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Rileggere un classico della critica: Eros e civiltà di Herbert Marcuse

 Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.

“In questo saggio si usano categorie psicologiche, poiché sono diventate categorie politiche. Le tradizionali linee di demarcazione tra psicologia da un lato e filosofia politica e sociale dall’altro, sono state rese antiquate dalla condizione dell’uomo della nostra epoca: processi psichici un tempo autonomi e identificabili vengono assorbiti dalla funzione dell’individuo nello stato – dalla sua esistenza pubblica. Problemi psicologici diventano dunque problemi politici (…). In queste circostanze, voler applicare la psicologia all’analisi di eventi sociali e politici, significa dare al problema un’impostazione cui gli eventi stessi hanno tolto ogni validità. Si presenta piuttosto il compito opposto: sviluppare la sostanza politica e sociologica delle nozioni psicologiche.” (H. Marcuse, Eros e civiltà)

In una delle pagine più suggestive di Eros e civiltà, pubblicato in Italia nel 1964 con prefazione di Giovanni Jervis, Herbert Marcuse affidava alla psicoanalisi il compito di smascherare i dispositivi di interiorizzazione del dominio contemporaneo (“l’epoca che tende al totalitarismo anche là dove non ha prodotto stati totalitari”) improntato al profitto e all’estraneazione del lavoro. Questo libro alla fine degli anni sessanta ha conosciuto innumerevoli ristampe e, nonostante fosse assai complesso, è divenuto estremamente popolare soprattutto presso i giovani dei movimenti di contestazione e di lotta. Mezzo secolo più tardi, quella prima fortunata edizione di Eros e civiltà fa sorridere come un relitto di un’età ingenua: occhieggia nelle bancarelle dell’usato o nelle biblioteche residuali dei personaggi di Francesco Pecoraro. Non si potrebbe pensare, stando al senso comune, a nulla di più desueto nell’epoca in cui marxismo e psicoanalisi vengono considerati per decreto come gli emblemi stessi del sorpassato: il capolavoro di Marcuse, nel solco della prospettiva della Scuola di Francoforte, nella sua edizione americana (1955) recava infatti come sottotitolo A Philosophical Inquiry into Freud.

È tuttavia a partire dalla sua apparente inattualità che il libro può essere valorizzato. Due sono le ragioni per rileggerlo: il rovesciamento problematico del pensiero freudiano e la valorizzazione utopica della dimensione estetica.

1. Eros e civiltà è un saggio di critica della cultura e della società. Si tratta di un libro rivoluzionario per il modo in cui postula i rapporti tra psichepolitica: le intersezioni cioè tra vita privata, desideri, pulsioni da una parte e produzione, lavoro e consumo dall’altra. Il principale testo di riferimento di Marcuse è Il disagio della civiltà (1930) in cui Freud ritiene che la costruzione della civiltà sia legata ad una necessaria repressione degli istinti: «l’uomo impara a rinunciare ad un piacere momentaneo, incerto e distruttivo, in favore di un piacere soggetto a costrizioni, differito, ma sicuro». In termini freudiani, il principio di piacere deve essere messo da parte in favore del principio di realtà in cui gli istinti sono repressi in nome dei vantaggi derivanti dalla convivenza civile. Tuttavia, in una pagina del suo libro dedicata al “significato del lavoro per l’economia libidica” Freud accennava anche alle potenzialità di liberazione comprese nel lavoro inteso come attività liberamente scelta dagli uomini: “Eppure il lavoro come cammino verso la felicità è stimato poco dagli uomini. Non ci si rivolge ad esso come alle altre possibilità di soddisfacimento. La grande maggioranza degli uomini lavora solo se spinta dalla necessità, e da questa naturale avversione degli uomini al lavoro scaturiscono i più difficili problemi sociali.” Freud non entrava nel merito di questi “problemi sociali”, Marcuse invece in Eros e civiltà ha tentato una rilettura critica delle tematiche freudiane convinto che il pensiero del fondatore della psicoanalisi potesse offrire spunti per superare sia l’equivalenza fra civiltà e repressione sia il conflitto fra principio di realtà e principio di piacere, nella direzione di una “civiltà non repressiva” caratterizzata da nuovi rapporti fra uomo e uomo e fra uomo e natura. Per Marcuse insomma il “fatalismo” di Freud circa la necessità della repressione “non è incondizionato” e perciò cerca di  risemantizzare in senso politico l’intuizione freudiana.

Eros e civiltà su queste basi pone ai lettori la sua domanda capitale: “è possibile ipotizzare una civiltà che non ponga come condizione necessaria per la propria fondazione la repressione degli istinti umani?” Una simile domanda, utopica, sembra oggi del tutto superata dalla condizione liquida delle società tardomoderne e dalla colonizzazione dell’inconscio: come ha mostrato a esempio Bauman, i soggetti sociali odierni possono scegliere ludicamente fra infinite opzioni ma non possono scegliere di cambiare il sistema in cui agiscono. Il saggio di Marcuse, dopo esser stato un libro di culto per le generazioni della contestazione, è dunque accantonato come una sorta di «alternativa ottimistica» alla Rousseau, una versione ingenua della critica negativa di Adorno.

Eppure Marcuse, approdato in America, argomentava precocemente come nella società tardocapitalistica fosse all’opera una repressione addizionale rispetto a quella presente in qualsiasi altra affermazione storica del principio di realtà. Il suo concetto di desublimazione repressiva coglieva in anticipo l’imperativo mercificante del devi godere! che elimina le sublimazioni dell’istinto e i legami simbolici che instauriamo con gli altri: vale a dire le mediazioni interposte tra l’avvertimento delle pulsioni e il loro soddisfacimento. La pars destruens di Eros e civiltà insomma smascherava i dispositivi del marketing oggi egemoni che, propugnando una «gratificazione immediata in luogo di quella mediata», dispongono i soggetti a scambiare la socialità con la promessa perenne di una mera scarica pulsionale. Questa critica radicale viene approfondita nel successivo L’uomo a una dimensione (1964) in cui Marcuse individua il carattere specifico della repressione contemporanea (nelle società tolleranti e liberali) nell’illusoria liberazione delle pulsioni.

2. Eros e civiltà valorizza psichicamente e politicamente la dimensione estetica. Nell’ultimo capitolo di Eros e civiltà Marcuse propone una rilettura delle Lettere sull’educazione estetica dell’uomo di Friedrich Schiller. Si tratta della pars construens del volume: per Marcuse l’arte e la letteratura rappresentano una sfida al principio di realtà corrente (quello della “desublimazione repressiva” o della mercificazione delle pulsioni) perché sono il luogo della conciliazione fra principio del piacere e principio di realtà. La forma estetica media l’impulso umano del gioco che ha come suo più profondo obiettivo la bellezza e come sua meta la libertà. Non bisogna confondere l’estetizzazione della vita quotidiana imposta dalla odierna forma di vita incentrata sul consumo con questa proposta utopica di Marcuse, incentrata su mediazione e riconciliazione. Le società fondate sulla “desublimazione repressiva” conducono a una estetizzazione degradata della vita che, a ben guardare, comporta un rincaro della repressione e una scissione fra tecnocrazia prometeica e sonnambulismo del consumo.  A Prometeo, simbolo della produttività tecnica, Marcuse oppone le figure di  Narciso e di Orfeo, non nel senso di una regressione orfica ma come «immagini di gioia e compimento: la voce che non comanda ma canta; il gesto che offre e riceve; l’azione che è pace e che conclude il lavoro di conquista; la liberazione dal tempo, che unisce l’uomo al dio, l’uomo alla natura». Le immagini di Orfeo e Narciso alludono a una «redenzione del piacere», al superamento dell’opposizione tra Eros e Thanatos, tra istinto di vita e istinto di morte. Per dare al suo lettore l’idea dell’ ordine sociale che potrebbe derivare da una simile riconciliazione  Marcuse utilizza i versi di Baudelaire dai Fiori del male (“Là, tout n’est qu’ordre et beauté, Luxe, calme, et volupté”) in cui la parola ordine finisce per assumere un significato completamente diverso rispetto a ciò che il senso comune le attribuisce (primato della repressione, dell’organizzazione tecnocratica e del profitto) perché presuppone  un differente principio di realtà̀, riconciliato: il termine ordine in Baudelaire perde il suo significato repressivo e allude all’equilibrio creato dall’Eros libero, capace di valorizzare «potenzialità̀ che sono reali (…) nella natura organica e inorganica – reali ma rimosse, in una realtà̀ non-erotica».

Sia detto di sfuggita, a beneficio di chi insegna letteratura: il superamento erotico e utopico dell’opposizione violenta tra uomo e natura è stato tematizzato, con analoghi strumenti psicoanalitici,  da alcuni dei maggiori scrittori italiani del secondo Novecento: da Paolo Volponi nel romanzo fantascientifico e utopico Il pianeta irritabile (1978) e da Andrea Zanzotto  nel poemetto Filò (1976) o  nella prosa Il paesaggio come eros della terra (2006). Per entrambi, come per Marcuse, ma in forme poetiche, immaginative e figurali anziché filosofico-saggistiche, la struttura istintuale umana e il rapporto uomo-natura divengono un problema politico.

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