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diretto da Romano Luperini

L’invenzione della solitudine: padri, figli, memoria secondo Paul Auster

 C’è anche la tentazione (…) di guardare il mondo come se fosse un’estensione dell’immaginario. Talvolta ad A. è accaduto anche questo, ma non gli piace credere che sia una buona soluzione. Come tutti, anche lui anela a un significato. Come quella di tutti, la sua vita è così frammentaria che ogni volta che scorge un rapporto fra due frammenti ha la tentazione di attribuirgli un significato. Il rapporto esiste: ma dargli un significato, guardare oltre il semplice dato del suo esistere, vorrebbe dire costruire un mondo immaginario all’interno di quello reale, e lui sa che l’operazione non regge. Nei momenti di maggiore coraggio, ammette l’assenza di un significato come principio fondamentale, accettando la necessità di vedere che cosa ha davanti (seppure, contestualmente, dentro di sé). (…) Ci sono il mondo e le cose che si incontrano nel mondo, e parlare a loro vuol dire trovarsi nel mondo. (…) Allora lui scrive: entrare in questa stanza è dissolversi in un luogo dove si incontrano il presente e il passato. (…)

L’invenzione della solitudine.

(P. Auster, L’invenzione della solitudine, Einaudi 1997, pp.151-152)

Due chiavi

L’invenzione della solitudine è il racconto di questo dissolversi in un luogo dove si incontrano il presente e il passato. È la mappa di questo luogo. Per questa ragione l’ho letto, dopo aver perso i miei genitori: alla ricerca di un orientamento. Non me ne vogliano quindi i lettori di Paul Auster se manterrò lo sguardo sulla mappa, senza prendere in considerazione altre opere dello scrittore statunitense, pure molto amate, pure non distanti da questo tracciato: voglio entrare nel luogo dove la memoria si fa.

Due sono le chiavi d’accesso di Auster: essere figlio ed essere padre; e corrispondono ai due momenti di cui il racconto si compone. Benché forgiate separatamente, con materiali diversi, le due chiavi aprono in realtà la stessa porta: quella che immette nel magazzino della memoria, dove, nel tentativo di trovare – se non un significato – stabilità di rapporto, si confrontano i frammenti dell’esistenza di ognuno, irrelati e gravi per assenza di significato.

Nella prima parte (Ritratto di un uomo invisibile) i frammenti da ricomporre sono apparentemente quelli della vita del padre, così oscura, così estranea al figlio che, subito dopo la sua morte, si trova ad aggirarsi nella sua casa, fra i suoi oggetti, fra le ombre lunghe di una storia familiare che si snoda, dal principio del Novecento, difficile e gravata da un delitto; una storia di cui il figlio sembra non far parte e che pure finisce inesorabilmente per appartenergli. Qui il narratore (in prima persona) procede ricompattando i frammenti come fossero tessere di un puzzle, all’interno di un quadro temporale cui l’atto stesso del narrare conferisce (o forse restituisce) spessore, tridimensionalità. Meno riconoscibile nella sua tessitura l’operazione di aggregazione dei frammenti che costituiscono l’esperienza del figlio divenuto padre, che la voce narrante (in terza persona) indica semplicemente con «A.»: in questa seconda parte (Il libro della memoria) sembra prevalere come paradossale principio ordinatore una sorta di clinamen che casualmente, ma anche necessariamente, determina all’incontro gli atomi sparsi di una paternità fatta di accadimenti connotati nel tempo e nello spazio, eventi interiori, immagini, cose, letture e reminiscenze.

A tenere insieme le due parti non è solo e banalmente il tema, ma la postura e lo stile di chi scrive accettando la necessità di vedere che cosa ha davanti: se guarda al passato, senza cedimenti nostalgici; se guarda al presente, senza cinismo d’accatto.

Essere figlio

Digiuno di passioni per le cose, le persone o le idee, incapace o avverso a svelarsi in qualsiasi circostanza, era riuscito a mantenersi staccato dalla vita evitando di tuffarsi nel vivo delle cose. Mangiava, andava al lavoro, aveva amici, giocava a tennis, eppure non era presente. Era un uomo invisibile nel senso più profondo e più concreto: invisibile agli altri, e molto probabilmente anche a se stesso. Se da vivo continuavo a sondarlo cercando in lui il padre che non c’era, sento ancora il bisogno di cercarlo da morto. La sua morte non ha cambiato nulla. L’unica differenza è che mi manca il tempo. (p.5)

La ricerca ha inizio dalla sua casa, «un’abitazione imponente: antica, massiccia, in stile Tudor» (p.5), status symbol il cui «prestigio superava la tetraggine» (p.6), «metafora» della vita del padre, «rappresentazione esatta e fedele del suo mondo interiore» (p.7):

Perché sebbene osservasse la decenza e la conservasse più o meno nelle condizioni del passato, essa subì un graduale e implacabile processo di disgregazione. Era ordinato, rimetteva sempre le cose al posto giusto, ma non curava niente, niente veniva pulito. (…) La casa divenne squallida, entrarci era deprimente: sembrava di stare nell’abitazione di un cieco. (pp.7-8)

Così come la casa appariva in buon ordine, ma in realtà stava crollando dal di dentro, quell’uomo calmo e quasi sovrumano nella sua impassibilità era preda di un furore interno tempestoso e irrefrenabile. (p.30)

Il figlio si ritrova a dover svuotare quella casa da solo e in fretta, turbato non soltanto dalla scomparsa del genitore, in sé dolorosa, ma da un pensiero che diventa inquietudine più violenta del dolore: «il constatare che non aveva lasciato tracce» (p.4): perché, nonostante la casa sia zeppa di oggetti, «di per sé le cose sono amorfe: assumono significato solo in funzione della vita che ne fa uso» (p.8). Che vita è stata quella di Samuel “SonnyAuster? Figlio di una «autentica Matrona Ebrea, (…) ferrigna, irriducibile, una marescialla» (p.50), orfano di padre per ragioni traumatiche e inconfessabili, ultimo di quattro fratelli, legati da «reciproca fedeltà» contrassegnata da «qualcosa di medievale» (p.48), sposato a trentaquattro anni, divorziato a cinquantadue, abituato a lavorare dall’età di nove, lentamente ha trasformato la bottega artigiana (dove, ancora ragazzo, riparava radio) in un negozio di elettrodomestici, poi in un emporio di mobili, approdando infine al mercato immobiliare, dove si  è arricchito («la povertà sofferta da bambino gli rese la ricchezza sinonimo di immunità dal male», «protezione» e «non voluttà», «antidoto» e «non elisir», p.55); è stato per se stesso «un principale molto esigente, assai più severo di qualunque estraneo» (p.55), ma, prima del matrimonio e dopo il divorzio, «buontempone, gaudente, tiratardi» (p.13). E però non basta, questo, a fare il ritratto di un uomo invisibile, perché «nemmeno i fatti dicono sempre la verità» (p.19) ed essa piuttosto si annida «dietro le quinte della memoria» (p.22), nella percezione di quei fatti piuttosto che nei fatti in sé; ed è percezione di «assenza» (p.19), di «desiderio parossistico» (p.20) e di frequenti e reciproche «delusioni» (p.20): delusione del figlio, che «caparbiamente continuava a sperare in qualcosa che non gli fu mai concesso» (p.20); delusione del padre, per il quale «avere messo al mondo un figlio poeta non aveva alcun senso» (p.62). Sino alla rivelazione finale:

Ora capisco che ogni evento è azzerato dall’evento successivo, che ogni pensiero ne genera un altro uguale e contrario. Impossibile affermare qualcosa senza riserve: era buono, era cattivo; era questo, era quello. Tutte le affermazioni sono vere. A volte ho l’impressione di descrivere tre o quattro individui differenti, ciascuno distinto o in contraddizione con gli altri. Frammenti. O l’aneddoto come forma conoscitiva.

Sì. (p.63)

Essere padre

Quando muore il padre (…) il figlio diviene padre e figlio di se stesso. Guardando suo figlio si rivede nel volto del bambino. Immagina ciò che vede il bambino quando lo guarda, e si accorge di trasformarsi nel padre di se stesso. Inspiegabilmente la sensazione lo commuove: non soltanto la vista del bambino, e nemmeno il pensiero di vivere in suo padre, ma quanto nel bambino rivede del suo passato scomparso. È forse nostalgia della sua vita ciò che sente, un ricordo dell’infanzia, da figlio di suo padre. Allora si ritrova incomprensibilmente a tremare di gioia e sofferenza, se ciò è possibile, come se procedesse insieme avanti e indietro, nel futuro e nel passato. E ci sono momenti, e ce n’è spesso, in cui tali sensazioni sono talmente forti che la sua vita non sembra più svolgersi nel presente. (pp.79-80)

Il movimento che attraversa Il libro della memoria (a sua volta diviso in quindici segmenti) è proprio quello di una spola, che procede insieme avanti e indietro, nel futuro e nel passato, facendo del presente crocevia  di ricordanze e di attese, terreno di prova di una ricerca di significato che ha i suoi strumenti nella memoria e nelle parole. È su questi strumenti che si sofferma, e a lungo, l’attenzione del narratore, rinnovandone funzione e finalità: attenzione invero necessaria e doverosa da parte di chi ammette l’assenza di un significato come principio fondamentale, eppure di quel significato si mette alla ricerca:

Capì che (…) non c’era differenza fra il lavoro di scrivere e quello di vedere. Poiché nessuna parola può venire scritta senza prima essere stata vista, e prima di trovare la strada fino alla pagina dev’essere stata parte del corpo, una presenza fisica con cui si è vissuti proprio come viviamo con il nostro cuore, lo stomaco, il cervello. La memoria, quindi, non tanto come passato che racchiudiamo in noi, ma come prova del nostro vivere nel presente. Se un uomo vuole essere davvero presente fra le cose che lo circondano, non deve pensare a se stesso, ma a quello che vede. Deve dimenticare se stesso per essere lì; e da questo oblio nasce il potere della memoria. È un modo di vivere la propria vita affinché nulla vada perduto. (pp.141-142)

Una lingua non è verità: è il nostro modo di esistere nel mondo. Giocare con le parole significa semplicemente esaminare i meccanismi della mente, rispecchiare una particella del mondo così come la mente la percepisce. Analogamente il mondo non è solo una somma delle cose che contiene. È la rete infinitamente complessa dei rapporti che le collegano. Come per i significati delle parole, le cose acquistano un senso solo mettendosi in relazione reciproca. (pp.166-167)

Rintuzzando Auster in A., il narratore gli fa dimenticare se stesso e, sottraendolo al diario melenso come alla cronaca disincantata della propria esperienza di figlio e di padre, segnata dalla cifra patetica della contingenza, lo proietta nella vicenda eternamente presente della ricerca della rete infinitamente complessa dei rapporti che collegano le cose, e i figli ai padri. E la ricerca culmina nella domanda della vita:

È vero che per diventare un bambino in carne e ossa devi tuffarti negli abissi marini e salvare tuo padre? (p.77)

Del tutto priva del dolciastro sapore disneyano e tesa piuttosto nel dialogo col Pinocchio di Collodi (e con Giona prima di lui), la domanda è disarmante, come tutte le domande dei bambini, «prealfabeti» e per questo dotati «di una memoria incredibile», di una illimitata «attitudine a osservare i dettagli, a notare un oggetto nella propria singolarità» (p.171). Osservando il figlio, il padre si rivede a sua volta figlio di suo padre e deve salvare suo padre per salvare sé. Deve raccontare il figlio per raccontare come lui stesso da burattino sia divenuto uomo; per raccontare, cioè, la vicenda di ognuno di noi.

Pinocchio fu l’alter ego di Collodi, e dopo averlo creato Collodi si rivide in lui. Il burattino era diventato l’immagine della sua infanzia. Per questo intingere Pinocchio nel calamaio fu come usare la creatura per scrivere la storia a beneficio di se stesso. Perché è solo nel buio della solitudine che ha inizio l’opera della memoria.  (p.170)

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