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diretto da Romano Luperini

Quaranta anni senza Montale

 La ristampa di Quaderno genovese (un diario del 1917)

A maggio è stato ristampato (da Il Canneto editore), a cura di Laura Barile, Quaderno genovese di Eugenio Montale, un «quadernetto» ricco di appunti e di riflessioni, testimone nel lontano 1917, e per circa sei mesi (dal 1 febbraio al 2 agosto), «dell’intensa vitalissima formazione» del poeta ventenne e delle sue letture. È una pubblicazione importante, necessaria come lo è stata la prima per Mondadori, nel 1983, a cura sempre di Barile, nonché un’”occasione” (termine assai caro a Montale), per celebrare anche il quarantennale della sua morte Non si tratta solo di avere la «possibilità unica di conoscere il mondo di un giovane dalla vita interiore ricca fino al tumulto, esigente di sé, bisognoso di aprirsi, di espandersi in un ambiente che poco lo consente» o di scoprire le sue letture, «quasi miracolosamente orientate in senso giusto» (così Giorgio Zampa, nell’Introduzione a Tutte le poesie), ma soprattutto di avere l’opportunità di constatare che in queste pagine giovanili compaiono già, in nuce, molti dei temi costitutivi della poesia (e della prosa) montaliana, dagli Ossi alle ultime raccolte.

Nella primavera genovese di oltre un secolo fa, «in un caleidoscopio di libri e riviste, di teatri e di musiche, di conversazioni religiose e di riflessioni di teoria estetica», che interrompe il grigiore delle mezze giornate trascorse nello «scagno» (ufficio) paterno, e in attesa della chiamata in guerra, Montale, che non è ancora Montale, inizia a muovere i primi passi tra le sue «imprecisabili vocazioni extracommerciali» (a questo proposito si veda Racconto di uno sconosciuto, in Farfalla di Dinard), a delineare i primi tratti, seppure ancora grezzi, di quello che, di lì a poco, diventerà un vero e proprio universo poetico. Inizia a profilarsi, così, con una luce sufficientemente illuminante, «l’unicità di una storia personale» (Sergio Solmi, La poesia di Montale, in Scrittori negli anni. Saggi e note sulla letteratura del ‘900).

«Se nella mia vita non scocca una scintilla… »

Il 1⁰ febbraio 1917, Montale annota: «Se nella mia vita non scocca – e presto – una scintilla, io sono un uomo finito. Ma quale scintilla?». Qualche giorno dopo, a proposito di Peer Gynt di Ibsen, scrive invece: «Ahi Peer, uomo non riuscito e che si dovrebbe rifondere, quanto temo di somigliarti!!». Ancora più amara è la riflessione del 20 febbraio: «Che cos’è quest’émpito di sensazioni e di voci che chiede un èsito, in me? La somma delle mie possibilità, forse…; fors’anche delle mie probabilità… Ma come realizzarle senza vivere? […]. Fuggire! Vivere! Andarsene! Se un male esiste è in noi, è in questa nostra altalena tra la vita e la morte; se un male esiste è noi! Vita passiva d’ufficio e di meccanismo è il male; è la rinunzia, la debolezza, la inerzia! La morte!» (p.72).

Sin dalle primissime pagine del Quaderno è evidente un senso di inerzia, un «sentimento di non-esistenza» (Gianfranco Contini, Una lunga fedeltà), l’impossibilità di variazione prevale su qualsiasi indizio di salvezza: Montale non riesce a ritagliarsi alcun ruolo in questo mondo presente, e la sua estraneità si traduce in una sorta di «avanguardismo malinconico, di schiva e amara bohème» (Romano Luperini, Storia di Montale). La tematica del fallimento, dello scacco innato nel genere umano, in senso sociale, ma soprattutto esistenziale, è già presente, dunque, in questo proto-Montale (la formula è di Angelo Marchese in una raccolta di saggi pubblicata postuma nel 2006, Amico dell’invisibile. La poetica e la personalità di Eugenio Montale, a cura di Stefano Verdino, Interlinea, Novara) che vive in una specie di limbo dolorante tra l’aspra coscienza della propria diversità e l’orgogliosa consapevolezza della propria natura di intellettuale (un’anticipazione del «dilettantismo superiore» di stampo cecchiano). Si tratta di una «totale disarmonia» con la realtà circostante, confesserà anni dopo il poeta (Confessioni di scrittori [Interviste con se stessi]), di un «maladjustement psicologico e morale», capace di farlo sentire un «outcast», e che diventerà materia della sua ispirazione. Tutta la realtà si configura come una minaccia, e l’esistenza una vera e propria prigione, caratterizzata da «una catena che ci lega» o «muraglia che ha in cima i cocci aguzzi di bottiglia». Si vanno formando proprio adesso alcuni tra i più insistenti “fantasmi” montaliani.

Questa tendenza alla disarmonia è destinata a prolungarsi a lungo, anche se con un tono più basso e maturo, e alcuni articoli che il poeta scrive tra gli anni Venti e Trenta ne sono un’ulteriore conferma. Basti pensare alla recensione – vero e proprio autocommento –  dedicata a Trucioli di Sbarbaro (il suo nome compare spesso nel Quaderno), nel 1920 (alla soglia degli Ossi dunque), in cui Montale, non casualmente, riconosce il centro dell’ispirazione nell’«amore del resto, dello scarto», nella «poesia degli uomini falliti e delle cose irrimediabilmente oscure e mancate: bolle di sapone, épaves, trascurabili apparenze, arsi paesaggi, strade fuori mano». Per sottolineare infine: «Spaesato e stupefatto Sbarbaro passa tra gli uomini che non comprende, tra la vita che lo sopravanza e gli sfugge; e una sua patria e una sua casa non trova».

Anche se, a segnare una svolta quasi definitiva, sono le parole dedicate alle «borghesi figure» di Svevo, «scarti ed outcast di una civiltà che si esaurisce in se stessa e s’ingorga» e, infine, ai Dubliners di Joyce, «dove le parole più usuali sono prossime a rompersi in un grido che dica tutta la stanchezza di una vita che si sente condannata alla coscienza di se stessa, e troppo lontana dalla tranquilla indifferenza degli alberi e degli astri» e «il fatto» sembra ridursi «sempre più a una materia of no importance».

«Io sono amico dell’invisibile…»

Tuttavia la percezione concreta della propria indolenza davanti «al mondo dei fenomeni, delle cose finite» non coincide con la rinuncia, e non esclude la possibilità, seppure remota, che un qualche genere di riscatto possa esserci, che una «scintilla», appunto, sia possibile. Il tentativo (timido e spesso soffocato) è già quello di non arrestarsi all’«arduo nulla» (Il balcone), ma di sondare al di sotto dell’apparente unità della vita e della sua presunta «totalità», «ben al di là delle parvenze fenomeniche dell’essere […] dove vacillano e si oscurano le evidenze più accettate». D’altronde proprio alla fine del 1917, Montale, in una lettera indirizzata alla sorella Marianna, dimostra di avere abbandonato le giustificazioni e le conferme della realtà esteriore, e di  avere una certa propensione per una zona sotterranea, maggiormente frammentata e complessa («Io sono un amico dell’invisibile e non faccio conto che di ciò che si fa sentire e non si mostra; e non credo e non posso credere a tutto quello che si tocca e che si vede. Son dunque proprio un antimilitare»; il contenuto della lettera fa eco ad uno stralcio del Quaderno, in cui Montale, a proposito di Jettatura di Gautier scrive «questo autore era uno di coloro per cui il mondo esterno esiste […]; e questo è vero, disgraziatamente anche troppo!», p. 62).

La questione dell’inattendibilità (e dell’inaccettabilità) del mondo esterno è fondamentale (come il poeta fa intendere in un’intervista del 1968 a Manlio Cancogni sull’esistenza dell’Essere: «No, non esiste, è un’apparenza, un puro fenomeno (io del resto sin da ragazzo ho sempre dubitato della materia, dello spazio, del tempo), un puro fenomeno dicevo, che peraltro non può sentirsi soddisfatto del suo stato, tranne illusori momenti di felicità, brevi illuminazioni»), e ben presto passerà a caratterizzare l’intero orizzonte ideologico della ricerca montaliana, come dimostra  Elegia, composta nel gennaio del 1918, che sembra assumere un significato esemplare:

Non muoverti.

Se ti muovi lo infrangi

È come una gran bolla di cristallo

sottile

stasera il mondo:

è sempre più gonfia e si leva.

O chi credeva

di noi spiarne il ritmo e il respiro?

Meglio non muoversi.

È un azzurro subacqueo

che ci ravvolge

e in esso

pullulan forme imagini rabeschi.

Qui non c’è luna per noi:

più oltre deve sostare:

ne schiumano i confini del visibile.

Fiori  d’ombra

non  visti, imaginati,

frutteti imprigionati

fra due mura,

profumi tra le dita dei verzieri!

Oscura notte, crei fantasmi o adagi tra le tue braccia un mondo?

Non muoverti.

Come un’immensa bolla

Tutto gonfia, si leva.

E tutta questa finta realtà

scoppierà

forse.

Noi forse resteremo.

Noi forse.

Non muoverti.

Se ti muovi lo infrangi.

Piangi?

E, ancora, si pensi a «il nulla e il vuoto» di Forse un mattino andando, al «mondo» che «esiste» di Vento e bandiere, a «gli scorni di chi crede / che la realtà sia quella che si vede», alla «realtà incredibile e mai creduta» de L’alluvione, al «nulla» ripetuto quattro volte nella poesia In negativo del 1974 («[…] Non c’è stato / nulla, assolutamente nulla dietro di noi, / e nulla abbiamo disperatamente amato più di quel nulla»).

«Prodigio: incontrarsi in altrui frugando in se stessi»

A orientare questa evoluzione è la lettura (frammentaria, perché Montale non legge, ma «sbircia») dei contingentisti francesi (ne parla anche nella Intervista immaginaria) – Bergson, e Boutroux soprattutto –  tutta giocata  sul motivo della lacerazione tra «immanenza» e «trascendenza», che solo un «miracolo», a tratti, può sanare: la storia del mondo procede, dunque, per illuminazioni. E di lì a poco a chiudere il cerchio arriverà anche Šestov (l’altro filosofo citato nell’Intervista immaginaria), l’esistenzialista russo di cui, nel 1923, viene pubblicato in francese Les Révélations de la mort, Dostoevskij-Tolstoj, da cui Montale apprende la possibilità di una «seconda vista», di un «sapere ingiustificato ed ingiustificabile» che crea una rottura all’interno dell’ordine naturale delle cose, anzi della «conoscenza normale» (l’«istante di grazia gnoseologica (ed eudemonologica)», dirà ancora Contini). La riflessione di Šestov, partita dal tentativo di spiegare le maglie del tessuto della letteratura dostoevskijana e tolstoiana, incrocia Boutroux e alcuni dei più importanti nodi nevralgici dell’evoluzione poetica montaliana: «miracolo» e «necessità», e il «muro», concetto fondamentale per Dostoevskij e decisivo nella filosofia (e nella scrittura) degli Ossi.

Nelle Occasioni tali termini scompaiono, ma riemergono nella trama narrativa della poesia, indirettamente, attraverso un processo di assorbimento, sotto forma di immagini corpose, quasi tattili, «materia di visione» direbbe Eliot. Ecco, allora che il «miracolo» diviene fisicamente una «coppia di sciacalli al guinzaglio», un «frastaglio di palma bruciato dai barbagli dell’aurora», una «luce di lampo», una «folgore», una «gondola che scivola», la luce «rara» di una petroliera. Sullo sfondo, come contraltare, la presenza costante degli «automi», dello «spazio breve dei giorni umani», di una «ruota» che «non s’arresta», di un «cerchio» che «non s’apre». Con il passare degli anni si assiste ad un reiterarsi di motivi che, però, tendono ad essere deprivati di valore e di senso, risemantizzati: «[…] Quanto tempo è passato / da quando mi attendevo colpi di scena / resurrezioni e miracoli a ogni giro di sole»  (Fine di settembre), «Dopo i filosofi dell’omogeneo / vennero quelli dell’eterogeneo / Comprendere la vita  / lo potevano solo i pazzi / ma a lampi e sprazzi / e ora non c’è più spazio / per la specola» (Dopo i filosofi dell’omogeneo), «[…] mi sembra sciocco chi crede / che la vita non soffre interruzioni / non si tratta di morte e resurrezioni / ma di lunghe discese agl’Inferi dove ribolle / qualche cosa non giunta al punto di rottura» (Monologo).

La nascita di uno stile

La frammentarietà dell’esperienza umana che si compie in un tempo apparente non coincide, però, in Montale con un irrazionalismo outré. La simpatia per le «scritture degli avanguardisti», che lo incita a una difesa del «barocchismo» e dell’«obscurisme» («1⁰ L’arte è sempre incomprensibile. 2⁰ Se un elemento accessibile vi è incluso, esso non è che qualche cosa di estraneo, di appiccicato; è il tarlo che corrode la salda compagine dell’opera», p. 136), non lo induce ad escludere l’idea che tale frammentarietà possa essere recuperata attraverso l’arte. Nel Quaderno, in riferimento a Duhamel, egli dimostra un certo entusiasmo per una poesia concepita come «escavazione, sondaggio, penetrazione» («l’immagine è una conoscenza del mondo, che vale quanto quella scientifica, ed ha un carattere grande e quasi religioso»), in opposizione ad un’altra intesa come «puro lampeggiamento intuitivo», ossia la linea del Rimbaud delle Illuminations, definito «grande adolescente, Nume inconscio» (p. 63). Seppure in forma ancora embrionale, l’intuizione è già quella di una scrittura poetica che non rinunci al «cemento struttural-razionale» grazie all’«approfondimento dei valori musicali» (Esiste un decadentismo in Italia?) e, di conseguenza, il rifiuto della «ineffabilità», del «ridursi allo stato di automa che diffidi del proprio pensiero e scriva solo in stato di sonnambulismo», come dirà anni dopo in un saggio dedicato ad Eliot (Invito a T.S. Eliot). Se da una parte la suggestione principale che anima Montale è la dissipazione esistenziale, la non-continuità dell’individuo unita ad una non-continuità temporale, dall’altra si inizia a intravedere la ricerca di uno stile capace di ritrarre questo relativismo, rispettando «i propositi di chiarezza e concretezza», una oggettività che ha le sue radici nella vita provata, nel «fisico» della realtà vera, come Montale dirà a proposito di Enrico Pea nel 1925. La direzione è quella di un «realismo», non ancora «assoluto» (formula coniata per Joyce sulla scia di Pound), che lotti contro il «solipsismo» (Quaderno genovese, p. 136), di un’«arte concretata» che tende a ritrovare «dopo scavi, macerazioni e complesse esperienze, un’arrotatura, e un cristallo» (Montale per Umberto Saba nel 1926). L’obiettivo non sarà mai, però, quello di una costruzione oggettiva che si esaurisce in una rigida e astratta registrazione dei dati ambientali, ma di una poesia capace di abbattere la barriera costituita dai fatti esteriori, e di penetrare la sfera più intima delle azioni umane. Qualcosa di molto simile, verrebbe da dire, a quella poesia dantesca di cui parlerà Eliot, atta a «rendere visibile ciò che è di natura spirituale», a passare  dall’«idea all’immagine» (T.S. Eliot, Dante [II]). Ed è proprio in questa oscillazione strutturale tra «esperienza quotidiana» e «memoria d’assoluto» (la bellissima formula è di Vittorio Sereni in Letture preliminari) che sta tutta la cifra stilistica montaliana, capace di saldare la «verticalità lirica» con la «volontà orizzontale della scrittura», la poesia e la non-poesia.

Su Montale negli ultimi anni…

Nell’intento di evidenziare l’intenso lavoro editoriale degli ultimi anni, si segnala l’uscita commentata della Bufera e altro, a cura di Niccolò Scaffai e Ida Campeggiani nel 2019, e anche la recentissima riedizione di Farfalla di Dinard, sempre a cura di Scaffai, e del Quaderno di traduzioni, a cura di Enrico Testa, tutte per Mondadori nella collana dello Specchio.

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