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Su Che hai fatto in tutti questi anni? Sergio Leone e l’avventura di C’era una volta in America di Piero Negri Scaglione

La biografia di un film [1]

La ricostruzione storica ma anche sentimentale delle fortunose vicende che precedettero, e non di pochi anni, la realizzazione dell’ultimo indimenticato film di Sergio Leone, condotta con piglio filologico e appassionato da Piero Negri Scaglione, è una delle letture migliori di questo anno. Si può definire il lungo racconto di una grande avventura artistica e umana. L’autore ha un passato di giornalista de La Stampa, è stato caporedattore della rivista Rolling Stone e vicedirettore del mensile GQ.

Egli stesso suggerisce l’idea di considerare la sua opera come la biografia di un film, il frutto di un’ossessione-passione per C’era una volta in America, ossessione del regista e anche del nostro autore. La narrazione ha, a un tempo, il respiro romanzesco e il piglio del reportage. Leggendo sembra di assistere allo svolgersi di una pellicola in cui fotogrammi e interviste svelano tutti gli aspetti di una vicenda che ha visto partecipare, in oltre sedici anni di preparazione e progettazione, centinaia di personaggi i quali, a vario titolo – dagli scrittori agli scenografi per non dire degli attori, dei produttori e di tutte le maestranze del cinema – lavorarono alla realizzazione del film, mentre tutte le forze ostili si scatenavano in una sarabanda di interruzioni e difficoltà che avrebbero stroncato l’entusiasmo del più tenace dei sognatori. Ma nessuno aveva fatto i conti con  l’ostinazione di Sergio Leone.

(…) Il film racconta il mondo che chi era giovane nel 1984 vedeva davanti a sé, un mondo di individui, senza legami forti, neppure familiari, un mondo di uomini soli in cui il tradimento sembra essere l’unica certezza, il fallimento l’unica prospettiva. Era impossibile non identificarsi in Noodles. Diceva Leone: «Chi ha adorato il film fino al delirio, al punto di vederlo anche venticinque volte, sono stati i ragazzi di vent’anni[…] questo dimostra che c’è il desiderio di vedere certo cinema. Ecco, questa è la mia speranza». (p.11)

La storia di questa avventura creativa fu costellata di innumerevoli ostacoli e delusioni per Sergio Leone. Egli dovette modificare più volte i suoi piani e accettare alcuni difficili compromessi pur di assicurare alla sua opera la possibilità di vedere la luce. Il lettore è guidato da una solida impalcatura documentaristica e narrativa, che tuttavia non diventa mai arida informazione, ma assume piuttosto i toni romanzeschi che tanto si addicono alle atmosfere del film; viaggia così attraverso luoghi, atmosfere, epoche storiche a partire dagli anni Sessanta fino al fatidico 1984. In quell’anno C’era una volta in America, dopo una lunghissima e travagliata gestazione, svelava al pubblico la materia di cui erano fatti i sogni del suo regista e di un’intera generazione.

Negri Scaglione ci invita a percorrere insieme a lui un itinerario a ritroso, sostenuto da un robusto filo narrativo, in cui l’autore riporta vividamente impressioni ed emozioni provate nel ritrovare documenti d’epoca, nel consultare patrimoni bibliografici e repertori fotografici, talvolta rivelatori di dettagli altrimenti perduti, descrivendo  immagini e testimonianze ottenute tramite interviste anche a distanza (in tempi di lockdown) e incontri personali avvenuti viaggiando tra l’Italia e gli Stati Uniti.

C’era una volta in America sono io

«Dico a tutti che si tratta del mio film migliore, probabilmente è così e di sicuro lo penso davvero, ma quel che voglio precisamente dire è che C’era una volta in America sono io».

Forse proprio nel bovarismo di Sergio Leone si annida il segreto del tardivo quanto enorme successo del film ma anche il fascino della ricostruzione di Negri Scaglione che parte dalla celebre domanda: Che hai fatto in tutti questi anni, Noodles? Citazione cult che tutti i cinéphiles conoscono a memoria insieme alla risposta: Sono andato a letto presto.

Per chi scrive gli anni Ottanta sono il tempo dell’adolescenza, epoca lontana ma densa di memorie che torna, durante la lettura del libro, in una nuova veste. La nostalgia si ammanta di curiosità che vengono via via nutrite e soddisfatte attraverso un viaggio nel tempo sapientemente articolato in sette capitoli che non a caso vengono definiti «tempi».

Nostalgia della memoria

Si direbbe che Negri Scaglione abbia trovato nella storia di questo film un totem delle sue nostalgie, forse anche di quelle di molti di noi, all’epoca in cui la pellicola uscì ancora ragazzi, e oggi sedotti da una certa nostalgia della memoria che ci fa sfogliare con commozione le pagine di un passato che torna a dispetto della corsa degli anni, nelle immagini di C’era una volta in America, con la musica di Ennio Morricone a sorreggerne le atmosfere dolci e brutali.

La scansione del volume in sette tempi consente all’autore di isolare, in blocchi narrativi autonomi, sette storie che si intrecciano fra loro fino a comporre un grandioso affresco narrativo, dal quale emerge la rocambolesca, complicata e magnifica intuizione di Sergio Leone che volle con tutto se stesso realizzare il film della sua vita. Il regista un giorno si ritrova per le mani un romanzo, The Hoods (Mano armata), di un tale Harry Grey, pubblicato in America nel 1952 e poi tradotto e pubblicato in Italia nel 1958. L’edizione che lesse Leone era quella pocket, del 1966. Da quel momento il cineasta concepì una vera ossessione per quei ragazzini americani degli anni Trenta, un gruppo di figli di immigrati irlandesi, ebrei, slavi che costituivano una banda di amici/ delinquenti destinati a divenire, o almeno a provare a divenire gangster ai tempi del proibizionismo.

Piccoli fantasmi

(…) Dopo mezz’ora di film, è tutto chiaro: altro che gangster movie, C’era una volta in America è un’opera mondo, un’epica moderna, o postmoderna, l’unica possibile.  (p.9)

Sergio Leone, riferisce l’autore, sosteneva che «l’avventura e il mito possono raccontare i piccoli fantasmi che ognuno di noi ha dentro». Forse, continua Negri Scaglione, «da ragazzi, quei piccoli fantasmi si vedono meglio. Sono i fantasmi dell’amore non corrisposto, della violenza, dell’amicizia, del tradimento. Insomma i fantasmi di chi ha sognato il Sogno americano». (pp.10-11)

Leone ha molte ragioni per attaccarsi a quella storia di ragazzi ebrei del Lower East Side e per non lasciarla, dice l’autore, e aggiunge le parole del regista: «C’era una volta in America è un’autobiografia a due livelli. Ci sono la mia vita personale e la mia vita di spettatore di film americani».

Noodles

() Noodles, il più grande perdente di sempre, senza soldi, senza donna, senza amici e senza nome, senza vendetta né redenzione[…] Noodles che rinuncia a vendicarsi, si volta indietro e non si trasforma in una statua di sale. E sorride…un gangster di terza fila, fallito anche come cattivo, è diventato un idolo generazionale… (p.10)

Al protagonista del film il libro dedica pagine veramente ben scritte, ricche di notizie e dettagli personali legati non solo al personaggio, ma anche a Robert De Niro, che si identifica con Noodles fino a dimenticarsi di sé, ritratto in pose pensose e severe durante le pause della lavorazione. Sono – anche queste – le immagini che corredano il libro, un ricco repertorio iconografico recuperato e selezionato dopo viaggi e ricerche durante le quali l’autore ha setacciato fondi e archivi mettendo a nudo i retroscena del film, i backstage, le didascalie e le battute che accompagnavano i momenti delle riprese sul set e quelli di pausa fuori dal set.

La scrittura intensa e talora intimista, i toni ispirati,  il grande amore per il cinema di Sergio Leone, ma anche per il cinema tout court, la scatola magica dei sogni di un’epoca che continua a nutrire il nostro sogno personale, per queste e per tante altre ragioni, Che hai fatto in tutti questi anni si configura come una lettura per appassionati cinefili, per lettori curiosi ma anche per chiunque ami esplorare i ricordi di un’epoca mai completamente tramontata: quella del grande sogno reso possibile da un uomo visionario e una macchina da presa.

[1] Una versione di questa recensione è già apparsa, a firma della stessa autrice, su Beemagazine, che qui si ringrazia per la gentile concessione.

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Comments (2)

  • Sergio Leone è un autore sopravvalutato e non è affatto il maestro che tutti dicono. È un bravo regista, ha fatto dei film dal punto di vista spettacolare piacevoli, però il western – anche quello italiano – ha altre cose di gran lunga migliori.

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