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diretto da Romano Luperini

Quel che resta dell’anno

Alla fine è finito. Un anno scolastico percepito come dieci. L’anno scolastico forse più strampalato e surreale della storia repubblicana volge al termine. E fino all’ultimo si è imposto con il suo carico di snervanti imprevisti, e anche di plateali idiozie. Mentre sono ancora in corso gli esami di maturità e si archiviano gli esami della secondaria di primo grado, anche la storia dell’ultimo mese si è già caratterizzata per un accumulo di circostanze e casualità che prese singolarmente avrebbero rappresentato da sole un’eccezione in qualsiasi altro anno.

Solo per restare al mese di giugno, ecco cosa è accaduto. Il differente status vaccinale dei docenti ha prodotto una serie di situazioni difficilissime da gestire per i dirigenti, sia sul piano normativo, perché mancavano del tutto precedenti analoghi, sia perché il cambio delle regole (e cioè il venir meno in sostanza dell’obbligo vaccinale) cadeva il 15 giugno, con tutte le conseguenze derivanti da una data tanto infelice. Nella scuola secondaria di primo grado, infatti, la prima conseguenza è stata il cambiamento nella configurazione delle sotto-commissioni d’esame in cui erano presenti docenti non vaccinati (e guariti dal covid da oltre 90 giorni), che in moltissimi casi non hanno potuto partecipare alle prove scritte. La circostanza ha avuto ricadute piuttosto serie in particolare nel caso di docenti di sostegno, poiché la loro forzata assenza ha comportato che gli alunni con disabilità, dopo tre anni in cui sono stati tra i soggetti che più hanno risentito delle misure di contenimento, affrontassero le prove scritte con un docente a loro estraneo. Non solo. Non sono mancati casi di alunni risultati positivi, per cui si sono dovute prevedere — anch’essa circostanza del tutto eccezionale negli anni passati — una serie di sessioni suppletive per le prove scritte. Ma non è ancora tutto. Come tra gli studenti, anche tra i docenti si sono registrati casi di positività che hanno imposto una serie di sostituzioni, per cui alcuni insegnanti hanno fatto turni doppi se non tripli. Il tutto a conclusione di dieci mesi in cui l’eccezione e l’imprevisto, sia sul piano pragmatico-operativo, sia su quello amministrativo, sono stati la regola. Così se alla fine anche questa scommessa (il ritorno in presenza in piena pandemia) in fondo è stata vinta, ciò lo si deve esclusivamente al personale della scuola e, laddove c’è stata, alla collaborazione delle famiglie. Laddove c’è stata, perché il continuo cambio di regole non ha certo agevolato la comunicazione.

In pochi forse saprebbero ripercorrere tutte le casistiche che si sono prodotte quest’anno, i cambiamenti nell’attivazione del sistema delle quarantene, ricostruire nei suoi aspetti applicativi tutto il farraginoso quadro normativo che ha prodotto una situazione diffusa di discontinuità sul piano didattico. Discontinuità legata allo status vaccinale non solo degli alunni, ma anche dei docenti non vaccinati, come detto già a proposito degli esami, molti dei quali sono stati sospesi durante l’anno o sono entrati in aspettativa a seguito del mancato adempimento dell’obbligo. I loro sostituti spesso non sono andati oltre qualche settimana di supplenza, scegliendo, quando se ne è presentata la possibilità, incarichi migliorativi. Discontinuità nella discontinuità, dunque.

Ma ne valeva davvero la pena? O forse anche nel picco sarebbe bastato l’obbligo del tampone per garantire sicurezza, diritto al lavoro e libertà di scelta rispetto al vaccino? Sta di fatto che non è andata così e che la frammentarietà dell’anno è stata ulteriormente accentuata dalle quarantene che hanno comunque interessato anche i docenti vaccinati e gli alunni, imponendo giorni e giorni di didattica cosiddetta mista, talvolta per un singolo alunno, talvolta per gruppi. Quasi quotidianamente si è dovuto cambiare piano, si è dovuto riprogrammare, riprogettare, rimandare. Ora chiunque abbia mai messo piede in un’aula scolastica sa qual è l’importanza della continuità per l’impostazione di un metodo, l’attivazione di una routine. Minare la sussistenza di queste condizioni significa minare la possibilità stessa di fare didattica. Non considerare questa una priorità e non agire di conseguenza, significa non riconoscere davvero alla scuola il suo ruolo di fondamento di una comunità. Eppure, ciononostante, si è arrivati fino in fondo. Il modo si è trovato. L’anno si è fatto e chi lo ha fatto non si è risparmiato. Mai come quest’anno infatti la burocrazia, moltiplicando casistiche e fattispecie, ha visto crescere a dismisura la sua già contorta perversione. Mai come quest’anno quindi è stata così difficile da tollerare. Mai così frustrante adempiere a tutti gli obblighi burocratici, mentre quotidianamente rischiava di sfuggire l’essenziale.

Cosa resta dell’anno, quindi? Domanda dal respiro universale, che nella specificità di quest’anno — l’ennesimo — ancora una volta cerca di indagare un possibile significato. Resta, sopravvive, insopprimibile, un’idea di comunità faticosamente e pazientemente costruita dal basso. Per chi ne ha avuto la forza, certo, perché chi ci crede, per chi ne ha voglia. Resta la società che si muove sotto i nostri occhi, tra le nostre mani. E resta il fatto che tutto questo alla fine si impone. Senza pensieri, senza mediazioni. Così anche quest’anno l’ultimo giorno di scuola ha assunto la sua giusta forma — quella giusta per ciascuno — la solida consistenza di quello che si è costruito. E che inevitabilmente ti compare davanti. Mai come quest’anno ad esempio le feste di fine anno sono state, nelle loro varie misure espressive, un momento di liberazione e uno spartiacque. La scuola della pandemia, per come è stata (non) pensata dalle istituzioni, lungi dall’essere stata il banco di prova di un nuovo corso, di innovativo ha avuto solo le solite parole, la solita retorica ammorbante. Una metafora della futilità. Con in più le touch boards. Ancora una volta invece la vera innovazione si è fatta tra i banchi, in primo luogo nelle pratiche, nella loro democraticità, nella scelta di non parlare il linguaggio del potere. Nel modo che volta per volta si è trovato di non perdere nessuno e andare avanti insieme. Perché questo patrimonio esiste all’interno della scuola italiana. Esiste e va riconosciuto, sottratto agli attacchi di chi, anche a sinistra, racconta la scuola solo come un luogo di mera conservazione, se non addirittura di reazione. Ci dispiace, non è così. Piuttosto, mentre nel silenzio pressoché generale le università si svuotano — fatto drammatico e inquietante — questo patrimonio rappresenta oggi l’ultimo brandello di comunità in cui si riescono a perseguire ancora fini non utilitaristici.

Poche quindi le cose da tenere a mente per il futuro.

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