Il giorno mangia la notte: la Milano tesa di Silvia Bottani
Come accade in molta narrativa italiana contemporanea il romanzo di Silvia Bottani, promosso da Luci a Galifos (https://luciagalifos.com/), progetto editoriale di scoperta e promozione di autori esordienti, mette al centro della vicenda non solo le relazioni umane ma anche uno spazio, che si fa a sua volta personaggio. Anzi Milano è forse “il” personaggio chiave de Il giorno mangia la notte (SEM), ambientato in una metropoli rappresentata nei suoi quartieri multietnici, nei “boschi della droga” come Rogoredo, nelle bische clandestine, nei bar-slot aperti fino a tarda notte:
La Bovisa, zona nord della città, è uno strano miscuglio di case della vecchia Milano abitate da anziani e immigrati, e nuovi loft arredati da precari digitali con mobili Ikea e pezzi di modernariato comprati ai mercatini. Accanto a via Negrotto, tra il passante ferroviario e un lembo di terra che è ancora campagna, si staglia il grande insediamento rom, concessione del Comune. […] Guardò i due camerati, poi fece un cenno: i tre si mossero rapidamente tra le roulotte, attenti a non farsi vedere. […] Un fiammifero strofinato contro il cemento e, dopo qualche istante in cui tutto pareva immobile si alzarono le fiamme. Corsero via, alzando la polvere con gli anfibi. (p.9)
Il libro offre uno spaccato su una città per lo più periferica dove i conti si regolano in proprio, dove forme rinnovate di squadrismo urbano cavalcano l’esasperazione collettiva, dove crescono xenofobia, ludopatia, rabbia, solitudine.
Al centro del romanzo è Naima, marocchina di seconda generazione che vive a Milano con la madre Fadila. In una sera d’estate quest’ultima interseca il suo destino con quello di Giorgio, cinquantenne fallito, perennemente a corto di denaro che la scippa per pochi spiccioli. Nel tentativo disperato di rincorrere il ladro, Fadila viene travolta da un’auto e resta sull’asfalto gravemente – irrimediabilmente – ferita. Il terzo vertice di questo triangolo di comprimari è Stefano, stagista in uno studio legale prestigioso, militante neo-fascista e camerata ambizioso, figlio di Giorgio di cui mal sopporta tanto la boria quanto la disfatta.
È dall’incrocio di questi personaggi e delle loro vite – attorniate da altri, esemplari di tanti tipi umani dell’ipercontemporaneità – che nasce il plot, all’insegna di una crescente tensione che è, insieme alla rappresentazione della città, l’elemento più riuscito del romanzo e che nasce dalla rabbia che muove i personaggi, con le loro inquietudini esistenziali e sociali, i loro buchi neri relazionali, le loro insoddisfatte aspirazioni; hanno identità solo in apparenza consolidate, che il confronto con l’Altro metterà in discussione.
Naima è un fascio di nervi, un corpo pensante: sembra che riesca a comunicare solo con i muscoli, tesi nello sforzo fisico del kickboxing o del sesso. In questo è un personaggio femminile originale: una figura anticonformista e brusca, spigolosa e solitaria, a tratti perfino sgradevole. Tuttavia è più fragile e incompiuta di quanto voglia far credere perfino a se stessa. Stefano si alimenta di una ideologia che fa della supremazia fisica e della violenza di gruppo i suoi strumenti e con questo sembra mettere a tacere i suoi fantasmi interiori. Anche per lui, seppur in modo diverso da Fadila, la frequentazione della palestra è un modo per allenare il corpo, macabramente tatuato, e per essere pronto a scaricare la rabbia sui più deboli. Giorgio, infine, è un uomo ferito – la fine del suo matrimonio è “la” cicatrice mai rimarginata – che reagisce solo grazie agli stimoli artificiali dell’alcool e della cocaina: infatti, i rari progetti utili a rimettersi in piedi vengono annullati dalle dipendenze di cui è succube.
Il punto forte del romanzo sta dunque nella tensione generata dallo scontro di identità e dal desiderio che, al di là della volontà cosciente, muove Naima e Stefano l’uno verso l’altro. In più di un passaggio del romanzo c’è, però, una forma di eccesso con cui l’autrice tratteggia i suoi personaggi: un eccesso che sembra stemperarsi in un finale aperto. La scrittura di Silvia Bottani, insomma, non riesce del tutto a liberarsi da alcuni stereotipi enfatici, egemoni oggi nelle narrazioni letterarie e filmiche metropolitane, o dalla tendenza a rendere la sua rappresentazione per contrasti netti, piuttosto che per sfumature. Tuttavia sa darci, nel complesso, una rappresentazione originale e interessante per tipizzazione sociale e per tensione narrativa.
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