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diretto da Romano Luperini

Se li guardi. Racconti di persone finite in carcere

Pubblichiamo un estratto del libro di Amedeo Savoia, Se li guardi. Racconti di persone finite in carcere, Erickson, 2021. Ringraziamo l’autore e l’editore per la concessione.

Premessa

Le statistiche dicono che il carcere in Italia costa tanti soldi e sostanzialmente alimenta la criminalità, se è vero che la stragrande maggioranza di chi trascorre la pena in carcere, quando esce, ricade nel reato. Viceversa, chi accede a misure alternative delinque molto meno, perché qualcuno lo ha aiutato a reinserirsi nella società nel rispetto delle regole, grazie anche a formazione e lavoro. Ciò significa meno criminali e di conseguenza più sicurezza.

Ma noi viviamo di storie che più sono semplici meglio funzionano. Quella più in voga, sul carcere, suona così: «Se sono finiti in galera, se la sono cercata. Sbattiamoli in cella e buttiamo la chiave». Film e romanzi spesso finiscono con l’imputato in manette. Sui titoli di coda godiamo della percezione di sicurezza che ci trasmettono il colpevole rinchiuso lontano da noi e l’ordine ristabilito. Poco importa che a pagare il conto, alla fine, saremo noi e che molti usciranno più esperti di crimine e determinati a violare la legge. Preferiamo una pena che punisce a una che riabilita.

Di gente che se la sarebbe cercata ne ho incontrata tanta, in carcere e fuori, facendo scuola e laboratori di scrittura e teatro fra il 2005 e oggi. Ad alcuni ho chiesto di raccontarmi o scrivere qualcosa della propria vita. Uno ha dipinto un grande Cristo del Mantegna sulla parete della cella in una notte ascoltando i Beatles. Una ha ammazzato centinaia di serpenti perché, da Eva in poi, donne e serpenti non vanno d’accordo. Uno mi ha detto che il padre faceva trappole per cani per ammazzare quello del vicino. Uno che da bambino si vergognava molto, ma lui non ce la faceva a non farsi la pipì addosso. Uno che a quattordici anni, assieme a una trentina di compagni di una scuola alberghiera, si ubriacava e drogava tutti i giorni senza che nessun adulto intervenisse. Uno che si può amare e sposare di nascosto una ragazza nel Pakistan islamico. Uno che la criminalità organizzata ha un welfare da far invidia ai paesi scandinavi. Uno che si può diventare campioni nazionali giovanili di boxe e poi tagliarsi i muscoli delle braccia, chissà perché. Tre che ci si può uccidere in carcere. Uno che si può, per pietà umana, alimentare l’alcolismo di un grande ex-campione di calcio regalandogli di nascosto bicchierini di Grand Marnier. Uno che, quando si attraversa il mare in tempesta su un barcone, bisogna sorridere ai bambini per non farli spaventare ed è meglio addormentarsi, per non accorgersi di morire. Più di uno che esiste un carcere cattivo e uno buono e che si può tornare in carreggiata se incontri le persone giuste. Una mi ha scritto che si può essere stuprate a dodici anni. Mentre la ragazza mi leggeva questa storia, ho notato che sul polso erano spuntate tre piccole vesciche rotonde e purulente che non ricordavo. «Mi sono bruciata con la sigaretta dopo aver scritto questa cosa. Il dolore fisico scaccia quell’altro. Faccio sempre così».

Fatti come questi mi hanno spesso lasciato senza parole quando me li hanno raccontati a voce o per iscritto. Mi pare che mi abbiano aiutato a capire chi avevo di fronte e per questo ne ho raccolto una selezione in un libro, nella convinzione che chi li leggerà possa trarne spunto per andare al di là delle semplificazioni. Conforta sapere che alcuni protagonisti di queste storie sono ora sulla via di una rinnovata libertà grazie a loro stessi e alle opportunità incontrate. Confido che anche altri ci riescano.

C’era bisogno di dare un ordine a storie tanto diverse. In parte ci ho messo mano e in parte ho lasciato fare al caso. Mi pareva che i testi potessero essere suddivisi per temi prevalenti e così ho fatto pur con qualche, spero scusabile, arbitrio. Alcune risultano ben rappresentate come Bambini, Animali, Carcere e Lavoro. Altre hanno meno testi. Ho evitato le categorie come violenza o dolore perché generiche e pervasive. Ho isolato però quella dello stupro per conferire un particolare rilievo simbolico ed evocativo all’unico testo presente. Di storie come questa ne avevo una sola per fortuna e avrei fatto volentieri a meno anche di questa. Forse ci stava una categoria dedicata ai padri, ma poi non l’ho fatta. Rintracci eventualmente chi legge il filo sotterraneo che collega alcuni testi su questo tema o su altri che attraversano il libro. Mi sono poi affidato alla casualità della sequenza alfabetica delle categorie. Anche qui però ci ho messo qualcosa di mio. Ad esempio ho chiamato Bambini e non Infanzia una categoria che volevo arrivasse abbastanza presto e Viaggi, e non Migrazioni o altro, quella che secondo me stava bene alla fine. È risultato così che il primo e l’ultimo testo mi pareva avessero un senso in quella posizione e gli altri si susseguissero in modo accettabile. Considerato infine che a uno piace ciò a cui si abitua, mi sono affezionato a questa sequenza che spero non dispiaccia. Resta il fatto che il lettore può leggere i testi nell’ordine che desidera, anche ad apertura di libro.

Tutti i protagonisti di queste storie sono stati in carcere anche se a volte, in questi frammenti, non ne parlano. Il lettore però non se ne dimentichi, soprattutto quando i testi raccontano violenze o ingiustizie subite da bambini, ad esempio. Per tutelare la riservatezza dei protagonisti i testi sono pubblicati anonimi e, dove necessario, sono stati cambiati nomi, luoghi e situazioni riconoscibili. Ma il resto è tutto come me lo hanno narrato.

Amedeo Savoia

Mantegna

Nel vecchio carcere di quella piccola città del Nord, sarà stato il 2006, in una notte disegnai a matita sulla parete della cella, grande come una lavagna, il Cristo morto del Mantegna. Ascoltando i Beatles.

Andò così.

Non mi accontentavo più di fare disegni su fogli piccoli come le cartoline di auguri per i compagni. Volevo fare una cosa grande. Avevo una copia di «Famiglia Cristiana» che arrivava una volta la settimana, forse la domenica. La portava padre Davide che attendevo con ansia. Non facevo colloqui in quel periodo e vedere gente esterna mi rendeva più umano. Con lui non avevo molta confidenza, anzi, posso dire che ci cercavamo più che altro per interesse: a lui servivo per dipingere icone e lui serviva a me per avere materiale didattico o di pittura. Ma era sempre una figura sacra e la rispettavo benché, durante i colloqui in chiesa, dopo un po’ lui fingesse di dormire per farmi capire che dovevo smammare.

Erano giorni un po’ bui e, penso adesso, forse anche freddi. Non ricordo però correnti d’aria in cella. L’ora era tarda. Per fortuna avevo con me un walkman e una cassetta dei Beatles che mi erano stati regalati da uno che usciva.

Ero solo in cella, forse lo ero da giorni. In TV non c’era nulla e la voglia di disegnare era tanta. Accendo il walkman. Sfoglio «Famiglia Cristiana» e noto questo quadratino di sei centimetri per quattro con il Cristo del Mantegna. Penny Lane mi fece vedere in grande.

Cercavo fogli: troppo piccoli. Lenzuola rotte per poter fare una tela: nulla. Le canzoni si susseguivano. Volevo disegnare quel Cristo e lo desideravo grande. Non avevo molto materiale, ma le matite colorate, le gomme e il temperino potevano bastare. Finì la cassetta, la girai e ripartii con i pensieri alla ricerca di una soluzione. Avevo tempo tutta la notte. Mi guardai intorno per trovare qualcosa che potesse contenere quell’idea di grande che avevo in testa. Cella piccola, letto a castello, due armadietti, porta del bagno in legno e cesso minuscolo.

Notai quella parete tra la TV e l’armadietto: era sporca e ingiallita dal fumo e dagli anni. Confinava con le docce comuni. Forse anch’io avevo quel colore e quell’odore. Non era bello quel muro, ma una energica ripulita sarebbe bastata. Ci lavorai subito. Non era pittura lavabile, ma ottenni il risultato: una bella parete un metro per un metro tutta color avana. Sembrava uno di quei fondi di tela antica.

Girai la cassetta. Perfetto. Musica giusta. Non vedevo l’ora.

Cominciai con la matita.

Ma la parete non era liscia: c’erano buchi ed era scrostata qua e là. Mi mossi con cautela perché la cella non era grande, penso un quattro per due. Usai gli sgabelli e il tavolo come ponte per restaurarla. Ci sarei arrivato anche in piedi, ma la mia ombra dava fastidio. Stuccai quei punti con il dentifricio. Ero impaziente e li feci asciugare con il fornello. C’era puzza di gas, ma dava fastidio solo a me: non disturbavo altri. Nessuno passò a controllare, la conta era già stata fatta. Silenzio assoluto. Ritagliai quel quadratino dal giornale.

Lo stucco aveva cancellato i primi tratti. Ricominciai.

Lavorai a matita tutta la notte. Ero veloce: le canzoni davano ritmo alle linee e alla mano. Non vedevo l’ora di finire. Mi fermavo di tanto in tanto, arretravo quel poco che potevo per vedere i progressi. Non ricordo quante volte girai quella cassetta. A un certo punto le pile cominciarono a cedere. Spensi un attimo e sentii il cinguettio degli uccelli. Era quasi l’alba. Riaccesi e guardai.

Non era come l’originale, ma vedevo il Cristo morto. Un po’ di matita arancione per completare le ombre. Quando finii, finì anche Penny Lane.

Avevo fatto qualcosa di grande.

Agosto 2018 (Italia)

Candele

Vengo da una famiglia normale. Mia madre, del Nord, faceva la sarta. Mio padre, del Centro, era un funzionario pubblico. Parenti compresi, nessuno ha mai avuto a che fare con la giustizia. Tanto meno con la droga. Da bambino ho fatto una vita normalissima finché, verso i tredici anni, sono esploso e ho cominciato a fare uso di sostanze. Una signora, una fenomena di un progetto di recupero, ha consigliato, anzi indotto i miei genitori a cacciarmi di casa per costringermi ad andare in comunità. E loro mi hanno cacciato pensando che io mi piegassi. Ma in comunità non ci sono andato.

Inizialmente dormivo da cugini e parenti che non vedevano bene questa scelta dei miei genitori perché sapevano che in realtà non avevo mai fatto niente di grave. Sì, mi facevo delle canne, ma poco altro. Prendevo psicofarmaci e bevevo, però non ero ancora messo male e non facevo troppi danni. Mi hanno ospitato finché mio padre ha pensato bene di minacciarli di denuncia. A quel punto anche loro mi hanno mollato.

Ho dovuto trovare un posto dove andare a dormire. Un po’ sono andato in stazione, ma non era una soluzione che poteva durare perché i carabinieri ti portavano in caserma ed era una menata. Finché non mi è venuta un’idea. Ho visto che c’era un vecchio carcere mandamentale abbandonato e aperto. Era molto sporco e pieno di topi. C’era di tutto dentro, ma mi è venuto di dormire lì. Andavo nelle chiese, rubavo le candele e poi con un sacco a pelo mi mettevo in una cella. Accendevo le candele e le mettevo tutte intorno a me per tenere lontani i topi. Soprattutto di notte si sentivano tanto i versi di questi topi: non è che fosse una cosa proprio simpatica. Ero spavaldo, ma ero pur sempre un ragazzino piccolo.

Ho cominciato a vagare, sempre per strada. Il problema era lavarsi, cambiarsi e lavare i vestiti. Era molto impegnativo. Lo facevo sui treni. Salivo senza biglietto e mi chiudevo nel bagno. Con quel sapone mi facevo lo shampoo, mi lavavo a pezzi e lavavo le mutande che mettevo ad asciugare fuori dal finestrino. Sbattevano forte col vento. Bene o male dopo un’ora riuscivo a rimetterle. Dovevo arrangiarmi un po’ così.

Poi sono arrivati i reati. Avevo cominciato a drogarmi pesantemente e mi serviva una certa quantità di soldi ogni giorno. Per strada quelli più grandi di me mi hanno insegnato a rubare. Verso la fine degli anni ottanta mi hanno arrestato per una tentata rapina e sono finito al minorile di una città della pianura padana. Dopo un mese mi hanno mandato in un carcere speciale per maggiorenni dove sono stato alcuni mesi. Poi sono entrato nella comunità gestita da un prete. Non è stata una bella esperienza perché lui ci ha provato svariate volte con me. Non solo con me ovviamente: con tanti ragazzi, quelli un po’ più giovani. Sono scappato e ho vissuto all’avventura. Da quel momento ho fatto tutti i reati possibili e immaginabili.

Aprile 2020 (Italia)

Tavernello

Pesavo meno di un chilo quando sono nata e avevo un mare di metadone nel sangue. È stato il primo regalo di mia mamma.

Quando ero piccola siamo scappate da mio padre. Mi dà così fastidio chiamarlo «mio padre» o addirittura papà. Quindi quando parlerò di lui d’ora in poi lo chiamerò con il suo vero nome: visto che è morto non c’è problema che qualcuno si offenda. Antonio mi ha riconosciuta, ma diceva che ero uno stupido errore. Quando avevo un anno siamo uscite dall’istituto per le madri che hanno fatto nascere i figli in astinenza e siamo andate a vivere a casa sua. All’inizio quella convivenza non è stata male. Ricordo la foto con lui in piscina. Credo che sia l’unico ricordo bello che ho di lui.

Quando ho compiuto due anni è iniziato il degenero. Antonio usciva per ore e ore, e tornava sempre ubriaco marcio. Allora mia mamma mi infilava la tutina termica e scappavamo. Mi portava da mia nonna, dove viveva mia sorella che era affidata a lei, e mi lasciava lì per la notte. Lei invece andava in stazione o dormiva sotto un ponte. Un giorno mia mamma è dovuta uscire in fretta perché era finito il latte. Antonio era ubriaco fradicio e sono rimasta sola con lui: con lui e il suo Tavernello. Piangevo e lui mi ha messo nel biberon il suo Tavernello mischiato con l’acqua. L’ho assaggiato e probabilmente il gusto non mi deve essere piaciuto. Quando l’ho sputato, lui ha preso la tazzina del caffè bollente e me lo ha versato sotto il collo. Visto che non gli bastava la vescica che si era formata, ha spento la sigaretta sulla bruciatura. Ho ancora oggi la cicatrice. Ho urlato così forte che mia mamma mi ha sentito dalle scale. È corsa su e ha spalancato la porta. È caduto tutto a terra: biberon, Tavernello, sigaretta, tazzina. Antonio si è infuriato come non avevo mai visto prima. Mia mamma, terrorizzata, ha preso la solita tuta termica, me l’ha infilata e siamo scappate il più velocemente possibile. Non volevo più rivedere quell’uomo e per molto tempo non l’ho incontrato fortunatamente, anche per via di un ordine restrittivo. Gli hanno tolto la patria potestà e doveva stare a centocinquanta metri da me. Ecco, questo era Antonio, un alcolizzato dalla mano facile. Nient’altro, niente di meno.

Eravamo senza casa, a volte dormivamo in luoghi di fortuna, ci aiutavano persone che trovavamo sulla nostra strada. Sono passati anni prima che ci dessero un buco dove vivere. Una stanza, un cucinino e un bagno. Per un po’ mia madre è riuscita a tenermi con sé, anche se si drogava e beveva birra ogni giorno. Tutte le mattine usciva di casa, mi lasciava dei soldi sul tavolo per comprare qualcosa da mangiare, poi spariva per delle ore e quando tornava portava con sé la droga. All’inizio spariva e tornava la sera dicendo che andava a lavorare. Ma che lavoro faceva? Dopo un po’ ha perso tutti gli scrupoli e si portava «il lavoro» a casa. Non mi andava di essere una figlia di p…, non vorrei usare questa parola.

Che bella famiglia la mia. Mia madre si prostituiva, si drogava e beveva, mentre Antonio beveva, ci picchiava e presto sarebbe morto di cirrosi epatica. Intorno a me tutto era storto, tutto era sbagliato, come ero sbagliata io.

Tante volte, quando ero più grande, mi sono ritrovata per strada sola di notte e delle persone a piedi o in macchina mi seguivano. Gli leggevo in faccia quanto mi volevano e questo mi spaventava. Correvo finché non mi trovavo sola nella notte. Una volta sono arrivata dove stavano in strada le prostitute. Una trans ha visto che ero molto spaventata e mi ha detto di stare con lei. Poi a un certo punto mi ha detto che mi avrebbe accompagnata a casa in macchina. Le sono grata per quello che ha fatto per me. Sono tornata a cercarla con dei soldi per avermi salvata, ma non l’ho mai più ritrovata. Quell’incontro ha avuto un senso per me. Ho cominciato a guardare in modo diverso le prostitute. E di conseguenza anche mia mamma. Ognuna aveva le sue motivazioni e quella di mia mamma, a parte le droghe, ero io. Questo mi ha permesso di perdonarla.

Marzo 2019 (Italia)

Politiche

Le insegnanti mi consigliavano di fare l’assistente sociale da grande, io invece sognavo di diventare poliziotta o maestra. Quando ero adolescente la mia famiglia si trasferì al Nord per motivi di lavoro. Per me fu una tragedia lasciare le mie amicizie, i miei luoghi, la mia terra. Ci sono voluti anni prima che riuscissi ad ambientarmi e a fare nuove conoscenze. Mi sono adattata a qualsiasi lavoro, fino a quando qualcuno mi informò che avrei potuto lavorare in carcere per tre mesi l’anno in qualità di vigilatrice penitenziaria.

Era il 1986 quando per la prima volta misi piede in un carcere: un carcere di massima sicurezza. I detenuti non erano comuni, ma politici. Ovvero, terroristi.

Un mondo nuovo mi trovavo a conoscere. Il primo giorno di lavoro alla sezione «politiche» rimasi sbalordita nel vedere le recluse in gabbia. Il blindato era chiuso ed era aperto solo lo spioncino. Da lì passavano i pasti e quello era l’unico canale per interloquire. Le regole erano rigide, sia per loro sia per noi operatrici. Durante un turno ricordo che fui richiamata dalla responsabile perché mi ero permessa di aprire a una detenuta politica il cancello per andare in biblioteca. Vedendola con le mani occupate da molti libri, avevo fatto il gesto di aprirle il cancello. Non l’avessi mai fatto. Ricordo ancora adesso la durezza di quel richiamo. Avrei dovuto limitarmi a sbloccare la serratura con la chiave e lei doveva arrangiarsi ad aprire.

L’anno successivo tornai a lavorare in quell’istituto. Trovai qualcosa di cambiato. Durante il giorno i blindati non erano più chiusi. Nelle regole vi era un minimo di elasticità, anche se rimaneva rigida comunque. Durante il servizio, nei giri di controllo, diversamente dall’anno precedente, attraverso i cancelli avevamo una visuale completa degli spazi delle detenute.

La cosa che da subito mi aveva colpita era il fatto che le detenute non si concedevano tempi morti: leggevano tanto, scrivevano tanto, la loro mente era sempre impegnata, anche con il cattivo tempo andavano sempre all’aria. Non le vedevi mai oziare. Avevano una grande inventiva. Per passarsi qualcosa tra di loro, ad esempio, usavano una base di cartone preparata con rotoli vuoti di carta igienica. Vi legavano il capo di un gomitolo di lana che lanciavano in modo che chi era nella cella di fronte riusciva a tirare la base a sé. Spesso dovevano ripetere più volte il lancio perché non era scontato che il primo andasse a buon fine.

Chi l’avrebbe mai detto. Avevo davanti a me chi per seguire i propri ideali aveva commesso delle orribili stragi. Le due N., M.P. (occhi di ghiaccio), la figlia di un magistrato e altre che a distanza di circa trent’anni ricordo chiaramente. Avevo dato un volto a nomi che già conoscevo perché avevo letto il libro di un pentito che riportava le loro generalità e i fatti in cui erano state coinvolte.

La mia curiosità cresceva di giorno in giorno. Ci chiamavano «serve dello Stato», oppure guardiane. Mi chiedevo cosa provassero, se dentro di loro fosse ancora vivo l’ideale che le aveva portate a fare quella scelta di vita. Erano condannate all’ergastolo, anche a più ergastoli. Ci era severamente vietato soffermarsi a parlare con loro. Un giorno però a me era successo. Una mi aveva chiesto qualcosa, non ricordo cosa, e nacque una breve conversazione. Quando ci videro, fui immediatamente richiamata. Spesso mi sono chiesta come mai fosse potuto accadere visto che anche loro erigevano una barriera contro le «serve dello Stato». Eppure era successo. Nel suo volto, nel suo sguardo notai sofferenza, stanchezza, bisogno di parlare anche con chi si trovava dall’altra parte.

Novembre 2017 (Italia)

Asino

Ho fatto centoquattro lanci da quando sono nell’esercito. Ci sono entrato come fanno tanti ragazzi americani: per pagare il debito che avevo fatto per l’università. È il modo più veloce. Lo Stato ti presta i soldi per studiare e tu poi entri nell’esercito per ripagarlo in fretta. Non è mica perché hai voglia di girare il mondo in divisa. Per questo tanti ragazzi poveri entrano nell’esercito. Soprattutto tanti neri come me. Anche le carceri americane sono piene di neri e di poveri. Ci sarà un motivo. Dovrebbero vietare di bere, perché quando bevi poi fai delle cose che altrimenti non faresti.

Fino al 2000 siamo stati abbastanza bene. Mio padre faceva l’operaio in una città del nord degli Stati Uniti. Poi ha perso il lavoro per la crisi dell’auto e siamo emigrati a sud. Dove? In Arkansas. Esattamente a Forrest City. È la città che prende il nome da Nathan Bedford Forrest, il generale confederato della guerra di secessione americana del 1861. Ma lui è famoso perché è stato il primo Grand Wizard, il primo «Grande Stregone» del Ku Klux Klan. Proprio lì dovevamo finire. Avevo otto anni quando ci siamo trasferiti. Il logo della mia scuola era un asino con il cappuccio bianco. Nel cortile della scuola c’erano le fontanelle separate per bianchi e neri. In aula i bambini bianchi sedevano davanti, i neri dietro.

A quarantasette miglia da Forrest City c’è Memphis. Ci siamo andati. Al Lorraine Motel, sul balcone della stanza 306, ci sono ancora le tracce di sangue di Martin Luther King. Lì mi sono emozionato.

Maggio 2018 (USA)

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