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Dal testo allo schermo: il Don Chisciotte di Fabio Segatori, fedele alla trama, meno allo spirito di Cervantes

Fedeltà e modernizzazione

Presentato al cinema Post Modernissimo di Perugia, alla presenza del regista e della sceneggiatrice – in dialogo con il pubblico – e dell’Ensemble Micrologus che ha curato una parte delle musiche di scena, il film Don Chisciotte, di Fabio Segatori, ritaglia nei 126 capitoli del romanzo di Miguel de Cervantes la propria messa in scena. Il regista stesso ha sottolineato come il suo approccio sia distante dalle monumentali e incompiute odissee produttive di Orson Welles o Terry Gilliam. Quello di Segatori è un lavoro durato cinque anni che guarda piuttosto al modello anglosassone: un’operazione di riduzione che, come avviene per i classici di Shakespeare o Jane Austen, punta alla semplicità e alla modernità per intercettare il pubblico più giovane.

La sceneggiatura è frutto di un anno di lavoro e ben tredici revisioni per condensare le oltre 1300 pagine del romanzo e nasce come un dichiarato “atto di servizio al testo”. Paradossalmente, però, Segatori riconosce in questo adattamento il suo film più personale, un punto d’arrivo coerente con i suoi precedenti lavori. Il regista ritrova infatti la figura dell’hidalgo nei “folli” idealisti che ha già raccontato nei suoi documentari: da Emilio Lussu, fondatore di Giustizia e Libertà, a quel gesuita che ha edificato un’utopica oasi di preghiera nel deserto siriano. Figure che, proprio come Don Chisciotte, hanno sfidato la realtà in nome di un ideale. Un progetto interessante, così come emerge dall’accurato racconto del regista, ma nell’esito complessivo deludente. Il tentativo di rimanere fedeli alla trama si traduce infatti in una cronaca scolastica degli eventi, lontana da quel linguaggio e da quello spirito che hanno animato l’autore e che continuano ad affascinare i lettori. Il problema risiede proprio in questa riduzione all’essenziale: nel passaggio allo schermo, la fedeltà filologica si scontra con i tempi del cinema.

Il problema della sceneggiatura

A convincere poco è in primo luogo proprio la sceneggiatura, e in parte anche il montaggio, che fatica a trovare un suo equilibrio. Poco efficace, primo fra tutti, l’espediente del narratore. La vicenda, nel film, inizia nel 1571, con Miguel de Cervantes ferito nella battaglia di Lepanto e ricoverato in un ospedale di Messina. Tra febbre e allucinazioni, vede dei libri dati alle fiamme: sono quelli di Don Alonso Chisciano, un uomo ossessionato dai romanzi cavallereschi deciso a farsi cavaliere errante. Il film tralascia del tutto la vicenda del manoscritto in arabo di un tale Cide Hamete Benengeli, scoperto per caso dall’autore acquistando dei vecchi documenti nel mercato di Toledo. Dare conto del ritrovamento è fondamentale perché consente di cogliere lo spirito dell’opera e del suo autore: la narrazione acquista un’impronta ironica – gli arabi erano visti all’epoca come cronisti non del tutto attendibili, il che giustifica esagerazioni o dettagli assurdi della trama – e si crea un gioco di voci contrapposte e di punti di vista. Le tre voci – quella dell’autore Cervantes, quella del narratore arabo e infine quella del traduttore in castigliano – rompono così l’illusione di una verità oggettiva, offrendo più prospettive sulla follia del protagonista. La sceneggiatura scritta a quattro mani da Fabio Segatori e Paola Colomba, pur dichiarandosi fedele al testo, abbandona questa prospettiva, passa con uno scatto brusco dall’ospedale al vivo della narrazione, procede poi per blocchi e con un ritmo discontinuo. Le avventure (le più note) sono date per accumulo e intervallate da pause riflessive nelle quali vengono spiegate le ragioni morali e l’impegno civile del personaggio in difesa degli ultimi.

Un Don Chisciotte troppo serio

Alessio Boni nei panni di Don Chisciotte aderisce bene alla figura asciutta e trascurata dell’hidalgo, ma gli conferisce fin da subito, con una recitazione quasi sussurrata, più che la sarcastica ed energica follia del personaggio originario, un tono marcatamente più mesto e disilluso. Si tratta di una scelta precisa, che il regista ha impostato fin dall’inizio e che – come dichiarato al pubblico in sala – si modella sul monologo visionario del protagonista di Aguirre, furore di Dio di Werner Herzog.  Per il resto, nel contesto del cast, le cui scelte appaiono comunque convincenti, spicca la figura dello scudiero Sancio, a cui Fiorenzo Mattu, con una mimesi fisica riuscita, mantiene il carattere pragmatico e interessato ai beni materiali, ma venato di affetto per il suo cavaliere.

Paesaggi dell’anima

Ambientato in location spettacolari e poco turistiche della Basilicata e dell’alto Cosentino calabrese, il film mostra ampie inquadrature in campo lungo che riprendono borghi medievali, castelli diroccati, gole, calanchi e piane, come quella dove sorge la masseria del protagonista. Il regista dichiara al pubblico di essersi ispirato anche in questo caso a Herzog e di aver scelto paesaggi “dell’anima”: aspri, aridi e senza tempo non solo per evocare la Mancha di Cervantes, ma anche per restituire il tono visionario del romanzo. La fotografia, tuttavia, affidata quasi esclusivamente alla luce naturale, spesso molto intensa, risulta in alcune sequenze eccessivamente luminosa, attenuando il carattere drammatico e visionario del racconto. Anche i movimenti di macchina, lenti e misurati, contribuiscono a smorzare il ritmo delle vicende.

Il precedente degli sceneggiati televisivi

In definitiva, dopo cinque anni di lavoro e una progettazione che nel racconto del regista appare molto curata, il film non riesce a tenere dietro alla complessità che ha fatto del romanzo di Cervantes un capolavoro della letteratura mondiale. Un romanzo che, proprio per lo sviluppo a “schidionata” e per il delinearsi delle vicende, richiede un respiro più ampio e si presta paradossalmente meglio alla serialità televisiva che alla condensazione in un film. Vanno ricordate, a questo proposito, due esperienze italiane, entrambe della fine degli anni Sessanta, nel quadro delle numerose produzioni RAI di sceneggiati. Il Don Chisciotte diretto da Anton Giulio Majano, nel 1968, che adatta abbastanza fedelmente il romanzo in quattro puntate, con un taglio un po’ teatrale tipico degli sceneggiati di quel periodo. Accolto favorevolmente soprattutto per gli attori: Nando Gazzolo, elogiato per un Don Chisciotte intenso, idealista e mai caricaturale e Carlo Bagno per un’interpretazione di Sancio misurata, umana e meno macchiettistica di molte versioni cinematografiche. Del 1968 è anche la divertente versione, oggi rivalutata come cult, di Giovanni Grimaldi con Ciccio Ingrassia nei panni molto credibili dell‘hidalgo spagnolo e Franco Franchi in quelli di un Sancio buffo, popolare e ingenuo, ma dotato di un’autentica umanità, anche in questo caso mai ridotto a una macchietta.

Dove si perde Cervantes. Una prima questione, biografia e storia …

Cervantes ha avuto una vita avventurosa e travagliata. Non solo la perdita della mano in seguito alla battaglia di Lepanto, ma anche la cattura da parte dei pirati e la vendita come schiavo, il coinvolgimento in disastri finanziari e amministrativi, l’ingiusta accusa di omicidio, eventi questi ultimi che gli sono costati più volte il carcere.  Quel senso di fallimento e quel bisogno di riscatto si avvertono nel romanzo, pensato durante e uscito, nella sua prima parte, dopo questa serie di traversie nel 1605. A questo proposito merita di essere visto il film Il prigioniero di Alejandro Amenábar, che prende spunto da un episodio storico documentato della vita di Miguel de Cervantes: i cinque anni di prigionia ad Algeri (1575-1580), successivi alla battaglia di Lepanto in cui viene ferito a un braccio e alla cattura da parte dei corsari barbareschi.

Amenábar utilizza il racconto de Il prigioniero (nel Don Chisciotte) e la “presunta narrazione” che Antonio de Sosa fa della seconda fuga dello scrittore nella Topografía de Argel, ma combina fatti accertati con una consistente elaborazione narrativa e psicologica.[1]  È proprio in questo che, rispetto al film di Segatori, l’operazione appare meglio riuscita. Ne emerge un giovane Miguel (Julio Peña) scaltro, menzognero e grande affabulatore, capace di salvarsi grazie alla sua capacità di inventare o rielaborare storie mescolando fantasia e realtà, come farà nel Don Chisciotte. Non una ricostruzione fedele al biopic, ma riflessione sulla nascita dello scrittore, quando l’esperienza della guerra, la prigionia, l’incontro con Sosa, con il Pascià e la comunità dei prigionieri si trasforma in vocazione letteraria

… lo Zeitgeist

L’altra questione riguarda lo spirito dell’epoca: una Spagna che vede il declino culturale e sociale dell’hidalgo, celebrato in tanti romanzi cavallereschi, quelli che Quijada o Quesada (poi Chisciotte), attaccato a valori anacronistici, consuma avidamente fino a confondere letteratura e vita e impazzire. Il romanzo compie consapevolmente un abbassamento e una degradazione della materia eroica e cavalleresca in funzione critica, attraverso l’arma dell’antifrasi: celebrando ed esaltando il valore dell’eroe proprio mentre fallisce in modo rocambolesco. Al film di Fabio Segatori manca proprio questo registro del grottesco e dell’ironia, come cifra critica di un’epoca al tramonto sul piano etico e sociale.  Il regista prende sul serio il personaggio ma non riesce a dare il giusto rilievo a quel capovolgimento tra ideale e reale, a quel tradimento della giustizia che il cavaliere finisce per mettere in atto proprio mentre crede di farsene paladino. Nel contempo i dialoghi finiscono per esplicitare ciò che nel romanzo è affidato alla parodia. Non sorprende, del resto, che Segatori abbia dichiarato di voler raccontare un “uomo mutilato dalla guerra” capace di trasmettere al pubblico contemporaneo “un messaggio di speranza e di umanità”. È una scelta coerente con il progetto del film. Ne deriva però un Don Chisciotte più edificante ed esemplare che problematico, e proprio per questo meno vicino allo spirito di Cervantes e meno coinvolgente per lo spettatore.

Il film è attualmente nelle sale. Secondo quanto annunciato dal regista durante l’incontro con il pubblico, dovrebbe approdare successivamente su RaiPlay.


[1] Per inciso, il film di Amenábar è una coproduzione ispano-italiana, che vede impegnata anche Rai Cinema, come il Don Chisciotte di Segatori, con un’uscita e una circolazione nelle sale quasi contemporanea, sembra indicare anche in questo caso, in assenza di ricorrenze particolari, un rinnovato interesse per le opere e gli autori classici da parte della cinematografia attuale. Anche il film di Amenábar dovrebbe approdare sulle piattaforme partener Rai e Netflix.

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