Morini si tratta di sapere se resterà l’architetto del regime o farà qualcosa di nuovo – al limite anche un atto suicida; per Speer la lotta non comincia neanche, come non comincia mai per coloro che riescono a sopravvivere in ogni circostanza. E per l’assistente di Lorenzo? Ci si sarà accorti che fin qui il personaggio non ha un nome, perché lo acquista solo assai tardi. Il motivo non è casuale: è connesso alla conquista tardiva, difficoltosa, incerta, di una propria identità. Riguarda la scelta se vivere nel miraggio idealizzato di sé o aprirsi alla dimensione del tempo, alla sua forza distruttrice e creatrice. Solo a quel punto il personaggio potrà tornare al nome che porta, riconoscere le cose intorno a sé e dar loro un senso. Decidere della sua stessa vita: la vita sua, non quella di un altro. Solo così l’anonimo doppio di Lorenzo diventerà Alberto, potrà pensare un risveglio che costituisce tanto il destarsi da un sogno che una nascita. Il finale, che non rivelo e mi ha commossa, ci suggerisce che qualsiasi cosa perfetta, per crearsi, ha bisogno della sconfitta di ciò che abbiamo sempre creduto di essere.

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