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diretto da Romano Luperini

Realismo capitalista

Confesso di non aver sentito parlare di Mark Fisher, critico sociale e blogger di culto britannico, fino a poche settimane or sono. Avevo invece incontrato qua e là l’espressione «realismo capitalista» (che vedremo meglio fra poco), che è anche il titolo della sua opera più nota (2009), tradotta anche in italiano per l’editore Nero (Roma, 2018). Una serie di casuali incontri con citazioni e riferimenti in varie riviste o giornali mi hanno fatto poi collegare autore e titolo, e ho acquistato e letto d’un fiato questo prezioso pamphlet. Mi permetto di suggerirne la lettura ai docenti che frequentano questo sito e che non l’avessero da soli incontrato, sia perché è d’interesse generale, e l’intreccio fra temi sociali e culturali è oggi, come sempre, ineludibile, sia perché uno spazio tutt’altro che marginale è dedicato alla scuola, alla formazione, all’immaginario e perfino all’inconscio.

Il pamphlet non è un genere minore, anche se certo non tutti i pamphlet sono grandi opere. Appartengono a questa categoria Il principe di Machiavelli (a suo modo), Una modesta proposta… di Swift e Candide di Voltaire, per citare grandi capolavori. La scrittura saggistica e l’intento divulgativo vi s’incontrano, così come la riflessione filosofica, la prospettiva satirica o critica e l’esperienza quotidiana; il tutto dev’essere anche efficacemente condensato ed esposto in maniera argomentata sì, ma asseverativa. Non vorrei, con tali esempi, esagerare la portata del libello di Mark Fisher, ma certo in esso questi intrecci sono evidenti e rilevanti, e tale densità rende ardua e frustrante una concisa esposizione del libello.

Come in tutte le scritture del genere, qualcuno potrà sostenere, a ragione, che gli argomenti trattati e le prospettive che vi si prediligono sono già stati affrontati e detti da altri, prima e durante questi anni, con più ricchezza argomentativa e analitica. Chi conosce Bauman, ad esempio (peraltro mai citato dall’autore), chi ha tratto profitto da Adorno, Horkheimer, Anders, riconoscerà una discendenza di Fisher da questi autori. È inevitabile. Ciò non toglie nulla al valore di questo libretto, che trova i suoi interlocutori privilegiati, fra gli altri, in Jameson e in Žižek, ma che sceglie anche numerosi punti d’appoggio nel cinema, nel rock, in varie forme culturali britanniche e statunitensi su cui non saprei seguirlo, ma che appaiono nella sua argomentazione molto convincenti.

Ma riprendiamo il titolo, Realismo capitalista; in verità nella originaria edizione inglese c’era anche un significativo sottotitolo: Is there no alternative? Esso fa da ironico controcanto a una celebre frase di Margareth Thatcher, appunto there is no alternative. Non c’è alternativa al capitalismo, nella sua brutale versione mercatista. Ed è ovvio che la critica di Fisher è volta a commentare questa posizione. A commentarla, non solo a contestarla. Perché essa è così profondamente innervata nell’immaginario contemporaneo da aver ormai ottenuto un’egemonia globale. E il risalire lungo questa china è un programma disperante: anche perché, a quanto pare, è arduo trovare progetti in proposito, e semmai si assiste alla lieta, o disperata, o passiva e impotente introiezione dei valori e dei dispositivi tecnici, ma anche, per questa via, dell’etica e dell’immaginario, che il capitalismo globalizzato impone, senza apparente sforzo. Il repressivo «discorso del padrone» o del Padre (per utilizzare una categoria lacaniana) è stato sostituito dal «discorso del capitalista», edonistico e dissolvente. Il Realismo capitalista, con cui Fisher propone tra l’altro di sostituire il termine «postmodernismo», è la forza che finisce col vedere il capitale come un’ontologia, l’opporsi alla sua pervasività come un semplice atteggiamento gestuale, il cinismo (ossia quel comportamento, dice Fisher citando Žižek, che consente di dichiararsi interiormente contrari a quei comportamenti che pure, volenti o nolenti, continuiamo a mantenere) come unica arma di difesa (e qui vediamo punti di contatto con quanto ha scritto in Francia Colette Solers, e in Italia Recalcati, fin quando ha ritenuto di elaborare un pensiero originalmente critico). Ma il cinismo non va giudicato con criteri moralistici: esso è il risultato dell’impotenza, prima che dell’adattamento opportunistico: se il “padrone” (soprattutto ora che è praticamente invisibile) è troppo forte, l’unica via di sopravvivenza è quella di adattarsi allo stato dei fatti e, ove possibile, ottenere qualche accidentale vantaggio. Il dominio del capitale non può darsi senza una qualche forma di complicità, anche se inconsapevole, da parte di tutti noi, specialmente – sostiene Fisher – delle anime belle che reputano malvagio il capitale e il dominio dei mercati, e che così si mondano agevolmente da ogni responsabilità.

Fisher parla sempre esplicitamente di Capitale, unica causa sistemica e radicale di tutti i problemi apparentemente contingenti e isolati, e reagisce così all’allergia alle Grandi Narrazioni. Chiamare un sistema globale e ubiquo col suo nome è da tempo poco elegante, ma bruscamente efficace. Negli anni Ottanta l’età capitalistico-borghese cominciò a essere chiamata il Moderno, e ciò è giusto se si guarda agli aspetti culturali e antropologici degli ultimi secoli; ma a patto di non dimenticare che c’è un assetto sociale alle spalle delle culture. Nascondere il Capitale dietro la Modernità, parlare di società complesse piuttosto che di capitalismo (come se società complesse non fossero anche l’impero bizantino o il brutale impero dei Mongoli) è, insomma un modo per nascondere e rimuovere il problema dietro una pensosa articolazione lessicale.

Un passaggio cruciale nel libro è per l’appunto dato dall’occultamento del Reale da parte di mille empiriche realtà. Se il realismo capitalista è proprio quel processo mediante il quale si occultano «quei “reali” che sottendono la realtà per come il capitalismo ce la presenta» (p. 53; e qui Fisher richiama direttamente e indirettamente Lacan), è necessario innanzi tutto procedere a un’azione di disvelamento: in fondo, si tratta del vecchio programma di Marx. Fisher ci propone tre temi, tre esempi di quella modellizzazione preventiva di paure desideri e speranze che egli chiama precorporazione, mediante la quale quel che è il frutto del processo produttivo e finanziario, della colonizzazione delle coscienze e perfino dell’inconscio, appare come dato naturale e incorporato nella vita: 1) la catastrofe ambientale. Certo non un tema nascosto, anzi esibito a tutto spiano dai media, e tuttavia trattato ottimisticamente mediante una rappresentazione soft già attraverso il linguaggio: sostenibilità, cultura green e altro, che non fanno altro che coprire un gigantesco processo di riconversione industriale e dunque di accrescimento del saggio sul profitto; tuttavia questo argomento è, se non altro, terreno di contesa. Più nascosti sono gli altri due momenti critici: 2), la sofferenza mentale, la depressione innanzi tutto, ridotto a fatto naturale e dunque a privatizzazione dello stress (ricordate il vecchio saggio di Simmel La metropoli e la vita spirituale, del 1903? Era l’antecedente della situazione attuale): il fatto che il disagio mentale sia così pervasivo e diffuso dovrebbe proprio dimostrare la disfunzionalità del capitalismo;  e, 3), la burocrazia, la cui pervasività e stupidità ha di gran lunga superato il grottesco dello stalinismo, e che pretende di presentarsi come oggettività e efficienza, mentre è semplicemente (!) decentralizzazione e anonimità delle responsabilità (qui Fisher richiama Kafka). E depressione e burocrazia ricompaiono nelle pagine sulla scuola e sull’insegnamento, argomento al quale Fisher dedica per intero un capitolo, il quarto; mentre vari richiami dedicati alla burocrazia si trovano sparsi nel libro. In queste situazioni si può ben riconoscere chiunque, a qualunque livello, abbia frequentato come docente gli edifici scolastici e universitari. Il fatto che le esperienze di Fisher, relativamente all’incomprensibile e pervasivo mostro burocratico, siano specificamente britanniche non è di consolazione: da noi le cose, con qualche anno di ritardo, si mettono allo stesso modo, e identica sembra la reazione di insofferenza: la burocrazia, il Grande Altro, il mostro del pensiero ufficiale, del linguaggio delle competenze, delle verifiche, delle procedure, non è tollerato, prende tempo ed energie senza alcuna utilità: eppure un po’ tutti ci sottoponiamo, masochisticamente, ad attività e servigi perfino umilianti, scuotendo via il fastidio mediante la consapevolezza, meramente etica, di non condividere quei sistemi e valori, pur subendoli e di fatto collaborando.[1]

La scuola, e anche l’università, sono per Fisher un esempio lampante del passaggio dalle società disciplinari, e del controllo esterno, studiate da Foucault, alla «società del controllo» (Deleuze) e della «sorveglianza interna». Ma non si tratta di autodisciplina, bensì di «impotenza riflessiva», di «immobilizazione». Gli studenti sanno che la situazione è brutta, ma sanno anche che non possono farci niente. Si accomodano così in una situazione di edonia depressa, di complicità col sistema. L’uso degli auricolari è un esempio particolarmente calzante. Gli studenti li utilizzano anche a basso volume, ritenendo di non esserne disturbati, talvolta li tengono in funzione anche senza applicarli alle orecchie. Ma la capacità e l’intento di concentrazione sono pari a zero. Perché del resto concentrarsi se non serve a nulla? Meglio rimanere passivamente imbrigliati nella matrice dell’intrattenimento. «Se insomma la sindrome da deficit di attenzione e iperattività è una patologia, si tratta allora di una patologia peculiare del tardo capitalismo: una conseguenza dell’essere connessi a quei circuiti di controllo e intrattenimento che caratterizzano la nostra cultura consumistica e ipermediata» (p. 65; anche qui, possiamo richiamare il “vecchio” Simmel).

Stimoli importanti. Credo che chi lavora nella scuola possa e debba trarne frutto, e soprattutto prenderne coscienza; se possibile lavorare a mettere in stallo il sistema educativo. Non sarà facile, ma nulla è impossibile, e la rete può, in qualsiasi momento, smagliarsi.

[1] Mi sia consentito richiamare il passo di un filosofo dei nostri giorni, Mario Pezzella: «Essi [gli uomini] sanno benissimo di scambiare merci, di essere sotto il dominio della forma di merce, e di essere divenuti essi stessi merci forza-lavoro; nondimeno questa gli appare come una legge naturale, una condizione inalterabile e non come un effetto dell’astrazione di capitale. Quindi non si ribellano e continuano a fare ciò che comporta il loro asservimento. Il capitale e la mercificazione appaiono come condizioni naturali intrascendibili, e nonostante la distanza cinica che il soggetto prende rispetto ad essi, egli ne riconosce nondimeno l’ineluttabilità; così come non può sottrarsi al regime del godimento imposto dall’ingiunzione del capitale (https://www.fondazionecriticasociale.org/2018/11/08/il-capitalista-e-il-padrone-note-su-marx-e-lacan/#more-1367).

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