Le otto montagne di Cognetti, romanzo problematico. Replica a Paolin
Pubblichiamo questa recensione al romanzo di Paolo Cognetti, Le otto montagne (Premio Strega 2017), che si configura anche come una replica all’intervento sul medesimo libro di Demetrio Paolin (disponibile al link ) proponendone una diversa interpretazione.
Il successo del romanzo di Paolo Cognetti Le otto montagne, vincitore del premio Strega, ha portato molte persone che vivono in montagna, abitualmente non lettori, a leggerlo e a discuterlo: un fatto di per sé rilevante. Mi riferisco in particolare agli abitanti della Valle d’Aosta e, più specificamente, a quelli della val d’Ayas, che hanno avvertito curiosità verso un libro che parla di luoghi e di persone a loro note: in una delle valli laterali è ambientato il romanzo e in un’altra vive per alcuni mesi all’anno il suo giovane autore. Se poi, come egli sostiene, la storia narrata abbia un carattere universale perché affronta il rapporto dell’uomo con la montagna, sarà qualcosa di cui discutere. Resta il fatto che le reazioni dei lettori montanari con cui mi è capitato di parlare sono state diverse: per lo più di immedesimazione, di interesse, di empatia, ma talora anche di estraneità, di distanza o di freddezza. Una spia, a mio parere, delle contraddizioni implicite nel romanzo: quelle dello scrittore, che si proiettano al suo interno, e quelle dei suoi personaggi. Paolin lo considera invece privo di problematicità, dal carattere “moralmente edificante, perché quello che l’autore vuole profondamente comunicarci con il suo libro è che esiste una speranza, che esiste qualcosa di buono e consolante”. Se queste sono le intenzioni di Cognetti, che, rifacendosi alla sua esperienza, vede la salvezza nella montagna, credo tuttavia che il romanzo contenga uno spessore problematico e che sia utile separare i due piani che si intersecano tra di loro: quello della biografia e quello della scrittura.
La narrazione è condotta in prima persona e presenta numerosi riferimenti autobiografici, evidenti anche dalle molte, troppe, esplicitazioni dell’autore sulla sua esperienza di vita. Negli incontri con il pubblico, al festival della montagna da lui organizzato nel luglio scorso, in numerosi articoli e interviste, Cognetti ha infatti raccontato come intorno ai trent’anni, in un periodo di grave crisi esistenziale e politica, dopo avere visto il film Into the wild, tratto dall’omonimo romanzo di Krakauer, abbia scelto di andare a vivere in montagna e vi abbia ritrovato un equilibrio interiore. Il lettore ingenuo è portato perciò a identificare l’autore con il narratore/protagonista, nonostante gli scarti anche anagrafici tra i due (Cognetti è nato nel 1978; Pietro nel 1973), e a considerare vera la storia narrata, che naturalmente presenta invece una profonda elaborazione del vissuto, alternando realtà e finzione.
La scelta dell’autore di vivere in una baita a 2000 metri comporta necessariamente, come egli ha ricordato senza retorica, un adeguamento a una realtà non facile sul piano materiale (approvvigionamento di cibo, di legna e di acqua, pesanti condizioni meteorologiche ecc…) e su quello psicologico (solitudine, fatica, incontro con la mentalità delle persone che ci abitano da sempre). Il radicamento nel territorio del “nuovo montanaro” perciò non è totale: d’autunno egli lascia la montagna e ritorna in città per risalirvi in primavera. Fra l’altro con la neve ha un rapporto complesso (“mi fa sentire isolato, rende l’andare in paese difficile o a volte impossibile, e anche camminare nel bosco è faticoso, quando a ogni passo affondi fino al ginocchio”), il rombo delle valanghe così frequenti in quest’inverno è angosciante. È contento però per gli amici montanari che con la neve lavorano.
D’altra parte il microcosmo nascosto, fuori dai flussi turistici, idealizzato luogo di protezione confligge con la storia di vita dello scrittore, si scontra con il suo passato e con altri mondi conosciuti, si amplia in una vastità di orizzonti: la squallida periferia milanese dove vive da bambino e da ragazzo; la sua infanzia solitaria e il conflitto con il padre che desiderava per lui un avvenire da scienziato; la sua “vocazione all’impegno sociale e politico” che lo portano a condividere le idee anarchiche e a partecipare ai centri sociali; il periodo vissuto a New York, dove svolge i lavori più diversi ed entra in contatto con la letteratura americana; il Nepal, dove si reca per fare documentari su realtà di montagna ben diverse da quella valdostana. Polarità e contrasti dunque nella sua esperienza di vita: città e luoghi selvaggi, modernità e primitivismo, occidente e oriente, ricchezza e povertà, solitudine e socialità. Ed anche da un punto di vista psicologico energia e vitalità da un lato, dall’altro senso di morte e di catastrofe: il ritrovamento dei corpi di alpinisti, che i ghiacciai sciogliendosi restituiscono in questi anni sempre più frequentemente, genera in lui il convincimento che la morte in montagna sia non solo messa in conto da coloro che la sfidano ma sia anche per tutti coloro che la amano quella più desiderabile; la vera tragedia è piuttosto la futura scomparsa dei ghiacciai. Da qui anche la sua difesa dell’ambiente montano. Con un articolo in prima pagina sulla Repubblica del luglio scorso, Cognetti faceva sua la battaglia per la salvaguardia di un vallone che collega la val d’Ayas a Cervinia, minacciato da un devastante progetto funiviario, condiviso per lo più dalla gente del posto: invitava i montanari, sedotti dal miraggio di un profitto economico, a riflettere sul fatto che la salvezza della montagna anche per i loro figli vale ben di più della sua distruzione. Un esempio questo del suo impegno, ribadito in una recente intervista: “non credo che andare in montagna sia ritirarsi dalla vita pubblica, dall’impegno, dalle cose che cerchi di fare nel mondo. Non è il luogo dell’eremita, ma dove io mi trovo meglio e più adatto a lavorare politicamente.”
Tale problematicità si riflette sulla scrittura sia nella rappresentazione dei temi che in quella dei personaggi.
La montagna non costituisce lo sfondo della narrazione, ma il fulcro intorno a cui ruotano e prendono corpo temi diversi.
Il paesaggio non viene stilizzato: non è né il locus amoenus, né il locus horridus della tradizione. È rappresentato nella varietà e concretezza dei suoi aspetti contrastanti e trasmette perciò sentimenti contraddittori:
(…) ogni valle possedeva due versanti dal carattere opposto: un adret ben esposto al sole, dove c’erano i paesi e i campi, e un envers umido e ombroso, lasciato al bosco e agli animali selvatici. Ma dei due era l’inverso quello che preferivamo. (p.51)
(…) anche in una mattinata del genere riuscivo a cogliere la bellezza di quel posto. Una bellezza cupa, aspra, che non infondeva pace ma piuttosto forza, e un po’ d’angoscia. La bellezza dell’inverso. (p.94)
Il topos letterario città/campagna si coniuga nella polarità Milano/Grana vissuta da Pietro bambino e adolescente, e nel conflitto pianura/montagna del padre, con cui il protagonista deve fare i conti. Nella dinamica tra il negativo del basso e il positivo dell’alto, nel suo processo di formazione Pietro arriva a scoprire che anche la vita di montagna nasconde aspetti ostili e inquietanti: il carattere selvaggio dell’ambiente si riverbera talora in inimicizie, rancori, comportamenti indecifrabili e difficoltà di comunicazione dei montanari. Non è insomma un mondo idillico.
Così il tema dell’amicizia maschile, centrale nel romanzo, pur in una certa idealizzazione, non è esente da scarti e aporie: quella di Pietro e Bruno è una storia di condivisioni e allontanamenti, di sintonie e divergenze profonde, di accettazione e non accettazione dell’altro. Pietro è colui che parte, ritorna e cerca in montagna il suo ubi consistam; Bruno è colui che resta perchè da sempre alla montagna appartiene.
Anche il tema, ugualmente centrale, del rapporto di Pietro con il padre si situa all’interno di complesse dinamiche genitoriali: il mondo materno, improntato all’affettività e alle relazioni umane, e il mondo paterno, caratterizzato da rigore e durezza, due mondi in antica tenzone di sabiana memoria. Ne è spia il diverso modo di vivere la montagna da parte dei genitori: la madre ama il paesaggio di bassa quota, dove si cammina e crescono i fiori; il padre le rocce, la conquista delle vette e i ghiacciai. Egli è modello da seguire per Pietro bambino, rifiutato in blocco nell’adolescenza; il riconciliarsi con lui e il riappropriarsi interiormente della sua figura avvengono gradualmente solo dopo la sua morte, quando egli scoprirà i segreti e i sentimenti nascosti del padre e acquisterà consapevolezza del valore dell’educazione ricevuta. Bruno invece ha avuto un padre assente e anaffettivo e in qualche modo il padre di Pietro supplisce a questa mancanza.
Sul piano tematico quindi le contraddizioni non mancano; sono anzi alla base dell’impianto strutturale del romanzo, frutto di un’attenta costruzione, in cui talora si può se mai riscontrare un certo schematismo.
A un livello più profondo aspetti contrastanti emergono nella rappresentazione dei personaggi, che rivelano inattese sfaccettature: la sensibilità del padre burbero di Pietro, la sofferenza silenziosa della madre di Bruno, che lavora come un automa nei campi. In particolare poi le contraddizioni si manifestano in tutta la loro evidenza nella storia di vita proprio del coprotagonista Bruno. Da un lato egli è per Pietro l’altra parte di sé, quello che avrebbe voluto essere, e appare per questo in qualche modo idealizzato: in lui c’è “qualcosa di assoluto”, “qualcosa di integro e puro”. Dall’altro però è perdente sul piano degli affetti e della vita comune: chiusura, introversione, incapacità di parlare di sè e di fare i conti con le emozioni, disinteresse per il guadagno lo portano all’autodistruzione. Bruno fallisce nella sua impresa di allevare mucche e vendere formaggio e la sua compagna, di fronte alle difficoltà economiche e nonostante fosse disposta a sacrificarsi con grande generosità, lo lascia. E soprattutto fallisce come padre, lasciando a lei la bambina che hanno avuto e abbandonando il suo ruolo paterno, come se in lui si riproducesse il destino di suo padre, incapace di essere tale. Il periodo felice della famiglia che lavora nell’alpeggio con alacrità, l’armonia che faceva ipotizzare al lettore un finale da vissero felici e contenti, svanisce per sempre: la storia precipita nella tragedia della morte di Bruno, che scompare nel nulla della neve.
A questo punto si dischiude il conflitto di interpretazioni sull’intero romanzo: montagna come terapia e via di salvezza o come morte e distruzione? Se Paolin lo considera un libro lieto, altri l’hanno avvertito angosciante proprio per la morte di Bruno, esattamente come avviene per quella del protagonista di Into the wild, altro romanzo per nulla consolatorio. Viene da chiedersi allora se questa morte in montagna abbia la funzione di santificare il personaggio, di farne un eroe vittima della forza della natura, oppure, indipendentemente dalle intenzioni dell’autore, non sia la necessaria materializzazione della morte interiore del personaggio, la tragica conclusione del suo fallimento.
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quell’aspetto non realistico
Questo libro per me è stato uno di quegli eventi che uniscono i puntini della tua vita, dando loro un senso più grande e vero: l’ho amato, perché mi ha fatto capire quanto (e perché) io ami la montagna e quanto questo amore faccia da legante con il mio compagno di vita.
C’è però qualcosa che succede, o meglio che non succede, nel racconto, che mi sembra una forzatura dei “fatti reali” e dell’indole dei personaggi, volta solo a creare l’effetto sorpresa nel lettore: per com’è fatta la madre di Piero è impossibile che non lo informi per anni della prosecuzione del rapporto fra lei, ma soprattutto il padre, e Bruno. È normale che l’autore pieghi la storia per creare gli effetti drammatici che ha in mente, ma in questo caso il gioco è troppo evidente e – se ci si fa caso – è impossibile chiedersi: “Ma perché non gli ha detto nulla?”, anche perché poi nel periodo successivo lo farà (tornando finalmente ad essere sé stessa), anzi sarà lei l’unico contatto fra i due.
Una domanda che viene fuori naturalmente e che però non trova risposta all’interno della storia (avrebbe potuto scrivere che la madre aveva iniziato a scrivergli di Bruno, ma lui stesso per qualche motivo che Cognetti sicuramente avrebbe trovato le aveva chiesto di lasciar perdere), ma solo appunto all’esterno, come modo per creare la sorpresa narrativa (ma la realtà non funziona propriamente così…).
La morte
Troppa lirica intorno al tema della morte. E’ semplice, la montagna è il redentore, l’espiazione di ogni peccato. Il fatto è che cercarlo nei personaggi disorienta il lettore perchè i personaggi non sono il vero obiettivo della redenzione. E’ l’autore che crede in questo ruolo ctonio-montano. In realtà la montagna è la fredda espiazione dei peccati dello scrittore. Semplice e consolatorio ci dice che ciò che non sa fare in vita lo risolve nel gelido destino che la montagna gli offre. Vita se deve essere o morte se sopraggiunge. Cognetti ci dice che non conosce altro metodo per parlare dei suoi errori se non attraverso la coscienza di natura che nel suo caso è l’aspra roccia di montagna. Cognetti vuole che la montagna si pronunci su di lui. La sentenza sarà accettabile perchè è il linguaggio che ha scelto per essere codificato e raccontato agli altri uomini. La montagna ci dirà che uomo è stato. A lui questa consacrante durezza fa comodo perchè gli permette di affrancarsi dai dubbi del grigio che invece la vita riserva agli altri uomini. Essere sicuro di un bianco o di un nero. Essere meritevole di non scadere nella banalità delle vite degli altri. Morire in montagna nobilità il suo percorso, lo rassicura sulla scelta fatta e lo rende immortale tra i banali mortali.
In fondo è un modo come un altro per non sentirsi uno stronzo qualunque. L’importante è crederci.
Riferimenti inesatti
Ho appena iniziato la lettura del libro, e nelle prime pagine l’ autore fa riferimento ad una zona di Milano dove sono nato e cresciuto dal 68 in poi: si informi meglio prima di scrivere facendo riferimenti a situazioni reali.
DUE CAPOLAVORI D’ALTRI TEMPI
Definitelo uno scrittore di montagna e vedrete il Cognetti incazzarsi come una iena. E ne ha ben donde. Dice il nostro:
Ragazzi, ma voi i miei libri li leggete come Dio comanda o, come sospetto, li sfogliate alla cazzo ? Buona senz’altro la seconda, ma non preoccupatevi, vi do io adesso qualche dritta che vi chiarirà le idee.
Punto primo. Dei miei libri si deve dire ciò che diceva il mio amico Rabelais dei suoi, e cioè che bisogna rompere l’osso e succhiarne il sostanzioso midollo. Fuor di metafora, amici cari, voi non dovete rimanere alla superficie delle mie storie, non dovete limitarvi ad estasiarvi di fronte all’indubbio talento con cui vi propino le mie ambientazioni, si tratti delle faticose scarpinate alle quali mio padre mi costringeva alle falde del Monte Rosa ovvero dei panorami mozzafiato della mia Val d’Ayas, non basta che andiate in solluchero dinnanzi alla mirabile sapienza con cui vi dipingo lo squallore del fondovalle della Valsesia oppure che lanciate gridolini di soddisfazione davanti alla perfetta resa cinematografica di alcune parti del racconto (alludo alla vicenda del cane selvatico che fa strage di suoi simili per poi finire trucidato anche lui).
Conoscete senz’altro tutti il significato del termine filigrana. Ebbene, voi dovete mettere a fuoco la filigrana che si intravvede dietro alle mie pagine. Così facendo, vi accorgerete che quello che mi sta davvero a cuore e che mi preme raccontare non sono gli scenari alpestri tipo salta il camoscio tuona la valanga. Non sono né il Cervino formato grappa del Mike nazionale, né le alte quote da cui sgorga l’acqua levissima altissima e purissima di messneriana memoria. Altri sono i territori che a me interessa esplorare, altre le vette che mi attraggono, altri gli abissi che mi terrorizzano. A me interessa addentrarmi nei legami, spesso sotterranei e pertanto di difficile accesso, che mi legano o che mi hanno legato ai membri della mia famiglia, in particolare a mio padre buonanima, il padre costituisce la vera e propria chiave di volta per capire la mia esistenza e, di conseguenza, la mia narrazione e il mio mestiere di scrittore. È mio padre, meglio, sono l’analisi dei miei rapporti con lui e delle difficoltà che, come accade spesso ai figli, ho incontrato per rendermi autonomo da lui, che conferiscono coerente unità ai miei romanzi. (Tra parentesi io sono un inguaribile fan di Aristotele e della sua regola aurea dell’unità di azione). A questo proposito consiglio ai miei venticinque lettori di far precedere la lettura di Giù nella valle da quella di Le otto montagne.
Ma veniamo a bomba ed entriamo nel merito.
Ma davvero credete, amici cari, che il titolo “Le otto montagne” mi sia imputabile? Davvero pensate che un tale obbrobrio letteral semantico sia farina del mio sacco e non provenga piuttosto dal mulino di quel balengo del mio Editore? Buona evidentemente la seconda.
Ora converrete con me che il titolo di un romanzo deve avere un minimo di sex appeal letterario, deve catturare l’attenzione del lettore, deve far leva sul suo desiderio di sollevarsi dalla spesso faticosa realtà quotidiana per planare verso le sconfinate praterie della felicità. È una questione di marketing. Il titolo deve essere indizio della bontà del prodotto, il lettore consumatore deve convincersi ad acquistare quel tomo perché qualcosa nel titolo lo persuade della validità della scelta.
Di là dal fiume e tra gli alberi, Per chi suona la campana, Addio alle armi, Pian della Tortilla, Uomini e topi, I pascoli del cielo, La capanna dello zio Tom, Racconti straordinari, Viaggio al centro della terra, Fiorirà l’aspidistra, Vedrò Singapore?, La stanza del vescovo, Il sergente nella neve, La fattoria degli animali, Il conte di Montecristo, Gita a Tindari, Il mulino del Po, La ragazza di Bube, Papillon, Cronache marziane, La regina d’Africa, Nome d’arte Doris Brilli, Sofia si veste sempre di nero, Sentieri sotto la neve, La felicità del lupo, Il campo del vasaro, L’ultimo dei Mohicani sono esempi di titoli accattivanti, la cui forza attrattiva mi pare risieda in una certa solida concretezza semantica, che suggerisce una pari solidità e concretezza del volume.
Intendiamoci, non vi è nulla di matematicamente certo in quello che dico, qui siamo in un campo, quello della suggestione commercial pubblicitaria, che non appartiene all’universo delle scienze esatte, ma piuttosto confina con quello dei messaggi subliminali.
Detto questo non vi è ombra di dubbio che un titolo quale “Le otto montagne” possieda il fascino evocatore di un bilancio societario o di un inventario notarile. Mi vengono in mente rassegne numeriche dall’indiscutibile charme ragionieristico quali I dieci comandamenti, Le sette virtù cardinali, I sette vizi capitali, Le dieci piaghe d’Egitto e via elencando.
Ad essere sotto accusa è l’uso dell’articolo determinativo seguito dall’aggettivo numerale cardinale che dovrebbero qualificare un sostantivo, montagne, estremamente generico e anonimo, ma che in realtà lasciano il lettore imbarazzato e disorientato. Si chiede il lettore: di quali montagne stiamo parlando? Il termine spazia dagli Appennini alle Ande, dalle Alpi agli Urali, dalle Cevennes alla catena himalayana, dai Pirenei agli Allegani. E perché le montagne sono otto e non dieci o cinquanta?
Ben altra potenza evocativa riveste il titolo “La montagna incantata”. La curiosità del lettore è stimolata dall’aggettivo qualificativo, che fa riemergere dai meandri della memoria echi di fiabe che lo riportano indietro nel tempo: l’aspettativa è che il libro compia il miracolo, annullando il trascorrere del tempo, di consegnarlo ad una eterna fanciullezza.
Io non ho letto il romanzo di Mann e può darsi che, leggendolo, le mie aspettative sarebbero disattese. Certo è che il clamoroso successo della mia penultima fatica non è dipeso dal suo titolo bensì dalla intrinseca bontà del prodotto oltre che, se mi permettete, dal forte richiamo pubblicitario rappresentato dalla mia persona e dagli indubbi exploit dei miei precedenti romanzi.
“La settima montagna” come titolo sarebbe stato più seduttivo, anche perché avrebbe riecheggiato il capolavoro bergmaniano Il settimo sigillo e il romanzo di evasione Il settimo papiro.
Insomma, amici cari, qui non siamo a disquisire del sesso degli angeli, né della mucca nel corridoio. È vero che esistono sempiterni capolavori della letteratura con un titolo privo di qualunque attrattiva. Ma nessun editor con un minimo di sensibilità commerciale si sognerebbe oggigiorno di pubblicare La divina commedia o La Gerusalemme liberata con siffatti titoli.
Ma passiamo adesso alla mia ultima fatica, costituita appunto dal romanzo Giù nella valle.
Non sfuggirà certo ai miei venticinque milioni di lettori il palese richiamo contenuto nel titolo ad una celeberrima canzone degli Alpini risalente alla prima guerra mondiale, ma che fa ancora prepotentemente parte dell’immaginario collettivo canoro degli Alpini . Eccone alcune strofe:
Giù nella valle
c’è un’osteria
l’è l’allegria
l’è l’allegria
giù nella valle
c’è un’osteria
l’è l’allegria
di noi Alpin.
E se son pallida
nei miei colori
non voglio dottori
non voglio dottori
e se son pallida
come una strassa
vinassa vinassa
e fiaschi de vin.
Giù nella valle
c’è un punto nero
l’è il cimitero
l’è il cimitero
giù nella valle
c’è un punto nero
l’è il cimitero
di noi Alpin.
E se son pallida
nei miei colori
non voglio dottori
non voglio dottori
e se son pallida
come una strassa
vinassa vinassa
e fiaschi de vin
A dirla tutta, in realtà la canzone recita “Là nella valle” e non “Giù nella valle”, ma per piacere fatemi la cortesia di non sottilizzare troppo. Su, giù, qui, là, lì sempre di avverbi di luogo si tratta e poi guardiamo alla sostanza del discorso. Siamo in presenza di una geniale strategia di marketing. I lettori consumatori che hanno avuto, ed hanno tuttora, la fortuna di fare il servizio militare nel corpo degli Alpini si contano ancora a milioni. Per ognuno di essi il termine Giù nella valle è un riflesso condizionato di tipo pavloviano che li catapulta immediatamente in un passato fatto di amicizie virili, marce, di muli, di omeriche bevute e di altrettante omeriche cantate. Lo stimolo a fiondarsi in libreria per accaparrarsi il prezioso cimelio della memoria sarà irrefrenabile, facendo schizzare alle stelle le quotazioni delle mie royalties. Va da se che rivendico questo titolo come esclusiva farina del mio sacco, a differenza di quello su cui vi ho intrattenuto sopra che, ripeto, disconosco in toto.
Vi è poi un aspetto che giudico di grande interesse e sul quale voglio attirare la vostra attenzione.
Sia nella canzone che nel mio romanzo si respira un’atmosfera profondamente dionisiaca, ma di segno opposto.
La canzone parla di un’osteria che fa rima con allegria, parla del vino che è non solo fonte di allegria ma anche un toccasana, un rimedio per curare i mali del corpo e dello spirito. La potenza salvifica del vino ha la meglio sul pallore fisico ma anche sul pallore dell’animo, entrambi destinati a riacquistare colore e vivacità.
In parte diverso è il ruolo delle osterie, del vino e, in genere, dell’alcool, nel mio romanzo. Le osterie, trattorie, ristoranti, locande e bettole sono sì luogo di ritrovo e di socializzazione, dove peraltro il rito della bevuta trascende sovente in atti di cieca e insensata violenza. L’assunzione di alcool in quantità industriali e condotta con metodo meticoloso è la nota caratteristica e identitaria dei due fratelli protagonisti della storia.
Alfredo, il più debole dei due, quello al quale ho assegnato il ruolo un po’ bohemien di bello e dannato, si stordirà a tal punto da compiere un tentativo di omicidio assolutamente gratuito, tra l’altro nei confronti di un amico, la cui unica spiegazione risiede nello stato di totale ottundimento causato da un mix micidiale di gin e prosecco.
Ma anche Luigi, il fratello buono, al quale ho assegnato un posto di guardia forestale tutore della legalità soprattutto ambientale, è un convinto seguace del dio Dioniso.
Va peraltro aggiunto che con l’aiuto di Dioniso i due riusciranno comunque a superare le difficoltà caratteriali di instaurare un rapporto positivo tra di loro e saranno in grado di manifestarsi reciprocamente un simulacro di stima e di affetto.
Poi mi preme evidenziare che nella canzone degli alpini è presente un altro elemento che ritroviamo altresì nel mio romanzo.
Parlo della morte. Nella canzone la morte è rappresentata dal cimitero che raccoglie le spoglie dei soldati caduti in guerra.
Nel romanzo la morte fa la sua apparizione in molteplici occasioni.
Fin dall’esordio muoiono otto cani (e dagli con la cabala dell’otto!) assassinati da un loro collega, forse un incrocio con un lupo, assatanato e desideroso di sfogare sui suoi simili la rabbia accumulata in corpo, rabbia che trova probabilmente origine nelle sevizie e maltrattamenti cui è stato sottoposto.
Di ognuno descrivo il decesso con dovizia di particolari, sembra quasi che io provi un qualche morboso piacere nel rendicontare queste morti.
Descrivo poi la morte del killer ad opera di un branco di cacciatori e anche qui non mi risparmio i particolari.
Ma la morte che nell’economia del romanzo riveste una rilevanza particolare è un’altra: è la morte del padre dei due fratelli, Grato, che si suicida sparandosi il fucile da cacciatore in gola.
Anche in Le otto montagne vi è un padre protagonista. È un padre invadente, egoista, preoccupato unicamente di gareggiare con sé stesso e con gli altri per il gusto di arrivare primo in cima alle vette. È un padre che il protagonista di quel romanzo mal sopporta, ma che un malinteso sentimento di devozione figliale costringe a rispettare e ad assecondare.
In Giù nella valle, questo padre finalmente si toglie di mezzo, libera i figli della sua ingombrante presenza e i figli possono finalmente respirare. In particolare Luigi riuscirà a dare una positiva svolta alla sua esistenza, supportato dalla gradevole e benefica presenza della moglie Elisabetta, che lo renderà padre di un bel maschietto, e colla quale ricomincerà una nuova e forse appagante esistenza nella casa di montagna ereditata dal padre, che provvederà a ristrutturare.
Diversa la sorte di Alfredo, condannato ad una esistenza di perpetuo fuggiasco latitante.
Per concludere dirò, “pappagallando” Flaubert, che sia Le otto montagne che Giù nella valle “c’est moi”.
Per concludere, quando poco sopra consigliavo di leggere i due romanzi uno di seguito all’altro volevo dire questo: nel primo il protagonista si muove un po’ alla cieca, a tentoni. Pietro cerca disperatamente di annullare le barriere che lo dividono dal padre, ma senza successo. È così che cerca un surrogato di padre, o di fratello maggiore, nella figura di Bruno, col quale stringerà una amicizia solida e inossidabile, fino alla morte dell’amico. Si tratta peraltro di un rapporto senz’altro autentico ma che, nella sua essenza simbiotica, evidenzia un rapporto di dipendenza psicologica di Pietro da Bruno.
Per contro, in Giù nella valle Luigi diventa adulto, finisce per non avere più bisogno né di padri, né di fratelli, né di amici. La stella polare che da allora in avanti lo guiderà sarà una donna, Betta, e la prospettiva di diventare a breve padre.
Leggo pertanto in entrambi i romanzi una filigrana di tipo psicoanalitico.
Le montagne, come potete vedere, rivestono pertanto un ruolo decisamente da comparsa e non da protagonista.
Il primo che si azzarderà a darmi dello scrittore di montagna, giuro che lo prenderò a calci nel culo.
Ma voglio concludere questo ameno florilegio di sproloqui con una confessione.
In realtà io sono perfettamente consapevole che la montagna non ha mai avuto finora una grande fortuna nella storia della letteratura, non ha mai praticamente funzionato come set di particolare successo.
Gli autori la cui Musa alberga sulle innevate vette sono rarissimi e ho qualche difficoltà ad individuarne qualcuno di qualche spessore.
C’è il vecchio buon Rigoni con le sue cronache di alpino in guerra sulle montagne della Valle d’Aosta e dell’Albania, c’è qualche passo del buon vecchio Ernest che va a sciare in Svizzera, c’è il caro buon vecchio Buzzati e la sua fortezza Bastiani arroccata in montagna, ma in verità qui a rubare la scena non è tanto la montagna in quanto tale, quanto il deserto che la circonda. Vi sono i raccontini del buon Giacosa ambientati in Valle d’Aosta, ma sono talmente sbiaditi e privi di charme che è meglio non parlarne.
Le colline, Pavese insegna, devo dire che hanno riscosso maggiore successo e sono decisamente più gettonate.
E se passiamo dalla prosa alla poesia le cose non vanno poi meglio, anzi. A parte il camoscio che salta e la valanga che tuona non vedo altri grandi exploit.
Rimanendo in tema di valanghe, la montagna ha avuto invece maggior successo nella cinematografia, soprattutto in quella catastrofista, con la pletora di valanghe assassine. Per non parlare del vecchio Herzog, beninteso su di un piano decisamente più alto.
Per contro, volete mettere invece la popolarità di cui mari e oceani hanno goduto e continuano a godere in letteratura ?
A cominciare dal buon vecchio Omero e dalla sua Odissea ambientata nel Mediterraneo.
E che ne dite di:
Il vecchio e il mare, L’isola misteriosa, L’isola del tesoro, I mari del sud del vecchio Jack, buona parte dei romanzi del buon vecchio Salgari e del buon vecchio Cecil Scott Forester col suo capitano di lungo corso Hornblower, per non parlare di Moby Dick , di Conrad, di Melville, di Ventimila leghe sotto i mari e via veleggiando ?
Il mare è evidentemente più fotogenico rispetto alla montagna, attira di più il pubblico.
Il vecchio caro buon Sigmund spiegherebbe che forse il mare, e soprattutto “la mer”, rimandano alla madre (mère), all’inconscia nostalgia del grembo materno e via cazzeggiando.
Tanto premesso, non stupitevi se il mio prossimo romanzo deciderò di ambientarlo sull’isola d’Elba.
P.S.
Voi tutti accaniti frequentatori di blog social fessbuc e amenità simili sapete che uno dei miei Virgili, lo mio principale duca e lo mio autore, il padre letterario di cui mi compiaccio di essere figlio, erede e fedele esecutore testamentario è il buon vecchio Jack London. Sapete anche che al secondo posto figura il caro Ernest. Sapete anche, e se non lo sapete vi aggiorno io, che entrambi hanno lasciato questa valle di lacrime suicidandosi.
Hemingway sparandosi col fucile da caccia, London come ultimo atto di una vita passata a nuotare nell’alcool. In somma, un po’ la fine che ha fatto il padre di Luigi e che probabilmente è destinato a fare suo fratello Alfredo.
Buona serata a tutti.
Claudio GARD