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diretto da Romano Luperini

Delitto e castigo dell’intellettuale: a proposito di Faranno di me un criminale di Javier Marías

Gli scrittori appartengono ad una strana genìa, si sa, e i lettori li amano, li detestano, o li ignorano, proprio perché chi scrive apre nuovi mondi nei quali chi legge può perdersi o ritrovarsi. Ma l’equilibrio si rompe nel momento in cui lo scrittore non è più soltanto il costruttore di storie nei romanzi: quando, uscito dai libri, diventa una presenza ingombrante sulle colonne di un giornale, gli si consiglia di occuparsi di letteratura e di lasciar perdere le questioni pratiche.

Bisognerebbe riflettere sul fastidio solitamente suscitato dall’intellettuale, che pretende di intervenire nel dibattito pubblico in nome della sua autorevolezza, e bisognerebbe pensare all’attuale riduzione dello spazio riconosciutogli. Il tempo in cui in Italia prendevano la parola Pasolini, Calvino, Sciascia, Fortini è tramontato con loro. Anche in altre parti del mondo la situazione non è molto diversa, da questo punto di vista: l’insignificanza sociale dell’intellettuale è compensata oggi dall’ipertrofica esposizione mediatica di intrattenitori, divenuti volti noti, e perciò riconoscibili portavoce di una porzione di opinione pubblica, a cui si rivolgono e da cui sono legittimati a comunicare opinioni presentate come indiscutibili verità.

I primi anni del XXI secolo sembrano essere una prosecuzione, per quanto sfilacciata, della condizione dell’intellettuale tardo novecentesco, privo di ruolo e aggrappato ad una funzione: esprimere il proprio punto di vista sul mondo e far sentire la propria voce dissonante. Ma chi non si accorda e non si accoda, chi non blandisce il potere e non ha l’attitudine alla servile obbedienza, inevitabilmente, risulta scomodo. Quello che dice, e che pensa, il modo esplicito di prendere posizione, senza mezze misure e compromessi, presto, diventa per alcuni, o per molti, scandaloso. E lo scandalo giustifica la censura, che puntualmente si usa contro di lui per spegnere la sua voce.

È successo anche a Javier Marías, in Spagna, di incappare nella censura nonostante i quasi otto anni (dal 1995 al 2002) di collaborazione a «El Semanal», per un articolo, sulla Chiesa cattolica e sulle religioni, dal titolo Credete a noi, invece,che doveva essere pubblicato il 6 ottobre 2002, poi il 12 gennaio 2003, e poi definitivamente cancellato. Marías non ha avuta altra scelta che interrompere la sua collaborazione, ma quell’articolo si può ora leggere in Faranno di me un criminale (Passigli Editori, 2007, pagg. 135-7), che raccoglie testi che vanno dal gennaio 2001 a novembre 2002.

Diario minimo

Marías si fa osservatore della società spagnola, e – per un paradosso soltanto apparente – il censore dei costumi e delle abitudini dei suoi connazionali è colpito dalla censura. Del resto, non è questa l’unica stranezza: leggendo il volumetto (a cura di M. Cianferoni e A. Livini) ci si accorge che gli articoli, nati tutti da una esibita prospettiva limitata e ancorati ad una dichiarata esperienza personale, virano subito verso una dimensione universale. In quella Spagna non è difficile scorgere i tratti tipici degli abitanti dell’Italia, per esempio, o di qualsiasi altro paese del nostro civile occidente europeo. Marías è consapevole del suo atteggiamento e del fastidio che suscita, perciò, si autodenuncia:

Certe volte non posso proprio evitare, quando scrivo questa mia rubrica, di sentirmi come un professorino ridicolo che ricorda delle ovvietà e richiama all’ordine i suoi studenti. Confido nel fatto che i responsabili di «El Semanal», o in loro assenza il mio compagno piratesco della pagina precedente, mi facciano un cenno il giorno in cui dovessero accorgersi che sto esagerando, ecco, qualora la mia immagine gli si mostrasse con gli occhiali a molla sul naso, un laccio per cravatta e una riga nella mano (sinistra, certo) con la quale mi colpisco piano e minacciosamente l’altra (la destra, ovvio anche questo). Ma eccoci alla lezioncina di oggi. (Con gli occhiali a molla sul naso, pag. 101)

La consapevolezza di essere uno spietato fustigatore dei costumi è espressa nel morso auto-ironico, in realtà una sorta di preterizione implicita, che funge da preludio alla «lezioncina» esplicita. E del «professorino» bacchettante è proprio un certo atteggiamento moralistico, che ricorda in qualche modo La Bruyere, La Rochefoucauld, Montaigne, per poi saettare in empiti di rabbia che si concludono in massime apodittiche dal tono sapienziale. E se si fa una rapida carrellata si scopre che ce n’è per tutti.

A proposito dei comportamenti degli studenti, che «sfoggiano sui loro banchi ‘spuntini’ […] insieme a bottiglie d’acqua, bevande varie e telefoni portatili», mangiano e bevono «incappellati» durante le lezioni, e valutano i loro insegnanti, chiosa

E a quanto sembra, è sempre più diffusa l’abitudine di considerare colpevoli i professori dei propri insuccessi, come se l’eventuale incapacità o pigrizia degli alunni non c’entrassero per nulla: l’idea di fondo – o forse non è neanche questo – è che l’insegnante debba riuscire a insegnare senza la benché minima collaborazione dello studente. (McDocenza, pag. 13)

A proposito di quelle che chiamiamo “quote rosa”, che sarebbero l’indice di ‘proporzionalità’ di genere in tutti gli ambiti, anche in quello letterario, conclude

Ho sempre visto questa attitudine come il colmo del maschilismo; se io fossi una donna e avessi la sensazione o il sospetto che mi si elogiasse solamente in quanto donna e non per quello che scrivo, credetemi che mi prenderebbe una rabbia di qui al Peloponneso, e mi sentirei tremendamente offesa. (Tremendamente offesa, pag. 22)

A proposito delle «nostre benpensanti, fredde e codarde società occidentali», che hanno importato in Europa la disumanità statunitense, accusa

L’attuale cittadinanza, dal momento che paga le tasse con cui si finanziano, la polizia, i pompieri, la sanità pubblica e tutto il resto, crede di essere esente dal tentare d’impedire un delitto, di soccorrere la vittima di un incidente o un malato, di spegnere un incendio. Crede che ciò che accade a un altro non la riguardi, non siano fatti suoi. Questa convinzione non è solo ripugnante, amorale e malata, ma soprattutto sbagliata. Perché sembra si sia dimenticato che i politici, la polizia, i pompieri e le ambulanze ci rappresentano, ma non ci sostituiscono mai. La cittadinanza, che ci piaccia o no, non può mai essere sostituita da nessuno. Non è questa forse l’essenza della vera democrazia? È sempre più chiaro che le nostre fredde, benpensanti e codarde società occidentali non la vogliono più. Vogliono soltanto pagare per non essere molestate. E questo – mi si perdoni il temine – è merda. (Fredde, benpensanti, codarde, pag. 31)

Descrizione quest’ultima, che, evidentemente, non può essere estesa alla lettera all’Italia, data l’ingente quota di evasione fiscale nostrana: per noi il dato comportamentale è assoluto, come è assoluto – in genere – il disinteresse nei confronti degli obblighi etici della cittadinanza democratica, ma non deriva dall’aver pagato le tasse. Dunque, il periodo – per noi – dovrebbe essere costruito così: L’italiano crede di essere esente… Etc. Anche se la conclusione, ahimè, è la medesima.

Ma, chiedendo venia della digressione, proseguo nella carrellata. A proposito della Spagna, Marías afferma

La Spagna non è stata mai, temo, una nazione educata, nel senso di cortese, premurosa, urbana. In certe epoche è stata cerimoniosa, che è qualcosa di diverso e a volte soltanto un mero travestimento, una dissimulazione della cattiva educazione predominante.

Qui già sarebbe facile riconoscersi abitanti di una Spagna universale, non delimitata da confini iberici, a cui si aggiunge un superstrato culturale:

Ma se già esisteva un fondo spesso e duraturo di grossolanità e grettezza più o meno spontanee, ci mancava solo che arrivasse ‘il gusto’ per la volgarità, e la sua conseguente e deliberata ricerca, perché le nostre strade, e soprattutto i nostri giornali, la radio e la televisione, fossero permanentemente assoggettati alla depravazione, alla maleducazione, alla villania ostentata, alla più inaudita scortesia e all’oscenità gratuita e compiaciuta. (Il concetto più nefasto, pag. 74)

Quel gennaio 2002 in cui scriveva sembra ormai lontanissimo: oggi la volgarità, certamente non scomparsa da giornali, radio e televisione, è elemento sistemico, cifra stilistica ed espressiva, dei social media trionfanti, neanche menzionati in quell’anno. In 24 anni ne abbiamo fatta esperienza.

E poi ancora dà «un’occhiata agli automobilisti più villani e indisciplinati, che di solito sono i più danarosi» e freme di rabbia vedendosi scavalcare in una fila, visto che «aspettare il proprio turno comincia ad essere una pratica sconosciuta». Si scaglia contro i genitori «ripugnanti» e «spudorati» che, non sopportando di doversi occupare dei figli, chiedono la riduzione delle vacanze estive e l’allungamento di tre settimane dell’anno scolastico

Perché questo va detto, proprio gli stessi uomini e le stesse donne che ho visto ieri alla TV dire peste e corna della rispettiva prole, sono poi quelli e quelle che denunciano o prendono a botte un professore se sospende o castiga per cattiva condotta l’erede dei loro falsissimi amori. E la richiesta che si prolungasse l’anno scolastico non si mascherava nemmeno di un desiderio di maggior apprendimento e cultura per i bambini, bensì lasciava chiaramente intendere che i genitori non volevano altro che fosse lo Sato a sobbarcarseli per tre settimane in più. Vale a dire noi contribuenti. (Figli di spudorati, pagg. 36-7)

E riguardo alla libertà d’opinione, e alla libertà di critica dell’opinione altrui, chiarifica

Parlo spesso, in questa sede, della strana confusione odierna di concetti che fino a poco tempo fa erano chiari alla maggioranza e si accettavano e si intendevano senza difficoltà né problemi. Alcuni mesi fa ho dovuto spiegare per l’ennesima volta, mi ricordo, che la critica delle opinioni di qualcuno non è di per sé un attentato alla libertà di espressione, come sembrano creder ogni volta di più le persone che pretendono di dire ciò che vogliono (cosa a cui normalmente hanno diritto) e che poi nessuno le contraddica né pensi male delle loro opinioni (cosa che, invece, non possono proprio pretendere, e ancor meno averne diritto). Ciò che bisogna rispettare è che le idee vengano espresse, ma niente ci impedisce poi di tacciarle come fanatiche, criminali o semplicemente stupide, a seconda dei casi. (La mancanza di cervello, pag. 119)

E tanto basti per Marías «professorino», anche se bisogna riconoscere che alcune cose le abbiamo pensate anche noi, tanto spesso in difficoltà di fronte, per esempio, a importuni ‘terrapiattisti politici’, che a volte esitiamo ad attaccare in nome della libertà d’opinione.

Frantumi criminali

La pretesa dell’intellettuale è di avere piena e totale libertà di parola su quanto lo colpisce: fatto di cronaca o di costume, questioni letterarie, sentimenti, legami d’amicizia, affetto filiale, politica, tifo per il Real Madrid, ricordo del passato e sguardo sul presente, che fa intravedere l’orizzonte futuro. Marías è scandaloso per questo: si lancia contro George Bush Jr., la cui «espressione abituale trasmette […] una perfetta imbecillità nell’accezione più tecnica di questo termine» (pag.57), affronta il trauma dell’11 settembre, e con la stessa attenzione si occupa della maleducazione, degli stereotipi linguistici, della passata dittatura di Franco, e degli animalisti, ma anche dell’ora legale, di Aristofane e del «patriottismo di provincia».

Lo scandalo è dunque consustanziale all’essere un intellettuale, e non perché cerchi deliberatamente di épater les bourgeois, ma perché pretende di dire tutto quello che vuole dire: esponendosi in prima persona senza alcun infingimento. La sua osservazione diventa denuncia, la sua parola diventa sferzante, e il biasimo in cui può incorrere non lo ferma né lo intimorisce.

La scorsa settimana, e non è di certo stata la prima volta, i nostri politici si sono sorbiti, su queste pagine, una bella ramanzina. Sicuro che non gliene importerà niente. Non li sfiora nemmeno quel che noi che scriviamo sui giornali possiamo pensare, tanto più se non siamo ‘politologi’ (che razza di parola!) bensì dei romanzieri eccentrici che nessuno, è quel che credono loro, prenderà troppo sul serio. È da molto tempo ormai che hanno smesso di stare attenti sia alle critiche che ai rari elogi. […]

I politici stanno giocando col fuoco, già da tempo. Sempre più autoritari. Più abusivi. Spesso più corrotti. Più insensibili alle opinioni e alle necessità del prossimo. Sempre più al servizio dei propri partiti e sempre meno della popolazione che li ha eletti e che in teoria essi rappresentano. Che prestano più attenzione alle foto che gli scattano piuttosto che ai loro impegni. Che si esprimono ogni volta peggio. Più cinici. Sempre meno convincenti. Meno pensatori. Più sfacciati. Più pusillanimi verso il sistema bancario e verso gli Stati Uniti. Più irresponsabili. Più idioti e con maggior propensione a prendere per idioti i cittadini. Più fatui. Più ciechi. Non c’è da stupirsi che la gente sia sempre più stufa di loro. (Ancora peggio, pagg. 98-99)

Non c’è da stupirsi che lo abbiano censurato. Ma non lo hanno zittito.

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