Inchiesta sulla letteratura Working class /14 – Sandro Frizziero
L’inchiesta sulla letteratura working class dedicata alle narratrici e ai narratori prosegue con le risposte di Sandro Frizziero, autore di libri come Confessioni di un Neet (Fazi, 2018) e Sommersione (Fazi, 2020). È uscito da qualche settimana il suo ultimo romanzo La via delle stelle (Nottetempo, 2026). La foto dello scrittore è stata scattata da Caterina Santinello che ringraziamo per la gentile concessione.
Da qualche anno si è affermata anche in Italia l’espressione letteratura working class per designare i testi che mettono al centro l’autorappresentazione di lavoratori a basso reddito, di figli di operai nonché di esponenti della classe lavoratrice precaria dei servizi, delle pulizie, della ristorazione, della logistica, della cura alle persone anziane. Non è un pranzo di gala (2022) di Alberto Prunetti, curatore tra l’altro della collana “Working Class” per Alegre, è il saggio che ha contribuito in modo decisivo ad aprire un dibattito in questo senso.
La categoria in questione riabilita le nozioni di classe e di conflitto, da lungo tempo rimosse, e si distingue dal generalizzato interesse che l’editoria e l’accademia hanno rivolto alle tematiche del lavoro. Con questa inchiesta vogliamo dunque aprire uno spazio di riflessione dedicato a coloro che, a vario titolo, potrebbero rientrare nei campi di scrittore/scrittrice “di classe operaia“ o di letteratura working class.
Come ti rapporti alle categorie in questione? Ritieni che la tua scrittura possa rientrarvi?
Nella mia esperienza di lettore ho spesso incontrato opere narrative sul lavoro. Non è casuale: la mia generazione, quella di chi, per intenderci, si è diplomata negli anni Zero, ha vissuto pienamente le conseguenze della progressiva deregolamentazione del mondo (mi rifiuto di chiamarlo “mercato”) del lavoro. Ricordo bene lo sbocciare di agenzie interinali ad ogni angolo di strada, anche nei piccoli centri, i contratti precari o a progetto e quanto fosse inarrivabile il tempo indeterminato. Anche per questo ho attraversato i libri di Murgia, Nove, Bajani, Falco prima delle opere di Levi, Bianciardi e Volponi; parevano parlarmi direttamente e anticiparmi cosa mi sarebbe aspettato.
L’eco di queste letture credo si sia in qualche modo riversata, prima che nella scrittura, nel mio modo di vedere il mondo, quasi che la letteratura latamente working class mi avesse fornito, ben prima della politica, strumenti politici per leggere ciò che mi circondava.
Quanto ai miei libri, direi che il mio esordio, Confessioni di un Neet, potrebbe almeno parzialmente rientrare nella categoria delle scritture working class, dal momento che descrive, o meglio dà voce, alla rabbia, alla sfiducia e alla disillusione di una generazione anestetizzata da promesse di successo e dal mito della meritocrazia. Anche negli altri miei romanzi, tuttavia, credo si possa riconoscere un’attenzione al mondo del lavoro e più in generale al contesto sociale ed economico entro cui si muovono i personaggi. Sento sempre il bisogno di attribuire loro un lavoro, quasi fosse un ineludibile tratto identitario.
Come scrittore/ scrittrice svolgi due lavori: uno è il tuo lavoro “salariato/dipendente”, quello che ti dà da vivere; l’altro è invece quello della scrittura. Come vivi questa duplice identità e come riesci a conciliare i due mestieri?
Tra le tante attività lavorative che oggettivamente ostacolano la scrittura, direi che quella dell’insegnante è senz’altro quella che permette una maggior libertà di movimento. Non perché gli insegnanti lavorino esclusivamente durante le ore di insegnamento a scuola come spesso si crede, ma per la possibilità di gestire con relativa autonomia il lavoro domestico (tra l’altro, di molto aumentato in questi ultimi anni).
Conciliare lavoro e scrittura per me è solo parte del problema. Si dovrebbe, infatti, allargare la questione e discutere piuttosto di come conciliare scrittura e vita. Scrivere (e quindi leggere, annotare, pensare, rileggere, informarsi…) per me non è un lavoro, in quanto non mi dà di che vivere, ma non è neanche lontanamente un hobby. Non è sempre facile far capire quindi a chi mi sta vicino che cosa mi legittimi a ritagliarmi degli spazi sacrificando ogni tanto qualche dovere.
Ancor più di spazi per la scrittura, ricerco accanitamente spazi per la lettura, una attività che per me richiede tempo, concentrazione e che deve, a mio avviso, scorrere parallela alla scrittura stessa; anche se, ho il sospetto, o forse la speranza, che in ogni caso la contrainte della mancanza di tempo mi metta al riparo da operazioni futili e controproducenti.
Con quali scelte formali metti a tema il lavoro e una condizione di classe? Più in particolare quali generi, strumenti espressivi e forme (memoria, autobiografia, romanzo, personal essay, poesia, graphic novel) ritieni più appropriati per rappresentare questa condizione?
Mi pare che tradizionalmente la forma autobiografico-memoriale sia quella che ha avuto più successo. D’altra parte rientra in una tendenza assai diffusa, quella di raccontare storie vere. Come non pensare alle autobiografie per lavori di Vitaliano Trevisan e Giorgio Falco.
Tuttavia, credo che la letteratura possa e debba andare oltre; affiancare a questa narrazione e rielaborazione del vero anche la creatività, l’invenzione, la fantasia, per uscire anche dall’esperienza personale. Riconosco in questo un elemento strettamente letterario. Penso al Volponi delle Mosche che per raccontarci la realtà fa parlare anche oggetti e animali.
Quali letture hanno avuto maggiore importanza per la tua formazione e qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria? Ci sono autori e autrici che sono diventati per te dei punti di riferimento? Hanno contato o contano di più autori italiani o stranieri?
Sono molti gli autori che considero miei, quasi tutti italiani anche se con qualche eccezione. Se l’amore per la lettura mi è sorto scoprendo i grandi classici (Hugo, Dickens, Dostoevskij), mi sono entusiasmato per la prima volta con Kafka. Ricordo bene le nottate passate a letto con Il castello tra le mani, preso da un’angoscia così forte che non mi faceva dormire, sebbene fossi quindicenne e non avessi alcuno strumento per comprendere davvero una scrittura così complessa. Più tardi, già all’università, ho amato molto i libri di Giorgio Manganelli (ancora adesso mi sembrano oracoli da decifrare, testi sacri da aprire con rispetto), di Gadda e di Calvino. E ancora (cito senza preoccuparmi troppo della cronologia), Meneghello, Parise, Trevisan, Scarpa, Siti e potrei continuare. Non so davvero che cosa delle parole di questi grandissimi sia rimasto in me, può essere poco o nulla. Per concludere, voglio citare tre autori stranieri altrettanto importanti, anche per la mia vita: Bohumil Hrabal, Thomas Bernhard e Georgi Gospodinov.
L’accesso a pratiche culturali tipiche dei ceti medi per chi proviene da un contesto familiare subalterno può produrre un senso di perdita delle origini – quella “melanconia di classe” di cui parla Cynthia Cruz nell’omonimo saggio – e la percezione di essere un “transfuga di classe”. Come vivi questa situazione di ambivalenza?
Può essere vero che attraverso la scrittura e le esperienze ad essa connesse (presentazioni, festival, premi…) io abbia sperimentato pratiche, abitudini e punti di vista di una classe superiore rispetto a quella da cui provengo. Tuttavia, se considero attentamente proprio le mie origini familiari, non mi sento per nulla un transfuga di classe. Mia madre, che è stata per quarant’anni maestra elementare in un paesino di campagna, mi ha trasmesso l’amore per la parola e per il racconto nella sua forma più essenziale, semplice e diretta; mio padre, invece, meccanico navale, è stato appassionato autodidatta di musica e pittura. Ciò mi ha insegnato che non serve essere ricchi e forse neanche particolarmente colti per mettersi in comunicazione con quella che potrei latamente definire “espressione artistica”.
Perché scrivi? Per chi scrivi? Come sei arrivato a scrivere? Come rispondi alla tendenza dell’industria editoriale a cercare di adattare il racconto della classe a quel paradigma vittimario che Prunetti definisce “misery porn”?
La scrittura è la modalità con cui esprimo ciò che emerge dal mio mondo interiore: paure, ricordi, pensieri, immagini. È innanzitutto un momento di ascolto di me stesso. Quand’ero più giovane era anche un modo per aiutarmi a superare le difficoltà nelle relazioni, nelle amicizie, negli amori e per nobilitare, diciamo così, il senso di inettitudine che provavo. Questo scopo terapeutico, però ha avuto i giorni contati.
Ora amo amplificare e vivisezionare ciò che mi vien fuori, pormi domande a cui no so rispondere, sentirmi e vedermi contraddittorio. In qualche modo scrivere consiste nel rimestare ciò che ho dentro allo scopo di mettermi in difficoltà.
Forse avrei potuto rispondere a questa domanda dicendo solo: scrivo perché non posso fare altrimenti.
Quanto al vittimismo di classe… direi che mi accontenterei di schivare almeno quello individuale! Fuor di scherzo, credo che la tendenza alla vittimizzazione sia difficile da estirpare in chi scrive, ma anche in chi legge. Mi verrebbe da dire, e qui c’entra molto l’industria editoriale, che il miglior riparo è lo stile. Chi vuole raccontare la sua classe, sente l’urgenza e il bisogno di farlo, non deve rinunciare a un lavoro sulla lingua, sugli strumenti espressivi, sulla voce.
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