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Nothing but the best. Un ricordo di Luigi Blasucci /2

Ho conosciuto Luigi Blasucci leggendo uno dei suoi libri più belli, Gli oggetti di Montale, e in particolare il saggio Lettura e collocazione di «Nuove stanze», che si impose su di me, allora studentessa universitaria del primo anno, come chiave d’accesso all’intera opera montaliana. Affascinata dalla genialità e dal nitore di quelle pagine, che non smettevo di rileggere, provai da subito una forte curiosità umana per lo studioso. La curiosità fu soddisfatta quando mi capitò di assistere ai suoi seminari, che – mi accorsi – gli studenti vivevano come una sorta di festa, conquistati dallo spettacolo di un’intelligenza che porgeva loro, con abbagliante chiarezza e insieme con nonchalance, la verità dei testi presi in esame. Si trattava di una verità che le parole di Blasucci disegnavano sulla superficie dei versi facendola sembrare quasi ovvia (anche se, naturalmente, era tutt’altro che tale). Quell’uomo ancora così bello, diretto e vitale esaltava folle di studenti che fino a poco prima magari ignoravano l’esistenza dei Mottetti. Certo entrava in sintonia con il bisogno di nettezza definitoria dei giovani, e ai loro occhi doveva forse apparire come un giustiziere a tratti irriverente, venuto a riscattare la letteratura dalle superfetazioni e dalle vacue perifrasi di una certa accademia.

In effetti, per Blasucci il testo era prima di tutto, e fattualmente, superficie – metro, lessico, prosodia, stile – guardata oltretutto da cinquemila metri di altitudine, la rotta di crociera di chi possiede un’immagine completa e dinamica della storia delle forme poetiche e della lingua letteraria. Ma – beninteso – su quella superficie sapeva indicare, con la massima evidenza, tutti i segni della profondità: la psicologia dell’autore, l’ideologia, le vicende biografiche più intime. La naturalezza di questo suo andirivieni tra superficie e profondità impressionava i suoi ascoltatori, ai quali amava presentarsi umilmente come «ingegnere», sfoderando la sua proverbiale distinzione tra studiosi «palombari» e – appunto – studiosi «ingegneri». Se i primi si immergono nelle profondità inabissandosi nel buio, i secondi mostrano l’ingranaggio del testo e lo descrivono «stereoscopicamente» (altra parola sua, che oggi mi sembra un’interpretazione, istintuale e tattile, del circolo ermeneutico spitzeriano).

Vedendolo in azione dalla cattedra, ero conquistata come tutti ma non potevo immaginare che la distanza tra noi avrebbe lasciato posto alla dolcezza e alle gioie di un rapporto maestro-allieva vissuto come un’affettuosa amicizia. Perché il mio incontro personale con Blasucci avvenne di fatto al di fuori di qualunque cornice istituzionale: né in Facoltà né in Normale, ma a casa sua e in pizzeria. Fu quando, tra la fine del 2016 e i primi mesi del 2017, Niccolò Scaffai mi propose di commentare con lui La bufera di Montale e pensò di farmi entrare direttamente in contatto con il suo maestro. È così che per qualche anno ho potuto godere di quello che tra noi chiamavamo ironicamente, considerandone l’età e quasi in simmetria col cosiddetto «quarto Montale», «l’ultimo Gino».

Rispetto alle esperienze degli altri normalisti che, come ha scritto Raffaele Donnarumma, percepivano in lui un Padre, con tutte le ambivalenze del caso, la mia è stata una storia diversa. Anch’io, naturalmente, ho sentito tutto il meraviglioso “peso” dell’inimitabilità di quel maestro che pure raccomandava di seguire il suo esempio. E anch’io, come molti di loro, ho cercato la mia via all’interno di quel paradosso, cogliendo l’occasione per diventare me stessa. Ma il nostro rapporto è stato da subito talmente intenso da disarmare me e rendere lui straordinariamente affettuoso. Parlavamo di Montale, certo, ma anche della terzina e delle rime dantesche, di Petrarca, di Ariosto, di Leopardi, di Proust, di film, sport, amici, nemici e brani musicali: ci frequentavamo, insomma, e diventavamo ogni giorno sempre più familiari. Così sono stata investita dalla sua generosità di maestro non meno che dalla sua grande curiosità umana, dalla sua commovente ricerca di un rapporto sempre più stretto con me e con mio marito Luca. Entrambi abbiamo ascoltato una lezione “infinita”, perché la conversazione letteraria sfumava in altri discorsi, più generali o più personali, al ritmo delle sue teorizzazioni perpetue, delle sue pointes memorabili.

Lettore di una finezza impareggiabile, davvero fubiniana, e allievo di Contini nell’attenzione al dato microscopico, Blasucci sapeva certamente comunicare meglio di chiunque altro: per me è indimenticabile il suo intercalare «va-bbéne?», col quale si compiaceva di creare un contrasto tra l’acutezza delle sue osservazioni e le movenze più spicce dell’oralità. Era lì che abitava e che voleva essere raggiunto dagli interlocutori: tra il sublime e il semplice (ma rivendicando implicitamente la necessità del sublime). Non perdeva mai di vista il contesto, e per questo era insuperabile nella collocazione (cfr. il titolo del saggio su Nuove stanze) dei fenomeni e dei testi, e con poche parole ben assestate – magari anche solo in una sobria nota di commento – faceva della luminosa storiografia letteraria. Alla lezione dei suoi grandi maestri aveva congiunto il bisogno direi esistenziale di distinguere, ordinare, gustare le specificità dei testi e delle scelte stilistiche. Ginone, come amava farsi chiamare persino da me negli ultimi tempi, era insomma proiettato verso la vita, e naturalmente verso la bellezza.

La sua conoscenza della poesia – la grande poesia dei suoi autori prediletti – era tanto profonda da sembrare a tratti quasi ferina (non a caso il «morso del giaguaro» era uno dei correlativi memorabili con cui descriveva il mot juste del critico); i libri accatastati nel suo studio erano a dir poco strapazzati, annotati a matita con sobrietà e ordine al loro interno, ma esternamente logorati dalle riletture (fatalmente, Blasucci si definiva «un grande rilettore»). L’ultimo Gino, ancora capace di farti innamorare dei suoi occhi azzurri, non aveva alcun atteggiamento elitario ma anzi vibrava di forza comunicativa: e il suo interlocutore non poteva che sentirsi “scelto”, baciato un po’ dalla sua luce.

Proprio perché Blasucci è diventato una parte importante della mia vita trovo impossibile dire tutto quello che mi ha insegnato, su Montale e non solo. Ha letto in anteprima le schede di commento della Bufera, che spesso funzionavano da pretesti per lunghe e appassionanti telefonate, precedute da mail irresistibili, nelle quali sfogava il suo gusto per gli epigrammi fulminanti («Deh, mandami pezzetti di Bufera, / ch’io possa dialogar con te stasera!»). Il privilegio di commentare Montale si univa quindi a quello del confronto personale con Blasucci, sorta di ultima linea rerum per i miei «pezzetti di Bufera». La sua lunga consuetudine con l’Opera in versi faceva di lui un lettore impareggiabile (la cui memoria prodigiosa era in più sensi intimidente: ricordava ad esempio quando nel 1945 aveva letto Ballata scritta in una clinica sul «Ponte» e ne aveva parlato con Contini…) e anche per questo la sua soggettività diventava per me il tribunale definitivo. Avrebbe approvato la scheda metrica? Il suo orecchio infallibile avrebbe concordato col mio (che infallibile non era)? Nel commento ero stata sufficientemente attachée alla mia preda, mettendo in luce gli aspetti salienti e sorvolando su quelli secondari?

Superfluo dire come tutto questo abbia letteralmente dato un senso a molti dei miei giorni, in quel periodo. E ora, nella memoria, è inscindibile dal grande divertimento del tempo trascorso insieme: ripenso a quando una sera – guardando con mio marito una partita di calcio a casa sua – Blasucci deplorò montalianamente il fatto che a decidere la partita fosse l’iniqua lotteria dei rigori: «Vince il male… La ruota non s’arresta!». In un’altra occasione, in macchina verso l’università di Siena, dove avrebbe tenuto una lezione montaliana per festeggiare il suo novantacinquesimo compleanno, volle che recitassimo a memoria, all’unisono, tutta Voce giunta con le folaghe, e mentre guidando mi avvitavo con l’auto sempre più in cima, lungo le strade strette che portano al Dipartimento, dovevo tenergli dietro scandendo con lui ogni parola. Ma i ricordi, anche di questo genere, sono infiniti.

La sua sovrintendenza montaliana era ormai un bisogno reciproco di stare insieme, di condividere i pensieri, anche di esorcizzare le paure. Parlava della propria vecchiaia attraverso la condivisione di alcuni video su youtube che sembrava custodire gelosamente: il finale del Tristano e Isotta nell’ultima esecuzione di Karajan, che raggiunge il luogo del concerto accompagnato in taxi dall’amorevole giovane moglie; alcune scene dei film di Ozu, come Tarda primavera, con l’ammirata attrice Setsuko Hara. Ogni tanto me li proponeva, aperti e inermi come piccoli fiori, con sorvegliata commozione.

Sempre durante le nostre conversazioni nel suo studio, seduti di fronte al computer, mi ha dischiuso una volta anche il file contenente la serie delle sue poesie, per lo più composte in gioventù, diceva, ma limate nel corso dei decenni. Alcune in realtà erano state scritte per gli amici scomparsi conosciuti a Pisa, negli anni della maturità. Quante volte me ne ha parlato, come del caro Giuseppe “Jack” Giordani, di Sebastiano Timpanaro e di Ugo Gimmelli, e poi, sempre scolpito e ancora vivo e parlante nella sua mente, Gianfranco Contini. A loro aveva dedicato anche vari «pensieri», epigrammi e brevi prose con cui rifletteva sul senso della vita, della morte, sull’eventuale esistenza di un aldilà. Era la sua «teologia cubista», come la definiva lui, che in cuor suo condivideva l’ateismo di Leopardi ma non si sentiva del tutto in grado di escludere un oltretempo. Preferiva guardare alla questione di sbieco, possibilista.

Frequentarlo quasi quotidianamente per alcuni anni mi ha dato un’immagine della sua grande intelligenza come esercizio magistrale della comprensione e della riflessione, nutrito di una conoscenza incomparabile della poesia. Una conoscenza che definirei infinita perché legata alla vita e al sublime che non muore mai: «Muoiono i poeti / ma non muore la poesia / perché la poesia / è infinita / come la vita».

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