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diretto da Romano Luperini

Le metamorfosi di Cleopatra, “personaggio precario”. Recensione all’ultimo romanzo di Vanni Santoni

«Ci sono stata due mesi, a quella Fondazione Shakti. Non so come fosse nell’altra sede, là in India. Dove ero io, si mangiava male, si lavorava duro e le lezioni erano incomprensibili»

«Non la conoscevo di persona, ma in facoltà era popolare. Una di quelle capette, da, dei collettivi… Sì, avevo sentito dire che era diventata una specie di santona, che aveva cambiato nome…»

«Era come un verbo segreto che passava di bocca in bocca. Vai dalle “dee gemelle”, vai da Shakti Devi e Kumari Devi: loro custodiscono la verità»

«Cleopatra Mancini? Sicuro! Eravamo insieme alle elementari. Era l’unica che aveva il coraggio di contraddire la maestra.»

«Seguii un po’ la faccenda per un giornale locale. Quando ancora esistevano! Una storiaccia, e infatti ci scappò il morto!»

«Di sicura avevano un sacco di soldi! Dove li prendevano? Ah, non lo chieda a me! “Offerte”, dicevano.»

«L’ho vista con questi occhi curare una bambina solo toccandola! Con questi occhi!»

«Ma chi, la citta del Mancini, il carrozziere?»

«Shakti Devi! La Madre permeata di saggezza! Una vera santa. Anzi: l’unica vera santa.»

«Qualcuno diceva che era morta, qualcuno diceva che era malata, qualcun altro che era scomparsa in Italia…Io però ho sentito che è ancora in giro… Sì, da queste parti…»                                        

(V. Santoni, La verità su tutto, Milano, Mondadori, 2022, p.7)

A scorrere la pagina iniziale della Verità su tutto, l’ultimo romanzo di Vanni Santoni da poco in libreria e già in corsa per l’ammissione alla cinquina dello Strega, sembra di tornare a leggere i Personaggi precari (2007). La differenza, rispetto al suo libro d’esordio, è che le diverse voci concorrono a restituire non i ritratti di più individui ma quello di un’unica donna dalle mille sfaccettature: Cleopatra Mancini, la figlia del carrozziere del paese, la bambina capace di tener testa alla maestra, la leader del collettivo universitario, la santona (una ciarlatana?), la Santa (perfino guaritrice, come da agiografia che si rispetti). Oltre a delineare fin da subito i tratti di ambivalenza profonda che abitano la protagonista e i volti della sua camaleontica personalità, l’incipit del romanzo svela la vocazione metaletteraria della scrittura di Santoni: La verità su tutto manifesta nel suo dipanarsi un’ulteriore e fitta rete di rimandi e presenta personaggi e habitat che transitano da un testo all’altro. La protagonista Cleo occupava il ruolo di comprimaria già in Muro di casse, qui alluso a p. 99, e nel racconto “Emma & Cleo” pubblicato nell’Età della febbre (entrambi del 2015); Antonio, capostipite della dinastia dei Fratelli Michelangelo (2019), è tra le figure chiave della comunità mistica del Paradisino, dove la giovane donna trascorrerà un anno centrale nella sua formazione spirituale. Vere e proprie costanti, poi, della narrativa di Santoni sono l’ambientazione nella provincia toscana e l’interesse per la psichedelia, nuclei fondativi fin dagli Interessi in comune (2008). Infine non si può dimenticare che i richiami alle filosofie orientali erano insistiti anche nel fantasy L’impero del sogno (2017) la cui copertina mostrava in modo fantasmagorico i Bhavachakra dell’arte induista e buddista (qui è possibile leggere la nostra recensione). Ora La verità su tutto, per quanto sia frutto di un impasto di tutti questi ingredienti, è qualcosa di ben diverso e di molto coraggioso nel panorama narrativo dell’estremo contemporaneo.

Diviso in sei parti, equivalenti alle “stazioni” evolutive che segnano le progressive e radicali metamorfosi nella vita della protagonista, il romanzo vede Cleo, dottoranda in sociologia dell’Università di Firenze, avviare un percorso di ricerca interiore sul tema del male che ciascuno di noi compie, in modo più o meno consapevole, nella quotidianità. L’episodio iniziale – il video che vede su pornhub e nel quale crede di riconoscere una ex compagna – è solo il pretesto per un’immersione in studi squisitamente letterari e filosofici che la avvicinino alla conoscenza e alla comprensione razionale di una delle questioni su cui da sempre l’umanità si è interrogata. Per mesi scorrono davanti ai suoi occhi pagine e pagine che hanno fatto la cultura occidentale, da Platone, Sant’Agostino, Meinster Eckart su su fino al Novecento di Lanza del Vasto e Etty Hillesum. Basti, come assaggio, la serie di testi letterari, tutti novecenteschi, che costituiscono un primo corpo a corpo sulla trattazione del male:

il Mann del Doctor Faust, Bernanos e Mauriac, che proprio non conoscevo, Kraus e Canetti ma anche Lovecraft e King, Camus che invece a suo tempo avevo letto, l’Arancia meccanica di Burgess, George Steiner sul rapporto tra male e potere, Le bevevole di Littel e American Psyco di Ellis, Meridiano di sangue di McCarthy, La trilogia della città di K. della Kristof, fino alla Stella distante e al 2066 di Bolaño… (Ivi, p.58)

Sostenuta dalla compagna Laura, una consulente editoriale con la quale conduce una vita piana, trascorre le giornate nella biblioteca di Lettere del capoluogo toscano tra le presenze umbratili ma rilevanti dell’anziano professor Morelli e, addirittura, di Simone Weil, impegnata in serrati dialoghi in absentia con Cleo in più punti del romanzo (il senso e lo spessore di questi due personaggi meriterebbe un approfondimento a sé). Tuttavia la protagonista è un’anima inquieta e indocile: la sua è una vita fatta di continue e repentine rotture di equilibri che si erano creduti dati una volta per tutte. Così, percepita l’insufficienza di una ricerca condotta sul piano esclusivamente razionale e intuito come il problema del male costituisca «solo l’ingresso, un ingresso evidentemente spropositato, attraverso cui arrivare alla questione del bene» (p. 59), Cleopatra si avvia verso forme sempre più estreme di misticismo, perfezionando pratiche di meditazione complesse e potenziando queste stesse con il ricorso a sostanze psichedeliche:

La meditazione e gli psichedelici hanno un’affinità naturale, guardano nella stessa direzione. […] Anche con una dose molto bassa, che normalmente non avrebbe quasi avuto effetti visionari, la combinazione con la meditazione non si limitava a far esplodere, come è naturale solo la capacità di visualizzazione, ma rendeva anche molto facile entrare rapidamente in un virtuoso stato di samadhi. (Ivi, p. 142)

Dopo aver passato in rassegna alcune comunità sparse sui colli toscani e aver soggiornato in una di queste, il Paradisino – esperienza centrale che occupa la IV parte del romanzo –  Cleo, abbandonato tutto ciò che la lega alla sua precedente esistenza, finirà per fondare una comunità mistica con la nuova compagna, Kumari Devi, l’eletta, «la bimba fattasi dea» (p. 212). Da lì in avanti Cleopatra Mancini diventerà, per tutti, Shakti Devi. Santoni, però, non riserva un “lieto fine” al suo “personaggio precario”, preferendo narrare l‘ennesima fuga della protagonista, spaventata dal potere che si trova a esercitare rispetto a una comunità che, in crescita esponenziale, apre sedi nei vari continenti e conta milioni accoliti.

In maniera serpentiforme il romanzo sembra così riavvolgersi su se stesso, tornando alla questione del male. Tuttavia La verità su tutto – titolo quanto mai antifrastico – dà ampio spazio nella ricerca della protagonista (e presumibilmente del suo autore, e probabilmente del suo lettore e dell’umanità tutta) alla trattazione di una costellazione di concetti legati al “Bene” come desiderio, aspirazione, realizzazione. Eccone una campionatura:

Né la comunità, come avveniva altrove, faceva alcunché per uniformarci, anzi, traeva la sua bellezza (o almeno bella era allora ai miei occhi) proprio dalla sua varianza, motley crew, ciurma pirata dello spirito più che comunità, sincera dunque nell’ammettere anzitutto che non esisteva una ricerca , non esisteva una verità, non esisteva una via o un percorso e nemmeno un complesso di credenze o tecniche; a unire i cercatori poteva legittimamente esserci solo una comune volontà – o meglio, desiderio. (Ivi, p. 166)

Mi ero già infilata nella cappella: c’era un affresco illeggibile e un altare, o meglio un grosso davanzale, con alcuni ceri spenti e una miriade di foglietti sparsi intorno; altri erano appoggiati sulla cornice di rilievo dell’affresco; altri ancora occupavano il piatto dei bracieri di ferro battuto ai lati; e ce n’erano anche per terra e appiccicati alle pareti […] La gente ancora oggi viene, dice una preghiera, chiede una grazia… oppure esprime direttamente un desiderio. (Ivi, p. 185)

Cosa vidi? Una vertigine di rosso, di nastri; un luccichio che poteva essere quello dell’argento e del platino come della carta stagnola; una stanza neanche troppo grande allestita come qualcosa a mezzo tra un maestaino a grandezza naturale e una stanza del trono […] È difficile, anche adesso, dirimere nel ricordo i fatti dall’idea, da quella fortissima impressione che si faceva desiderio (Ivi, p. 212)

Realizzazione è una parola sfuggente. Mentre Kumari mi educava ai segreti delle discipline tantriche […], che avevano come scopo la realizzazione in senso mistico, io pensavo a come declinasse quella parola la nostra società al tramonto (Ivi, p. 227)

La verità su tutto  – narrato in forma retrospettiva da Shakti Devi al cospetto di un intervistatore silente che prende la parola solo nelle prime pagine – è in qualche misura summa e superamento della produzione che lo ha preceduto: le molteplici e rizomatiche linee di ricerca di Santoni – la pratica della psichedelia, i rave party, l’esoterismo da una parte e le esperienze comunitarie mistiche dall’altra –  si agglutinano in un’opera in cui più che l’aspetto finzionale prevale la forma del romanzo-saggio.

Se si avverte una sostanziale distanza dal mondo del misticismo orientale e dall’esperienza psichedelica, come chi scrive, ma si ha qualche sparuta, giovanile esperienza di ritiro solitario tra i molti monasteri che costellano la penisola, la Verità su tutto è l’occasione per tornare a riflettere su un un’esperienza fiorita –  e presto violentemente repressa – anche nel mondo occidentale, quella del misticismo medievale. Quando Cleo inizia a girovagare per gli appennini toscani in visita a varie comunità spirituali –  i Folletti, gli Zeitze, gli Smeraldini, il Paradisino – si imbatte in sacelli, in anfratti sacri, cappelle e chiesette diroccate, insomma in luoghi che testimoniano la forza di quell’esperienza religiosa estrema e pauperistica, invisa alla Chiesa per paura che la libertà e l’autonomia spirituale individuali potessero minare la solidità di un’istituzione sempre più ricca e potente.  Ritrovatasi a Macinaia, Cleopatra proverà su di sè l’esperienza dell’eremita, così connaturata e frequente secoli prima tra i boschi del posto:

Pensare che là dov’ero andata […] neanche troppi chilometri a sud da dove ci troviamo, lungo la chiostra degli Appennini, un tempo di eremi ce n’erano stati diversi. Una punteggiatura di eremiti, di cui il “circuito delle cappelle” non era che l’asse principale, Vallombrosa come l’Himachal Pradesh […] Si poteva dunque parlare di eremiti, per quegli uomini che imitavano i padri del deserto ma nella foresta, visto che afferivano a una sia pur lassa comunità? Lo si poteva mai dire per me? Eccomi che prendevo possesso dei quattro muri di Macinaia già rabbrividendo per il freddo ed era solo autunno. (ivi, pp. 128-129)

Per questo una dei momenti più riusciti nella narrazione delle metamorfosi di Cleo – personaggio precario per antonomasia della galleria di Santoni – si ha proprio durante il ritiro ascetico a Macinaia, in una solitudine contemplativa che simula, non per nulla, la trasformazione – tensione, gioia –  del baco in farfalla. Dal profondo della trance meditativa, Cleo percepisce dal bozzolo di un’Iphiclides podalirius che sfarfallerà a primavera, «una singola minuscola pulsazione»:

E una volta, sfiorandola appena con un polpastrello, – col polpastrello dell’anulare- sentii qualcosa; definirlo un vibrare sarebbe troppo: una tensione, ecco, che dall’interiorità di quel bozzolo aspirava all’esterno, al compiersi di un atto lungamente atteso; una tensione che era anche –  ne ero convinta, per quanto ogni convinzione, in quella solitudine, vestisse non dico i panni, ma almeno il minuscolo distintivo della follia – che era anche gioia. (Ivi, p.140)

Di quella stessa folle e coraggiosa tensione si nutrono le metamorfosi, a tratti innervate di gioia, di Cleopatra Mancini.

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