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diretto da Romano Luperini

Lezioni di stile. Un ricordo di Luigi Blasucci/1

Il primo ricordo che ho di Luigi Blasucci coincide con la prima volta in cui l’ho visto, una mattina di ottobre del 1988, nel Palazzo della Carovana a Pisa. C’erano gli esami orali per l’ammissione alla Scuola Normale: avevo letto Leopardi e i segnali dell’infinito, uno dei suoi libri più belli, ma non avevo nessuna idea dell’uomo che avrei avuto davanti. Seduto nella sala del direttore, aveva una maglia a collo alto beige, una giacca e pantaloni di velluto dello stesso colore, ma di tono più scuro, le mani in tasca, le gambe lunghe e i piedi incrociati sotto un grande tavolo di legno: l’abbigliamento e la posa sono quelli in cui chi lo ha conosciuto lo riconoscerà subito, perché, come il personaggio di un grande romanzo realista, Blasucci aveva tradotto tutto sé stesso nel suo corpo, nei suoi gesti, nel suo stile. Per quanto non nascondesse affatto le sue debolezze (nevroticus sum et nihil nevrotici a me alienum puto era uno dei motti che ripeteva ridacchiando), per quanto fosse capace di ire che, per essere eccezionali, risultavano tanto più terribili e memorabili, aveva un’aria di sicurezza e di autorità che il gusto della battuta, l’ironia, la stessa autoironia non facevano che rafforzare. Era (l’aggettivo è polveroso, ma giusto) olimpico – Giove essendo sereno, inscalfibile dallo scorrere del tempo e delle mode, pieno di passioni e tonante: credo lo sapesse bene, e giocasse con questa parte che, negli anni in cui ho studiato con lui, era ormai completamente perfezionata. Per generazioni di normalisti, finché ha insegnato, è stato il Padre, con tutte le ambivalenze a parte subiecti et obiecti che questo comporta; per le studiose e gli studiosi che gli si sono rivolti dopo, quando era già in pensione, ha dato a quel tratto un’inflessione più colloquiale, persino più generosa, ma senza derogare mai dalla posizione di chi sa le cose, e non è disposto a transigere su imprecisioni o scorrettezze. Per tutti, credo, Blasucci è stato l’Italianista nella sua forma più esemplare – il che non ha mai reso meno marcati il suo carattere, la sua identità culturale, le sue idiosincrasie. Non era propriamente né un filologo, né uno storico della letteratura; aveva un’avversione per la teoria che solo l’eleganza gli faceva declinare in scetticismo rispettoso. Restava convinto che il valore al quale un critico debba fare appello sia, come la chiamava, la testualità: il rispetto, l’ascolto, la cura di quel testo, di quella strofe, di quel verso; non per una polverizzazione delle esperienze di lettura, ma, al contrario, per un senso così forte del canone, che in ogni verso, in ogni strofe, in ogni testo sentiva e faceva risuonare un’intera storia letteraria. Il campo dei suoi interessi era delimitato dal suo gusto e dalle sue passioni (passioni non puramente proiettive e tanto meno identificative, visto che intratteneva con i suoi autori un rapporto complesso di prossimità e distanza, come facciamo con le persone che amiamo). Ha scritto quasi esclusivamente su Dante, Ariosto, Leopardi, Montale: e gli bastavano queste vette per ricostruire tutto un panorama, abbracciando l’intero corso della tradizione italiana. Non conta che si sia dedicato a loro in misure e in fasi diverse della sua carriera che, come sappiamo, è stata dominata da un’assoluta fedeltà a Leopardi: gli erano presenti sempre e non cancellavano certo la presenza discreta di altri, che tornavano nel suo discorso ogni volta che ce ne fosse bisogno. Per questo rigore di scelte, sia negli autori, sia, come dirò, nel metodo, Blasucci voleva essere ed è stato un correttivo a modi di studiare letteratura che non erano il suo, e coi quali, quando gli capitava, polemizzava con uno sbuffo che, concedendo all’intelligenza degli altri i meriti che le spettavano, la sminuiva però per i suoi eccessi e le sue deviazioni («sì, sì, ma…»). 

Si era formato, come inevitabile, sotto l’egemonia di Croce, e poi in contatto con Gianfranco Contini; ma sebbene appartenesse alla generazione di quelli che non potevano non dirsi crociani, e per quanto l’influsso continiano fosse potente e suggestivo, non era davvero e sino in fondo né continiano né crociano. Non aderiva a sistemi, sospettava delle filosofie, rifiutava le dottrine. Aveva preso il partito dell’empirico e della particolarità, accogliendo le nozioni generali più per necessità di farsi capire che con un investimento di fede. Era del resto troppo selettivo per darsi alla molteplicità di interessi di quei due maestri: la vastità delle sue conoscenze anche nel campo di autori, diciamolo pure, minori era aggiogata tutta alla definizione dei suoi primi oggetti di interesse, viveva solo in funzione di quelli. La sua stessa attenzione stilistica si serviva della sensibilità per la lingua e per la metrica come di strumenti, non come discipline da coltivare a sé. Appunto pensando al suo modo di fare il metricista si capisce che tipo di lettore fosse: poteva anche promuovere e sostenere, nei suoi allievi, studi quantitativi, con tanto di tabelle e calcoli, ma per lui la metrica restava un fatto di musica, che si coglie ascoltando quella lirica o quella ottava, e cercandone le relazioni interne, piuttosto che confrontando in astratto occorrenze e percentuali di schemi accentuativi.

Per quanto fosse così sensibile alle forme, Blasucci non era però solo un critico stilistico. Basta leggere i suoi saggi su Leopardi o su Montale per vederci restituita un’immagine intera dei suoi poeti, come anche un’immagine articolata storicamente della loro fisionomia. Con quella sprezzatura che mostrava in ogni occasione, Blasucci mostrava poca considerazione, o addirittura un deprezzamento ironico, per chi si interessasse in modo prioritario di ricostruzioni ideologiche e tematiche (l’aggettivo che usava, per dichiarare la sua disapprovazione, era «sociologico»); eppure, pochi leopardisti hanno saputo come lui dare una definizione così esatta del pensiero di Leopardi, spiegare cosa in esso davvero muti e persista, leggerlo in relazione alle vicende della sua poesia; allo stesso modo, è stato fra i primissimi a capire quale fosse il ruolo degli oggetti in Montale e, di conseguenza, il suo posto nella lirica del Novecento. Blasucci aveva il culto dei testi, non il loro feticismo: anche per questo, non c’era lettura che non intrecciasse una rete di relazioni, di cui la memoria intertestuale era solo l’aspetto più evidente. Di fatto, quello che lo interessava era una sorta di identità relazionale, che faceva dialogare testi e scrittori fra di loro. Conoscerli voleva dire conoscerne la singolarità, non costruirne l’isolamento.

Sui suoi poeti, e anzitutto su Leopardi, Blasucci aveva idee insieme sfumate e precise, spesso intransigenti: chi lo ha sentito parlare in pubblico non può dimenticare la perentorietà con cui correggeva interpretazioni che reputava non semplicemente opinabili, ma sbagliate. E del resto, non sosteneva mai un’idea senza appoggiarsi a un luogo citato con precisione, tirato fuori da una memoria prodigiosa, infallibile. Questo dominio sovrano (un dominio di cui le età prima delle concordanze e poi delle ricerche su Google ci hanno privato trasformandolo in un miracolo lontano, come quelle abilità e quei saperi da artigiani che si sono persi nell’illusione che non servano più) era un’altra manifestazione del suo modo di intendere la critica: a Blasucci non importava ricordare tutto di tutti, ma di quelli che gli stavano a cuore sì, sembrava davvero ricordasse tutto; e se ne ricordava appunto perché erano i suoi autori, se ne era appropriato e facevano vivere la sua intelligenza.

Si capisce allora perché il commento sia stato sempre, e ancora di più negli ultimi decenni, una delle arti in cui dava il meglio, e sulle quali aveva più da insegnare. Penso infatti non solo all’edizione dei Canti, il cui primo volume è uscito da Guanda nel 2019 e il cui seguito è annunciato per novembre di questo 2021 (aveva iniziato a lavorarci all’inizio degli anni Ottanta), ma anche ai commenti alle Occasioni e alla Bufera dovuti rispettivamente a Tiziana de Rogatis e a Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai e che so le stesse curatrici e il curatore riconoscono non avrebbero la loro qualità se Blasucci non avesse intrattenuto con loro un dialogo fittissimo, quotidiano. Forse le prime virtù di Blasucci commentatore sono l’economia, la pertinenza, la puntualità: la capacità, insomma, di scegliere. Detestava quelle note che affastellano loci similes su loci similes, tanto più se interni alla produzione di uno stesso autore e spesso neppure tautologici, visto che sono privi di contenuti informativi; indicava fra tutte le possibili fonti (una parola che usava con laica condiscendenza, senza scrupoli da grammatico dei palinsesti) quelle che più rispondevano a una somiglianza ritmica o fonica o musicale (dunque non solo lo stesso sintagma, ma il sintagma in una posizione metrica pari o confrontabile); aveva un senso fortissimo dell’autonomia dei significanti, e per questo invitava a non gravare mai le riprese di responsabilità semantiche eccessive, e faceva cadere la luce sulle relazioni di significato che avevano davvero un valore.

Era come se le sue schedature fossero state compilate non su foglietti o file, ma nella sua mente. Anche per questo, la sua maestria non si fondava tanto su un metodo da rispettare o su un insieme di regole, ma sull’esperienza: su qualcosa, cioè, di cui si possono trasmettere i contenuti e mostrare quali effetti abbia, ma il cui funzionamento non si può insegnare, perché è indissolubilmente legato a chi la possiede. Alla fine, per Blasucci occorreva leggere, leggere e leggere; far parlare i testi, senza schiacciarli di metodi che hanno già deciso cosa far dire loro; saperli mettere in relazione non per un’ossessione citazionistica, ma in nome di esigenze interpretative; non pretendere che tutto torni in omaggio a una coerenza forzosa (esiste certo quella del testo, ma in quella inflessibile delle poetiche e delle ideologie Blasucci non credeva affatto); lasciare al testo la sua vita, che è anche la sua pluralità di sensi e la sua alea.

Data questa mobilità e questa sottigliezza di approccio, si capisce come lo stile, e questa volta il suo stile, fosse per Blasucci così importante. La sua scrittura conserva qualche tratto lievemente desueto (l’articolo davanti ai cognomi maschili, per esempio, che usava anche parlando), ma non ha impuntature professorali, ha una sintassi e un procedere piani e discorsivi, fa un uso molto parco dei tecnicismi. Nello scrivere come nell’atteggiarsi, le sue regole erano la sobrietà e una certa dose di nonchalance. È stupefacente come una sensibilità così fondata sul gusto, e quindi soggettiva, fosse fermamente ostile a impressionismi e vaghezze. Blasucci pesava ogni parola: anche nella conversazione privata, tendeva alla pointe o alla parola fulminante e inattesa per un abito connaturato di esattezza. Aveva, senz’altro, il piacere della propria intelligenza; ma la frequentazione costante dei più grandi lo teneva lontano dalle fatuità dell’estetismo, e gli dettava (giocava un po’ anche su questo) modestia e understatement. Anche per questo se Blasucci, come ho detto, era agli occhi di molti di noi il Padre, lo era in un modo spiazzante, difficile: chi rivendica di occuparsi del concreto e del particolare anziché delle grande teoria, chi fa sentire tutto il peso della propria autorevolezza ma non esercita il potere, chi chiede fedeltà ai propri studenti e sa anche lasciarli andare per la loro strada recalcitra in qualcosa a quel ruolo, non vuole identificarsi sino in fondo con la Legge. Eppure, quella Legge, senza i cui interdetti non si possono costituire le identità, Blasucci la era. Poneva i veti inaggirabili, a volte con severità esplicita, a volte con un’ironia più insidiosa e lenta ad agire. Faceva le cose che più indispettiscono i ventenni di belle speranze (figuriamoci, poi, se sono normalisti): ne sminuiva le ambizioni totalitarie, imponeva la fatica dell’analisi, gelava gli azzardi interpretativi con la cautela della perplessità o (ed è peggio) del buon senso; a volte, con un tono bonario di sufficienza, li prendeva un po’ in giro. Sarebbe ipocrita, nella commozione per la sua scomparsa, negare che per far fruttare davvero la sua lezione era necessario staccarsi da lui, e che non pochi lo hanno fatto; ma proprio per questo, e forse al di là delle sue aspettative, ha insegnato a più di quanti potesse considerare in senso proprio allievi della propria scuola. Bisogna essere grati ai maestri(e Blasucci si imponeva immediatamente come un maestro) perché ci costringono a prenderci da noi la nostra libertà, che può diventare, a quel punto, anche la libertà di onorare i debiti.

Sino agli ultimi mesi, nonostante l’età straordinariamente avanzata, Blasucci ha conservato non solo, come si dice in questi casi, la lucidità, ma proprio l’alacrità, il gusto della puntualizzazione e dell’aneddoto, l’orgoglio del suo lavoro e delle sue scoperte (tra le tante, aver capito per primo che dietro Clizia era stata nascosta Irma Brandeis). Per tutta la vita, ha lavorato per intensità anziché estensivamente, con olimpica (una volta di più) lontananza dal produttivismo dell’accademia di oggi, figlio, del resto, di un sistema universitario in cui, a differenza di quello attuale, ci si poteva prendere il tempo per far sedimentare le conoscenze e per riflettere. Il suo modo di leggere, studiare e lavorare aveva qualcosa di signorile, e come l’agio di un lusso; cosa che colpisce se si pensa che veniva da una famiglia modesta e che l’essere stato allievo della Scuola Normale (è uno dei meriti di quella istituzione) gli aveva aperto la strada di una promozione culturale, sociale, esistenziale. Per un caso fortunato, ho partecipato alle sue ultime apparizioni pubbliche nell’aprile del 2021. Dietro uno schermo, visto che eravamo in piena pandemia, si parlava dei Canti e del commento alla Bufera che citavo prima. Sapeva muoversi su Teams meglio di tanti nativi digitali; e l’ultimissima volta (non voleva si sapesse) aveva qualche difficoltà fisica che mascherava per il senso che aveva di sé e delle circostanze. Conservava tutte le sue ritrosie e i suoi puntigli; conservava, soprattutto, tutta la sua felicità mentale.

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  • Grazie Raffaele, di questo intenso, ricchissimo ricordo. Gino ne sarebbe molto contento ( sai che gli piaceva essere riconosciuto), ma forse anche un po’ sorpreso per l’acume e la precisione della tua analisi

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